La democrazia spiegata da chi l’ha fatta

Basta visitare oggi i più importanti siti dei quotidiani nazionali per leggervi espressioni come “accentramento del potere“, “fine della democrazia parlamentare” o “deriva autoritaria“. Parole che ascoltiamo sempre più spesso in questi giorni, per via della tesissima situazione politica italiana. Ma non è di questo che voglio scrivere.

Più in generale molti, fra cui alcuni fini pensatori del nostro tempo, indicano – per una seria di ragioni, non ultima la grave crisi economica – il nostro tempo come un periodo critico per le democrazie occidentali, addirittura pericoloso per la loro stessa sopravvivenza. In effetti le analogie con i periodi più bui della prima metà del secolo scorso non mancano. Ma nemmeno di questo scriverò questa sera.

Parlando di democrazia, quante volte la associamo agli antichi greci? Ormai – a furia di parlarne – sappiamo tutti o quasi della πολις, dell’αγορα e della βουλη. Ma conosciamo davvero cosa era la democrazia al tempo dei greci? Casualmente mi sono imbattuto questa mattina in un testo molto significativo che risponde proprio a questa domanda. Si tratta del libro VI delle Storie di Polibio, uno storico greco tardo (200 a.C.-118 a.C.) vissuto quindi in età ellenistica e molto vicino al Circolo degli Scipioni a Roma. Inserisco pari pari alcuni suoi paragrafi significativi (tranquilli, tradotti in italiano) in cui lo storico spiega la teoria dell’ανακυκλωσις, la cosiddetta teoria del cerchio, che dimostra la trasformazione naturale delle forme politiche, dalla monarchia, all’oligarchia fino alla democrazia, passando per la tirannide e l’anarchia.


La verità delle mie parole risulta dimostrata da quanto ora dirò: non si puó chiamare regno qualunque monarchia, ma soltanto quella che, riconosciuta per o comune volere dei sudditi, governa con la persuasione più che col terrore e con la violenza; allo stesso modo non si deve ritenere aristocrazia qualunque forma di oligarchia, ma soltanto quella nella quale governano, in seguito a pubbliche elezioni, uomini più giusti e assennati. Similmente non è democrazia quella nella quale il popolo sia arbitro di fare qualunque cosa desideri, ma quella presso la quale vigano per tradizione la venerazione degli dei, la cura per i genitori, il rispetto degli anziani, l’obbedienza alle leggi e infine quella nella quale prevalga I ‘opinione della maggioranza. Si deve dunque ritenere che esistano sei forme di governo e cioè le tre che tutti ammettono e che abbiamo enumerato, e tre affini a queste, cioè la tirannide, l’oligarchia, l’oclocrazia.

Spontaneamente e naturalmente sorge prima di ogni altra forma la monarchia, dalla quale deriva, in seguito alle opportune correzioni e trasformazioni, il regno. Quando questo incorre nei difetti che sono a esso connaturati e si trasforma in tirannide, viene abolito e subentra al suo posto l’aristocrazia. Quando, secondo un processo naturale, essa degenera in oligarchia e il popolo punisce indignato l’ingiustizia dei capi, sorge la democrazia. Quando questa a sua volta si macchia di illegalità e violenze, col passare del tempo si costituisce l’oclocrazia. La verità di questa mia affermazione appare chiara a chiunque consideri la nascita, lo sviluppo, la decadenza naturale di ognuna di queste forme; soltanto chi avrà considerato analiticamente l’origine di esse, potrà comprenderne lo sviluppo, la fioritura, la decadenza, la fine e rendersi conto di quando, come e dove ciascuna di esse andrà a terminare.

Quale dico dunque essere il principio, quale la nascita dei governi? Quando in seguito a un cataclisma, a una pestilenza, a una carestia o simili, il genere umano viene distrutto, come già sappiamo essere accaduto e possiamo presupporre accadrà più volte, allora periscono insieme ogni industria e ogni arte; quando poi dai semi superstiti col passare del tempo risorgono gli uomini e, come fanno gli altri animali, si riuniscono in società (ciò accade naturalmente, poiché l’ impulso a riunirsi viene agli esseri della stessa stirpe dalla Ioro debolezza) è inevitabile che chi si distingue per forza fisica e per ardimento, prevalga e domini; dobbiamo ritenere che ciò sia un fatto istintivo, poiché vediamo che anche presso gli animali irragionevoli predominano evidentemente i più forti, come per esempio i tori, i cinghiali, i galli e simili. In modo simile è organizzata alle sue origini la vita degli uomini, che come gli animali si raccolgono e seguono i più validi e potenti; la forza segna il limite del dominio di questi, che si puó chiamare monarchia. Quando poi col passare del tempo sorgono negli aggregati cosi costruiti la socievolezza e la confidenza, ha origine il regno e allora per la prima volta gli uomini imparano a distinguere il bene, il giusto e i loro contrari.

Questa è dunque la prima origine fra gli uomini delle idee del bene e della giustizia e dei loro opposti, questa la vera genesi del governo regio. Per lungo tempo il popolo conserva al potere e difende i discendenti del primo re, nella convinzione che chi e nato da lui ed è stato educato secondo i suoi principi, si comporterà in modo analogo al suo. Ma se a un certo momento i sudditi hanno ragioni di scontento verso i discendenti del re, scelgono i loro governanti non più in base alla forza e al coraggio fisico, ma all’intelligenza e al senno, avendo ormai sperimentato praticamente quanta differenza intercorra fra le doti fisiche e quelle morali. Anticamente i re, una volta eletti e ottenuta l’autorità, passavano la vita erigendo fortificazioni, costruendo mura, conquistando territori sia per ragioni di sicurezza, sia per procurare in abbondanza il necessario al loro popolo; finché vissero in queste occupazioni, rimasero del tutto esenti da calunnie e invidia, perché non differivano dagli altri nel vestire, nel mangiare e nel bere, ma vivevano su per giù come i sudditi, conducendo vita comune con Ioro. Quando però, trasmettendosi il comando di generazione in generazione, cominciarono a trovare pronti i mezzi di difesa e a disporre di viveri in misura superiore al necessario, seguendo il loro impulso naturale e desiderando distinguersi, giudicarono opportuno che i comandanti portassero vesti diverse da quelle dei sudditi, godessero di grande ricchezza e varietà di cibi, fruissero liberamente dei piaceri amorosi anche illeciti. Suscitarono cosi invidia e ostilità e poi odio e ira violenta, finché dal regno sorse la tirannide e si cominciò a tendere insidie ai capi per abbatterne il potere. L’iniziativa non era dei peggiori, ma dei più nobili, animosi e coraggiosi, che meno degli altri erano disposti a sopportare la violenza dei regnanti.

Per le stesse ragioni però anche il popolo, non appena trova dei capi, unisce le sue forze contro i tiranni, di modo che il regno e la monarchia vengono abbattuti e sorge invece I’aristocrazia. Il popolo, infatti, in segno di gratitudine per avere per mezzo Ioro abbattuto la monarchia, sceglie come capi gli iniziatori della rivolta e si affida alla loro guida. Essi, contenti dell’incarico, in un primo tempo nulla ritengono più importante dell’utile comune e amministrano ogni cosa con cura amorevole, sia negli affari pubblici sia in quelli privati. Quando però il potere passa dai padri ai figli, questi, inesperti di mali, ignari del tutto dell’eguaglianza politica e della libertà di parola, educati fin da principio nei privilegi e nell’autorità paterna, cominciano ad abbandonarsi alcuni alla prepotenza e all’ingiusta avidità di ricchezze, altri all’ubriachezza e agli eccessivi piaceri della gola, altri ancora a violenze contro le donne e i fanciulli; trasformano cosi l’aristocrazia in oligarchia e ben presto suscitano nella moltitudine lo stesso risentimento che avevano suscitato i tiranni: il Ioro potere deve quindi necessariamente essere abbattuto allo stesso modo.

Non appena infatti qualcuno, resosi conto dell’invidia e dell’odio che i cittadini nutrono contro i governanti, ha il coraggio di dire o di fare qualche cosa contro di Ioro, trova subito la moltitudine pronta ad assecondarlo. Uccisi alcuni degli oligarchi e mandatine altri in esilio, il popolo non osa più ricorrere a un re, ben memore dell’ingiustizia dei precedenti monarchi, né affidare il governo a un certo numero di capi, perché è recente I’esperienza delle conseguenze del suo errore; non rimanendogli fiducia in alcuno se non in se stesso, trasforma il governo da oligarchico in democratico e assume su di sé la cura dei pubblici interessi. Finché sopravvivono cittadini che hanno sperimentato la tracotanza e la violenza, contenti della presente situazione, essi stimano più di ogni altra cosa l’uguaglianza di diritti e la libertà di parola; ma quando subentrano al potere dei giovani e la democrazia viene trasmessa ai figli dei figli questi, non tenendo più in gran conto, a causa dell’abitudine, l’uguaglianza e la libertà di parola, cercano di prevalere sulla maggioranza; in tale colpa incorrono soprattutto i più ricchi. Desiderosi dunque di preminenza, non potendola ottenere con i propri meriti e le proprie virtù, dilapidano le loro sostanze per accattivarsi la moltitudine, allettandola in tutti i modi. Quando sono riusciti, con la loro stolta avidità di potere, a rendere il popolo corrotto e avido di doni, la democrazia viene abolita e si trasforma in violenta demagogia. La moltitudine infatti, abituata a consumare i beni altrui e a vivere alle spalle del prossimo, quando ha un capo magnanimo e ardito che non può però aspirare alle cariche pubbliche per la sua povertà, usa la violenza e concordemente ricorre a uccisioni, esili, divisioni di terre, fino a quando, ritornata allo stato selvaggio, ritrova un padrone e un monarca.

Cosi si svolge la rotazione delle forme di governo, processo naturale per il quale esse si trasformano, decadono, ritornano al tipo originario. Considerando tutto questo, chi vuol giudicare della futura sorte dei governi potrà sbagliare nel computo del tempo, ma ben raramente ingannarsi sul procedimento dello sviluppo e della decadenza di ogni singola forma e della Ioro successione, purché esprima il suo giudizio senza ira e invidia.


Quanto della nostra attualità possiamo ritrovare in queste parole? A dimostrazione una volta di più che il liceo classico serve. Eccome se serve.

Non è democrazia quella nella quale il popolo sia arbitro di fare qualunque cosa desideri, ma quella presso la quale vigano per tradizione la venerazione degli dei, la cura per i genitori, il rispetto degli anziani, l’obbedienza alle leggi e infine quella nella quale prevalga I ‘opinione della maggioranza.

Polibio – Storie, libro VI

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La democrazia spiegata da chi l’ha fatta