“L’alternanza scuola lavoro è utile anche per i liceali”

Lettera pubblicata sul giornale L’Adige il 14 marzo 2016, in risposta alla lettera critica di una professoressa.


Ho letto con attenzione la lettera preoccupata della professoressa Eliana Agata Marchese pubblicata sul vostro giornale sabato 12 marzo, riguardo l’introduzione di esperienze di alternanza scuola lavoro all’interno dei percorsi liceali. Preoccupazione difficilmente comprensibile: l’alternanza scuola lavoro è invece un passaggio fondamentale per la costruzione della nuova Scuola trentina.

La questione è complessa ed il cambiamento è radicale, non esistono soluzioni facili: prima di tutto dobbiamo ammettere che le nostre scuole non dialogano ancora a sufficienza con il contesto in cui sono inserite. Quella che stiamo provando a immaginare è una Scuola che mantiene un rapporto organico con la società e con il territorio nelle sue plurime espressioni, in una coesione coinvolgente e responsabilizzante: la Scuola della civitas. E quando si parla di territorio non si può non fare riferimento anche al sistema economico e produttivo. Non si tratta di slogan, come ritiene qualcuno, ma di chiari disegni educativi: il nostro sistema scolastico deve recuperare il rapporto perduto con il territorio ed anche con le istituzioni comunali di appartenenza. Una ricchezza che è andata via via perdendosi, a favore di una governance sempre più centralista e miope.

Esistono diverse ragioni che possono motivare l’introduzione dell’alternanza scuola lavoro. Tra queste non compaiono – se ci riferiamo ai licei – l’obiettivo di formare gli studenti ad una professione e la funzione orientativa: infatti la stragrande maggioranza di chi frequenta i licei prosegue gli studi verso l’istruzione terziaria. Quindi, alla luce di questa considerazione è comunque necessario introdurre i tirocini formativi obbligatori nell’ultimo triennio dei licei? La risposta è assolutamente sì, per due ordini di motivi. Partiamo dal primo; il lavoro è cultura e non può essere contrapposto al sapere, con cui invece deve poter interagire. Era o non era il sociologo Weber a valorizzare il “Beruf” e a sostenere che il successo professionale di ognuno rappresenta il compimento dell’uomo? Se il nostro obiettivo è formare cittadini consapevoli non possiamo non prendere in considerazione il valore della professione, che rappresenta una componente ineludibile della persona intesa come essere sociale. D’altronde basta leggere il primo comma dell’articolo 1 della Costituzione italiana per comprendere l’importanza di una commistione tra conoscere e saper fare: L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”; dove lavoro è inteso come occasione di crescita personale. E poi la seconda ragione: si chiama metodo di apprendimento esperienziale, cioè conoscere ed imparare attraverso l’esperienza diretta, indicato da numerosi studi come il metodo più efficace anche se utilizzato ancora troppo poco nelle nostre scuole. Offrire ai nostri giovani esperienze in stage significherebbe dar loro la possibilità di sperimentare un contesto organizzativo produttivo sviluppando competenze trasversali relative alla comunicazione, alla lettura del contesto, al rispetto delle regole, alla conoscenza delle gerarchie e dei ruoli. Tutte competenze ad oggi richieste a chi entra nel mondo del lavoro ed il cui apprendimento attraverso la didattica classica risulta sempre più complicato. Professoressa Marchese, se lo faccia dire da un ex studente diplomato da meno di un anno in uno dei licei di Trento: sarei stato felice se la Scuola avesse valorizzato le mie competenze attraverso percorsi strutturali di alternanza scuola lavoro. E, come me, tanti altri studenti.

Leggendo la lettera della professoressa si comprende che è necessaria un’ulteriore specificazione: frequentare i tirocini formativi non equivale per forza a compiere “lavoretti poco qualificati” e “impilare fotocopie in un ufficio”. Questa è una becera semplificazione. Sarà infatti compito del sistema d’istruzione nel suo complesso ricercare la massima qualità per garantire il soddisfacimento del fine formativo dei tirocini.  Molto deve essere fatto, chiaramente non si può lasciare l’intera responsabilità agli istituti scolastici nascondendosi dietro l’autonomia scolastica. Altrimenti il rischio di trasformare i tirocini formativi nei già citati “lavoretti poco qualificati” sarebbe più che mai concreto. Il Dipartimento della Conoscenza dovrà assumere un ruolo chiave di continuo coordinamento nei confronti degli istituti scolastici trentini, che ad oggi spesso si ritrovano impreparati di fronte ad un’innovazione di tale portata, introdotta tra l’altro ad anno scolastico in corso. Sarà necessario costruire un rapporto di dialogo e di fiducia all’interno del cosiddetto “triangolo della conoscenza, cioè tra istruzione, attività di ricerca ed attività economiche, mentre invece andrà scongiurata la creazione di un sistema dell’alternanza scuola-centrico: gli enti ospitanti dovranno avere pari dignità rispetto all’istituzione scolastica. Servirà un processo che durerà degli anni per portare effettivamente a regime queste nuove opportunità. Se vogliamo cambiare davvero la Scuola non bastano le nuove norme, ma abbiamo bisogno di processi articolati e approfonditi, in cui ricercare la condivisione con il mondo della Scuola, elemento imprescindibile per ogni cambiamento del modo di fare Scuola; non è stato fatto prima della delibera provinciale, ora diventa ancora più necessario. Dovremo dotarci dei migliori strumenti: la formazione adeguata dei docenti referenti per l’alternanza, la carta dei diritti e dei doveri degli studenti in stage e il registro online delle strutture disponibili ad ospitare studenti sono solo i più urgenti.

Non si comprende invece la preoccupazione della docente riguardo i famigerati test di medicina: vogliamo forse una Scuola volta esclusivamente a preparare il superamento di un test? Se così fosse, si tratterebbe di un incredibile depauperamento del senso stesso della parola “educazione”. Ad ogni modo, gli studenti trentini non saranno svantaggiati: la “Buona Scuola” infatti introduce l’obbligo dei tirocini formativi per tutti gli studenti d’Italia.

L’alternanza scuola lavoro può arricchire i giovani studenti trentini, responsabilizzarli e renderli maggiormente consapevoli. Tre motivi validi per “cambiare verso” – come scrive la professoressa – alla Scuola trentina, ma nel giusto senso di marcia. Per riuscirci abbiamo però bisogno dell’apporto e delle proposte del mondo della Scuola trentina: per questo motivo abbiamo organizzato a Trento per sabato prossimo l’incontro “Scuola trentina, che futuro vogliamo?” con Luigi Berlinguer, già Ministro della Pubblica Istruzione, e con Alberto Tomasi, ex dirigente scolastico del Liceo Davinci di Trento. E il tema dell’alternanza scuola lavoro non potrà certo essere lasciato inevaso.

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