La falsa democrazia diretta

Diciassette milioni quattrocentodiecimila e settecentoquarantadue contro sedici milioni centoquarantunomila e duecentoquarantuno. Sono i risultati definitivi (51,9% vs 48,1%) del referendum sull’uscita dall’Unione Europea che ha avuto luogo in Gran Bretagna lo scorso 23 giugno e che verrà ricordato come “Brexit”.

Molto ci sarebbe da scrivere e da commentare, come già è stato fatto in questi giorni. Siamo di fronte a un evento storico, un giro di boa che ci dimostra ancora una volta come i processi storici e politici non siano mai a senso unico: dall’Europa si può uscire, l’integrazione non è l’unica via ammissibile. Una scoperta bruciante per gli europeisti convinti e pure per le élite europee, che sulla presunta certezza di non poter ritornare agli Stati nazionali hanno fondato il proprio immobilismo.

Brexit è il risultato di un referendum popolare consultivo promosso nel 2015 dallo stesso premier inglese David Cameron, per ragioni elettorali interne. Si tratta in realtà di un referendum non vincolante, ma il cui esito con ogni probabilità verrà rispettato dal Parlamento inglese.

E ora che si fa? In questi giorni i leader europei stanno tentando di trovare risposta a questa apparentemente semplice domanda. Certamente vi è un verdetto popolare da rispettare. Verdetto popolare che ha scatenato gli euroscettici di tutta Europa, da Le Pen in Francia a Salvini in Italia a Wilders in Olanda, i quali rinvigoriti chiedono referendum sulla permanenza nell’Unione Europea anche nei rispettivi paesi, rivendicando una maggiore democrazia interna all’Unione. Anche il Movimento 5 Stelle si è aggiunto al coro degli euroscettici, dopo aver assunto una posizione politica assai poco chiara sulla Brexit (ricordiamo che M5S in Europa è alleato di Nigel Farage), richiedendo un referendum sulla moneta unica in nome della democrazia diretta.

Political Leaders React To Local Election Results

Eccoci arrivati al punto: davvero i referendum popolari sulla permanenza nell’Unione e sul mantenimento della moneta unica sono gli antidoti alla mancanza di democraticità nell’UE? Come ben sappiamo quasi tutte le democrazie occidentali sono democrazie rappresentative, in cui il popolo sovrano elegge liberamente i propri rappresentanti per governare al suo posto la Nazione, la regione o il comune. Alcune di queste, fra cui gli USA, la Svizzera e la stessa Italia prevedono alcuni strumenti di democrazia diretta attraverso referendum popolari e leggi di iniziativa popolare. A determinate condizioni: in Italia per esempio la Costituzione (art. 75) prevede i soli referendum abrogativi (nella proposta di riforma Renzi-Boschi sono previsti anche i referendum propositivi e di indirizzo) e li vieta in merito a leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali. Proprio per questo motivo in Italia, senza una modifica costituzionale, sarebbe impossibile un referendum sulla permanenza nell’UE.

I referendum sono strumenti democratici particolarmente importanti, ma altrettanto delicati. Sabino Cassese oggi sul Corriere della Sera, sulla falsa riga dell’intervento di Napolitano di qualche giorno fa sulla Repubblica, li definisce un esempio di “single issue politics”, ovvero uno strumento attraverso il quale richiedere al popolo di esprimersi su una questione, isolata e ben precisa. Se così non accade, e ciò che è successo in UK ci dà un esempio lampante, e all’oggetto del referendum si sovrappongono e intersecano altri temi – in modo fondato o mendace – questo strumento perde gran parte della sua efficacia. Offrire una soluzione polarizzata, rigida e semplice (forse meglio dire semplicistica), come un SI o un NO, a un problema complesso non significa ascoltare il volere popolare, ma snaturarlo. Attraverso uno strumento smisuratamente rigido si chiede al popolo di dare soluzione a un tema che richiederebbe lo studio e la mediazione della politica, offrendo il fianco a sentimenti, umori e ideologie non sempre fondati.

Lasciamo da parte Brexit e torniamo a un referendum che abbiamo conosciuto bene: quello sulle trivellazioni del 17 aprile. Non intendo entrare nel merito, ma sottolineare quanto quella campagna referendaria è stata politicizzata ed ha assunto valori politici estranei alla questione originaria, soprattutto per via dell’azione dei promotori del Sì. Ha davvero un qualche senso determinare una politica energetica di un Paese come l’Italia, che dovrebbe essere caratterizzata da una visione decennale, attraverso un referendum abrogativo? Questi esempi, Brexit e il referendum italiano sulle trivellazioni, sono dunque sconfitte della politica rappresentativa (a detta di molti già fortemente sotto scacco, anche per propri demeriti), fatta di approfondimento, di studio, di confronto, di tempi lunghi, di mediazioni. Lo stesso Amartya Sen in un’intervista al Corriere ha detto “Bisognerebbe ricorrere al referendum soltanto per questioni semplici e isolate, sennò si potrebbe venire consultati anche per ridurre le tasse, come proposto qualche anno fa in California. In democrazia certe questioni devono essere decise da chi governa ma dopo aver avviato una discussione pubblica, con controllo dei fatti.

Attenzione, questo non significa che la democrazia rappresentativa è aprioristicamente migliore della democrazia diretta. Né che il popolo non possa autogovernarsi in determinate condizioni, e neppure che il governo è destinato esclusivamente alle classi dirigenti ed ai tecnocrati chiusi nei palazzi: semplicemente non sono i referendum abrogativi lo strumento più adatto (molto preziosi invece in quanto contrappeso al potere esecutivo e legislativo). La democrazia diretta non si esplica attraverso una croce su un Sì o su un No, in questo sta uno dei grandi errori di Grillo e del Movimento 5 Stelle; la democrazia diretta si chiama democrazia deliberativa. Si chiama comitati, reti di associazioni, mobilitazione, per arrivare alla riflessione, proposta ed elaborazione dal basso, in processi bottom-up; Fabrizio Barca lo chiama sperimentalismo democratico, coinvolgendo in questi processi anche le basi dei partiti politici. Esempio istituzionalizzato ne può essere la promozione di una legge di iniziativa popolare, strumento attraverso cui un gruppo di persone elabora una proposta di legge e la sottopone – offrendola come contributo – al Paese e alla politica. Se ad ottobre verrà approvata la riforma costituzionale Renzi-Boschi i cittadini italiani avranno un ulteriore strumento di democrazia diretta: il referendum propositivo (art. 11), che potrebbe integrare le leggi di iniziativa popolare diventandone lo strumento di approvazione definitiva (come fu proposto dalla Bicamerale D’Alema-Berlusconi).

La politica è fonte di riflessione, di nuove idee e di confronto. Ha la capacità di condividere emozioni e sogni, oltre che di risolvere insieme i problemi delle persone. Non trasformiamola in una battaglia demagogica e personale (ogni riferimento al referendum di ottobre non è puramente casuale) per barrare un Sì o un No.

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