Il bicameralismo paritario non ha più senso

Questo post fa parte del Manifesto degli Studenti per il Sì, un’iniziativa del comitato “Stavolta Sì – studenti Unibo“. Lo trovate anche su Facebook.

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Da qui ad ottobre i cittadini potranno informarsi nel merito dei cambiamenti proposti alla nostra Carta Costituzionale, e trarne una propria opinione. Da parte mia ho deciso di schierarmi con il Sì: non per preconcetto ma per le proposte di modifica, sostanziali e migliorative. Ecco perché.
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La riforma costituzionale, prevedendo un’unica camera in grado di dare e ritirare la fiducia al Governo (art. 1), abolisce il bicameralismo paritario – oramai quasi un unicum nel contesto europeo – e introduce il bicameralismo differenziato (qui un’infografica spiega il nuovo meccanismo). In questo modo il Governo ne uscirà rafforzato, pur con tutti i contrappesi del caso, e si otterranno così due benefici:
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  1. Di fronte ad un mondo in cui gli interessi internazionali e la finanza sovrastano i poteri nazionali è necessario un governo stabile, forte e legittimato per riuscire a riequilibrare la bilancia del potere. Anche nel contesto europeo per ottenere credibilità e mettere in campo strategie politiche e diplomatiche di lungo periodo, è necessario un governo duraturo e riconosciuto. Tutto ciò sarà potenzialmente possibile, se ad ottobre la riforma costituzionale verrà approvata;
  2. Molti esponenti ed elettori di sinistra ritengono che questa riforma non appartenga alla propria sensibilità e storia politica. A costoro bisogna ricordare che le riforme costituzionali non sono né di destra né di sinistra se le consideriamo in quanto policies, cioè soluzioni a problemi strutturali della nostra Italia tra cui l’irresponsabilità di governo, l’instabilità e la farraginosità e opacità del nostro sistema legislativo, come ha ben scritto il politologo Sergio Fabbrini su Il Sole 24 Ore. Ma oltre a questo servirà far notare che governare è di sinistra, cambiare è di sinistra, riformare è di sinistra. Solo i neoliberisti vogliono meno Stato e meno governo, il che non andrebbe certo a favore delle fasce più deboli e svantaggiate dalla globalizzazione. Se davvero vogliamo ricucire le diseguaglianze acuite in questi decenni serve un’opera di redistribuzione della ricchezza, che solo un governo stabile e forte può mettere in campo.
A proposito di passaggi politici poco trasparenti, oggi assai frequenti, anche questi potranno essere ridimensionati nel caso di vittoria del Sì. La riforma costituzionale rende più semplice il meccanismo decisionale, sia a livello statale con l’abolizione del bicameralismo paritario, sia a livello locale per esempio con l’eliminazione delle province (art. 29). In questo modo i processi decisionali potranno diventare più snelli, veloci e trasparenti (anche se su questo fronte molto è ancora da fare, a partire da una regolamentazione delle lobby), elementi che a detta degli esperti sono condizioni per la riduzione del clientelismo ed in ultima istanza della corruzione. È chiaro infatti che più i percorsi decisionali sono complicati, più politici e lobbisti con tendenze clientelari e corruttrici avranno vita facile per via della loro capacità – attraverso promesse, scambi di favore e vere e proprie mazzette – di sbloccare tali processi decisionali altrimenti impervi. Non a caso fino ad oggi fenomeni distorsivi come il parlamentarismo (cosa è) ed il consociativismo (cosa è) hanno regnato nel Parlamento italiano; se vincerà il Sì tutto questo potrà essere potenzialmente lasciato alle spalle.
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Infine un ultimo elemento a favore dell’abolizione del bicameralismo paritario: hanno ragione i promotori del NO quando affermano che il bicameralismo differenziato, introdotto dalla riforma Renzi-Boschi (art. 10), non servirà a velocizzare la produzione legislativa poiché questa potenzialmente va già oggi molto spedita se gli attori politici lo desiderano. Questo è vero, non a caso nell’attuale legislatura l’attività di produzione di nuove leggi è aumentata considerevolmente come potete osservare in questi dati forniti dalla Camera dei Deputati aggiornati al 2014 (in particolare p. 12-13-14), benché sia ancora in vigore il bicameralismo paritario. Infatti l’introduzione del bicameralismo differenziato non permetterà un’attività legislativa più veloce (l’Italia è già ai primi posti per produzione legislativa in Europa), bensì più attenta e di qualità. Non ci servono più leggi, ma leggi migliori. È lo studioso inglese Walter Bagehot ad indicare come compito secondario per il Parlamento quello di legiferare: ben prima sta l’importanza di eleggere un buon governo e la capacità di controllarlo, compito che attraverso la riforma costituzionale verrà potenziato con il nuovo Senato (art. 1). Il bicameralismo differenziato offrirà la possibilità ai deputati di votare le leggi in base alle necessità del Paese, non più sulla base dei complicati meccanismi del bicameralismo paritario. Anche in questa legislatura, sono stati numerosi i disegni di legge imperfetti e in parte incoerenti che sono stati ugualmente approvati in via definitiva per evitare un ulteriore passaggio parlamentare alla Camera o al Senato, necessario anche in caso della più miserevole modifica. Ma non solo: il bicameralismo differenziato darà la possibilità di scrivere le leggi in modo migliore; esempio ne è la famosa “Buona Scuola”, legge 107 del 2015, composta da 200 pagine ma un solo articolo e 212 commi, un testo praticamente illeggibile. Questo perché il Governo è stato obbligato a imporre la fiducia sul testo per evitare ulteriori modifiche (e quindi un nuovo passaggio parlamentare). Se fosse stato in vigore la riforma costituzionale questo rischio non sarebbe esistito e le modifiche migliorative alla riforma sarebbero potuto essere approvate senza ulteriori perdite di tempo. O per meglio dire: se ad ogni modo la legge fosse stata scritta in modo illeggibile gli unici colpevoli sarebbero stati i nostri parlamentari e governanti, che non si sarebbero più potuti appellare ad un sistema legislativo farraginoso ed inefficace. In questo sta la reponsabilità politica ben individuabile che tanto serve al nostro Paese (e di cui ben ha scritto Matteo Broso in un precedente articolo del Manifesto).
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Ecco solo alcune delle motivazioni che mi inducono a votare Sì al referendum confermativo sulla riforma costituzionale, ma ve ne sono molte altre. Ciò che consiglio a chiunque voglia informarsi per poi votare secondo coscienza è di leggersi da cima a fondo il testo della riforma e di non farsi abbindolare da facili slogan. Stiamo parlando della nostra Costituzione, della stessa essenza democratica della nostra Repubblica.
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P.S.: qui potete trovare un’altra mia riflessione, questa volta dal punto di vista storico, in merito alla riforma costituzionale
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Questo post fa parte del Manifesto degli Studenti per il Sì, strumento di dibattito aperto, consapevole e maturo sui temi del referendum costituzionale di ottobre sul quale ciascuno di noi avrà occasione di esprimersi come “cittadino costituente“. Per farlo da qui ad ottobre ospiteremo riflessioni, critiche, ragioni, impressioni di tutti gli studenti dell’ateneo di Bologna che vorranno partecipare a questo progetto.

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L’obiettivo è quello di pubblicare un nostro manifesto, parallelo a quello dei docenti universitari, che riassuma le ragioni degli “studenti per il SÌ”. Se vuoi partecipare, basta inviare un messaggio privato alla pagina e sarai pubblicato.

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