Il “no” di Raggi a Roma 2024 alla prova del fact checking

ARTICOLO PUBBLICATO SU IL FOGLIO IL 26 SETTEMBRE 2016.


Virginia Raggi ha deciso: niente Olimpiadi a Roma nel 2024. Le ragioni sono state spiegate nel corso di una affollata conferenza stampa in Campidoglio fornita anche di slide. Sottoponiamo quindi ai raggi X del fact checking le sue dichiarazioni, per comprendere se siano fondate o meno le valutazioni che l’hanno portata a prendere questa decisione.

La prima dichiarazione della sindaca è la smentita cambi di linea sulle Olimpiadi a Roma da parte sua e del Movimento 5 Stelle: “non abbiamo mai cambiato idea” dice. Lasciamo da parte retroscena e indiscrezioni, stiamo ai fatti. Luigi Di Maio, esponente del Direttorio e responsabile enti locali del Movimento, il 14 dicembre 2015 durante la trasmissione Ottoemezzo affermava che la candidatura “la sosterremo se vinceremo a Roma, se invece dobbiamo affidare la gestione delle Olimpiadi a chi, solo con i campi rom, ha causato Mafia Capitale allora no, preferiamo prima restituire i servizi essenziali alla città. Speriamo di vincere e di essere i migliori alleati delle Olimpiadi per fare un ottimo lavoro.Parole piuttosto inequivocabili. Il programma elettorale invece non faceva parola del tema, mentre la candidata sindaca in campagna elettorale nella maggior parte dei casi ha fornito risposte vaghe e non definitive. In modo cosciente o involontario, i grillini non hanno certo garantito chiarezza ai cittadini riguardo la scelta politica di candidarsi a ospitare o meno i Giochi del 2024.

Raggi afferma poi che “con queste Olimpiadi di fatto quello che si chiede è di fare altri debiti per i romani e per tutti gli italiani”. Non si comprendono le fonti della sindaca; ad oggi i documenti ufficiali del comitato olimpico promotore – in particolare lo studio di valutazione economica realizzato a cura dell’Università di Tor Vergata e la prima parte del dossier di candidatura – mostrano come al Comune di Roma non verrebbero richiesti finanziamenti aggiuntivi, che proverrebbero invece dal Governo e dal CIO. Anzi: per il “governo locale” vi sarebbero un incremento di 361 milioni di euro di entrate rispetto allo scenario senza il progetto olimpico. È risaputo che i dati forniti dai comitati promotori non sono sempre affidabili, ma da parte sua Raggi avrebbe il dovere di documentare l’opinione pubblica riguardo le fonti e le valutazioni economiche di cui dispone.

La sindaca, per avvalorare le proprie motivazioni, spiega inoltre come il Comune di Roma detenga un debito di un miliardo di euro per indennità di esproprio accumulato in occasione delle Olimpiadi del 1960. Tuttavia Silvia Scozzese, Commissario straordinario per il piano di rientro del debito pregresso di Roma Capitale, il 5 aprile 2016 nel corso di un’audizione presso la Commissione Bilancio della Camera dei Deputati parlò di circa 2000 procedure espropriative ancora non saldate dal Comune di Roma riferibili al periodo 1950-1990: tale debito ammonterebbe proprio a un miliardo di euro. I numeri evidentemente non tornano. Raggi parla di un debito di un miliardo di euro riferibile alla sola edizione di Roma del 1960, Silvia Scozzese della stessa cifra, riferibile però a 40 anni di gestione del bilancio romano. Siamo di fronte a una bufala bella e buona.

Virginia Raggi – nel corso del suo discorso – porta come esempio di fallimento i Mondiali di Nuoto del 2009, organizzati a Roma ed il cui responsabile fu proprio Giovanni Malagò, oggi presidente del CONI. È vero: la Città dello Sport progettata dall’architetto spagnolo Santiago Calatrava, con le sue famose Vele, è rimasta incompiuta gettando al vento circa 200 milioni di euro dei contribuenti.

Viene poi affermato che lo Stato italiano ha appena terminato di pagare il “mutuo di Italia ‘90”, cioè i debiti derivati dai Mondiali di Calcio organizzati dal nostro paese nel 1990.  Anche questo è confermato dai fatti: nel bilancio di previsione 2015 il Ministero dell’Economia ha destinato 61,2 milioni alla voce “mutui relativi ad interventi di cui alla legge n. 65/1987 e successive modificazioni ed integrazioni”, cioè alla legge sul finanziamento dell’evento. Cifre simili sono state pagate anche negli anni passati.

Passiamo dunque oltre. La sindaca cita uno studio dell’università di Oxford che dimostrerebbe la strutturale tendenza degli eventi olimpici a sforare i costi preventivati. Lo studio, dal titolo “The Oxford Olympics Study 2016: Cost and Cost Overrun at the Games” e pubblicato a luglio 2016, effettivamente mostra come dal 1960 ad oggi tutte le edizioni olimpiche abbiano registrato un aumento dei costi nel corso della realizzazione degli impianti, per una media di circa +176 per cento (per le 8 edizioni estive su 14 i cui dati sono disponibili). Tuttavia lo studio non prende – esplicitamente – in considerazione i benefici che le varie edizioni hanno portato alle città ospitanti. D’altronde la stessa sindaca parla sempre e soltanto di costi, e non di benefici come invece sarebbe lecito aspettarsi da una analisi di convenienza economica. Ancora: la sindaca non prende nemmeno in considerazione il documento “Olympic Agenda 2020”, approvata all’unanimità dal CIO nel dicembre 2014 contenente 40 nuove raccomandazioni alle città candidate, tra cui la “riduzione dei costi” ed una “maggiore trasparenza”.

Le slide procedono e toccano un altro tasto dolente: il confronto fra i dati macroeconomici del 2012 e del 2016, utili a dimostrare una presunta ipocrisia di chi allora si complimentò con Monti per il ritiro della candidatura per le Olimpiadi del 2020 ed oggi invece critica la scelta del Comune di Roma. Se stiamo ai numeri – che riguardano il debito pubblico, il rapporto debito/PIL e la disoccupazione – salta subito all’occhio la mancanza del dato principale, cioè il prodotto interno lordo. Ogni studente di macroeconomia sa infatti che si tratta dello strumento principale per valutare lo stato di salute dell’economia di un paese: ebbene nel 2012 il Pil italiano decresceva del -2,4 per cento, oggi è in crescita dello 0,8. Ancora: manca il dato dello spread, che nel 2012 rappresentava un salasso insostenibile per i conti pubblici mentre oggi è ai minimi storici. E per giunta viene menzionato il dato assoluto della disoccupazione senza mostrare i trend annuali che altrimenti avrebbero mostrato un aumento consistente nel 2012 e negli anni a venire a differenza di oggi, in decrescita rispetto agli anni precedenti. Ed infine, la decisione di Mario Monti venne annunciata nel febbraio del 2012, Raggi invece fa marcia indietro sei mesi più tardi nell’anno utile per la candidatura. Insomma, il paragone sta difficilmente in piedi.

Avvicinandoci alla fine della conferenza stampa, la sindaca menziona gli “ex compagni di viaggio”, cioè Boston, Amburgo e Madrid che “hanno assunto una posizione fortemente contraria, i sindaci di queste città hanno detto che non vogliono ipotecare il futuro dei loro cittadini”, facendo delle valutazioni “in tutto e per tutto simili alle nostre”. A onor del vero nessuna di queste tre città ha mai ufficializzato la propria candidatura ad ospitare i Giochi del 2024. Tuttavia effettivamente a Boston si è svolto un dibattito tra la cittadinanza, che ha portato al ritiro da parte del sindaco e la candidatura ufficiale di Los Angeles. Stesso discorso vale per Amburgo, mai ufficialmente candidata, i cui residenti hanno scelto – tramite referendum – per il 51,7 per cento di non presentare la candidatura per i Giochi. Madrid invece si è candidata sia alle Olimpiadi del 2012, che a quelle del 2016 e del 2020, senza mai riuscire a prevalere. Il comitato olimpico spagnolo ha perciò deciso di non presentare alcuna candidatura per il 2024, senza affermare nulla che assomigliasse alle dichiarazioni ed ai toni della conferenza stampa in Campidoglio.

Ed infine la promessa elettorale mancata. Raggi, nel corso del confronto a due con Roberto Giachetti organizzato da Sky in vista del ballottaggio, affermò che avrebbe organizzato un referendum consultivo sulle Olimpiadi nel caso i cittadini lo avessero richiesto. I cittadini lo hanno chiesto, tramite una raccolta firme dei Radicali (tra l’altro osteggiata in modo indecoroso sia dal Comune, che dal CONI che dalla sindaca), ma il referendum non si farà. La scusa di Virginia Raggi? “Il referendum è stato il ballottaggio, trasformato dal PD e da Giachetti in un voto sulle Olimpiadi”. Ballottaggio in cui i cittadini si sono espressi basandosi sulle dichiarazioni dell’allora candidata sindaca M5S, che prometteva il referendum consultivo. Sembrerebbe un’argomentazione piuttosto tautologica, se non fosse una delle tante promesse mancate della politica a cui pure il Movimento 5 Stelle non pare più immune.

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