La verità sul Jobs Act. Un fact checking per smontare le rispettive partigianerie sul lavoro

ARTICOLO PUBBLICATO SU IL FOGLIO IL 18 OTTOBRE 2016.


Grande è la confusione sotto il cielo del Jobs Act. Da anni ormai ogni comunicato dell’Istat, dell’Inps e del Ministero del Lavoro è preso d’assalto dalle tifoserie del web – da una parte e dall’altra – per farne l’ennesimo trend topic su Twitter. Il mercato del lavoro tuttavia non è così semplice e lineare ed i suoi mutamenti non possono essere valutati sulla base di una semplice variazione trimestrale né tanto meno mensile.

A dimostrazione di una semplificazione estrema che talvolta sfocia in vere e proprie bufale, il confronto televisivo a Ottoemezzo tra Matteo Renzi e Marco Travaglio vide i due ospiti dividersi proprio sui numeri del mercato del lavoro. In particolare quest’ultimo sostenne che “sono nati più nuovi posti di lavoro” a tempo indeterminato “nel 2014 quando non c’era il Jobs Act che nel 2015, quando c’era”. Il presidente del consiglio rispose così: “l’Istat […] dice che dal febbraio 2014 ad oggi si sono avuti 585 000 posti di lavoro in più, di cui per il 70 per cento a tempo indeterminato dal momento in cui entra in vigore il Jobs Act. […] Il 2015 è l’anno con il maggior incremento di posti di lavoro. La sfido al duello del fact checking“.

Prima di tutto è necessaria una distinzione. Una cosa è la decontribuzione – introdotta con la legge di stabilità – per cui lo Stato si fa carico per tre anni dei contributi previdenziali per i nuovi assunti a tempo indeterminato nel corso del 2015, fino a un massimo di 8 000 € a dipendente (limite ridotto al 40% quest’anno). Un’altra il contratto a tutele crescenti – introdotto dal decreto 23/2015 – che modifica la normativa sul licenziamento dei dipendenti a tempo indeterminato.

Analizziamo ora le varie dichiarazioni. Il direttore de Il Fatto Quotidiano affermò che sono nati più posti di lavoro a tempo indeterminato nel 2014 rispetto all’anno successivo, volendo dimostrare l’inefficacia del combinato disposto di decontribuzione e contratto a tutele crescenti. Tuttavia i dati Istat (Tab3) dimostrano come nel 2014 i posti di lavoro stabili siano aumentati di sole 45 mila unità (14,533 milioni versus 14,488), mentre nel corso del 2015 i posti a tempo indeterminato sono cresciuti di 237 mila (14,770 milioni versus 14,533). La dichiarazione di Travaglio non è quindi fondata. Ha ragione invece Renzi nel citare il dato Istat sull’incremento degli occupati a partire da febbraio 2014, cioè dall’entrata in carica del suo governo: +585 mila, dato sul quale si trova d’accordo lo stesso giornalista.

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Veniamo dunque alla percentuale di lavoratori a tempo indeterminato. Il premier probabilmente intese affermare che il 70 per cento dei nuovi dipendenti assunti a partire dall’entrata in vigore del Jobs Act (marzo 2015) gode di un contratto a tempo indeterminato. In questo caso le serie storiche dell’istituto di statistica (Tab3) confermano la sua versione: su un aumento di posti di lavoro subordinati pari a 449 mila unità, 335 mila di questi è a tempo indeterminato, vale a dire il 74,6 per cento. Se invece dovessimo seguire alla lettera la dichiarazione di Renzi – confrontando quindi il totale degli occupati con i dipendenti a tempo indeterminato – questa si dimostrerebbe infondata (pare tuttavia una strada non percorribile poiché all’interno degli occupati compaiono anche i lavoratori autonomi, che non rientrano ovviamente nella categoria dei dipendenti alla quale si rivolge il Jobs Act).

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Infine l’ultima dichiarazione di Matteo Renzi: “Il 2015 è l’anno con il maggior incremento di posti di lavoro”. Questa volta non è corretta: se prendiamo in considerazione gli occupati totali – come pare intendere il presidente del consiglio – basta verificare che nel 2014 la crescita di posti di lavoro è stata più sostenuta rispetto all’anno scorso (+219 mila contro +137 mila). Il 2015 non è quindi certo l’anno con il maggior incremento di occupati, come dichiarò il segretario del PD.

Insomma, qualche visita in più al sito dell’Istat avrebbe certamente giovato ad entrambi.

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