Ministri “ricchi” e ministri “poveri”. Il solito balletto sui soldi dei politici

ARTICOLO PUBBLICATO SU IL FOGLIO IL 03/03/2017


Ogni inizio marzo la stessa storia: paginate di tutti i quotidiani sulle dichiarazioni dei redditi di ministri, parlamentari e funzionari di partito. Una tradizione antica, iniziata nel 1982 quando per la prima volta venne richiesto il deposito della dichiarazione patrimoniale e dei redditi, oltre al rendiconto delle spese sostenute per la propaganda elettorale. L’obbligo si applicava a parlamentari, membri del Governo, consiglieri regionali, provinciali e comunali e rispettive giunte ed ai membri italiani del Parlamento europeo. Poco o nulla è cambiato da allora, se non che – dal 2012 – l’obbligo è stato allargato a tesorieri e capi partito e che le dichiarazioni sono ora accessibili online sul sito del Parlamento. Una storia non solo italiana: per mesi in America il candidato Donald Trump si è attirato le critiche della stampa e dei Democratici per non aver voluto pubblicare la propria dichiarazione, la cui diffusione è regola non scritta per i candidati alla Presidenza.

Nel 2015 Matteo Renzi ha guadagnato 103.283 euro, Luigi Di Maio ed Alessandro Di Battista 98.471, Gentiloni 109.607 euro, superato da Valeria Fedeli con 180.921 euro. È la ministra dell’Istruzione ad aggiudicarsi il primo posto all’interno del Consiglio dei Ministri per la particolare classifica. Tuttavia a ben vedere ci accorgiamo che la realtà non è così semplice: ad esempio Pier Carlo Padoan e Maurizio Martina, tra i ministri a fondo classifica, comunicano rispettivamente redditi imponibili da quasi 50 mila euro e 46.750 euro; tuttavia il titolare di Via XX Settembre dichiara un reddito complessivo di 125 mila euro – dedotto di ben 72 mila euro – come anche il responsabile dell’Agricoltura deduce dal reddito quasi 57 mila euro. Gli oneri contributivi, legati all’anno precedente in cui non a caso i redditi dei due ministri risultavano assai più elevati, possono infatti essere dedotti dal reddito complessivo. Forte scalpore ha provocato anche la perdita di Beppe Grillo, passato dai 355 mila euro del 2014 ai soli 71.957 del 2015. Ma è lo stesso Grillo a spiegare la differenza nella dichiarazione relativa al 2014, motivando il particolare arricchimento con la vendita di un immobile a Lugano e di una Mercedes Classe A.

Tuttavia domani non saranno questi i titoli che leggeremo sui principali quotidiani italiani: Beppe Grillo continuerà ad aver perso l’80 per cento del proprio reddito in un anno e Pier Carlo Padoan sarà comunque fanalino di coda del governo. Ma gli errori da penna rossa non si fermano qui: nelle versioni online diverse testate riportano le dichiarazioni come relative al 2016. Come invece è indicato in ogni documento fiscale pubblicato, i redditi sono chiaramente relativi al 2015. Tanta approssimazione e ricerca scandalistica fanno dubitare sull’enfasi offerta ogni anno alla pubblicazione dei redditi dei politici. Per di più, in un paese in cui non è ancora possibile – e probabilmente non lo sarà mai – consultare i finanziamenti utilizzati e ricevuti dai partiti per il referendum del 4 dicembre, come spiegato da OpenPolis.

Insomma, la pubblicazione è da sempre occasione di polemiche e pettegolezzi dei commentatori e sui social. Quest’anno la vittima principale è proprio la ministra Fedeli, rea di essere riuscita a guadagnare 180.921 euro nel 2015 senza poter contare su una laurea (come invece avrebbe dichiarato nel curriculum). Quale peggiore dimostrazione dell’afflato pauperista sempre più diffuso nel Belpaese?

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