Tutti gli errori di Di Maio e il M5s sul caso Minzolini

ARTICOLO PUBBLICATO SU IL FOGLIO IL 23/03/2017


È ormai un dato di fatto che il movimento di Beppe Grillo ha scelto, da tempo ma ancor più dopo l’elezione del Presidente americano, la via della delegittimazione dei mass media tradizionali e delle semplificazioni-disinformazioni-bufale, in un climax di gravità. L’ultimo esempio lo fornisce il caso Minzolini, l’ex direttore del TG1 – oggi in Forza Italia – sulla cui decadenza per ineleggibilità il Senato ha votato a sfavore, seguendo le prescrizioni della legge Severino. La votazione si è svolta a voto palese, e 19 senatori del Partito Democratico hanno votato contro la decadenza, evidentemente perché hanno trovato la condanna influenzata dal fumus persecutionis. Purtroppo quasi nessuno di loro ha giustificato la propria scelta sui social network e non siamo perciò in grado di conoscere le motivazioni, ne risponderanno loro stessi agli elettori.

Riepiloghiamo la storia giudiziaria: Augusto Minzolini è stato giudicato colpevole dalla Cassazione per peculato continuato e condannato a due anni e mezzo di reclusione e alla interdizione dai pubblici uffici; i giudici hanno verificato infatti un uso improprio della carta di credito della Rai con la quale l’ex direttore ha totalizzato spese per 65mila euro. Luigi Di Maio, leader in pectore del Movimento, ha parlato di atto eversivo, aggiungendo che i parlamentari non si dovrebbero più lamentare in caso di “atti violenti, perché i primi violenti che vanno contro la legge sono loro”, scatenando naturali polemiche nei giorni successivi. Il Vicepresidente della Camera, non soddisfatto, è tornato ieri sull’argomento durante l’intervista a Di Martedì (dal minuto 03:51), su La7. Di fronte al tentativo di Floris di ristabilire la realtà giuridica, Di Maio ha sbottato: “Non dirò mai che sul caso Minzolini è stata rispettata la legge perché il Parlamento doveva prendere atto della decisione di un altro potere dello Stato”. Il pubblico in studio è sembrato credergli visti gli applausi calorosi che ormai a La7 non stupiscono più, ma è stato ingannato.

L’articolo tre del decreto legislativo n. 235/2012, conosciuto ai più come legge Severino, prescrive che “qualora una causa di incandidabilità […] sopravvenga o comunque sia accertata nel corso del mandato elettivo, la Camera di appartenenza delibera ai sensi dell’articolo 66 della Costituzione.” Verificando il testo costituzionale si scopre che l’articolo citato prevede un “giudizio” da parte dei membri della camera interessata, e non una “presa d’atto” come pare sostenere Di Maio. Il Parlamento ha cioè il dovere di votare, ma non di approvare la decadenza del proprio membro. Ed affermare, come fa il deputato del M5s, che “nella legge Severino c’è scritto che la Camera deve votare perché non poteva scrivere altrimenti” è una banale tautologia che non dimostra in alcun modo l’automatismo della decadenza in caso di condanna passata in giudicato. In diritto le parole contano, per di più se contenute nella Costituzione; Luigi Di Maio, studente (fuoricorso) di giurisprudenza dovrebbe esserne a conoscenza. D’altra parte la sua tesi è smentita dal fatto che nella prima versione del decreto legislativo della Severino, preparata dal governo Monti nel 2012, il testo, come scoperto dall’Huffington Post, si presentava in modo differente: allora l’articolo tre – che sarebbe stato poi modificato – prevedeva la “decadenza di diritto”, senza rimandare all’articolo 66 della Costituzione. Se insomma il legislatore avesse voluto introdurre la decadenza automatica di fronte a una condanna in terzo grado lo avrebbe potuto fare. Gli stessi padri costituenti, evocati fino alla noia dai 5 stelle durante la campagna referendaria per il No, intendevano l’articolo 66 come un giudizio da parte del Parlamento, e non una semplice e più debole verifica o presa d’atto. Come ricorda il costituzionalista ed ex senatore del Pd Stefano Ceccanti sul Sole 24 Ore, Umberto Terracini, presidente dell’Assemblea Costituente, nel 1946 affermò “la Camera ha una sovranità che non tollera neppure nelle cose di minore importanza una qualsiasi limitazione. Potrà trattarsi di una posizione di carattere simbolico; tuttavia essa significa che ogni intromissione, sia pure della magistratura, è da evitarsi”.  Ma i pentastellati hanno commesso anche un altro errore sulla vicenda: hanno scritto infatti di “quarto grado di giudizio”, sul blog di Beppe Grillo. Il voto delle camere pone tuttavia l’attenzione sull’ineleggibilità e l’incompatibilità dei propri componenti, e non sulla sentenza passata in giudicato che rimarrà operativa e dovrà essere scontata anche da Minzolini.

Luigi Di Maio si confonde nell’interpretazione, in realtà piuttosto chiara, della legge Severino ed arriva addirittura ad affermare – sbagliando, concedendogli il beneficio del dubbio – che il Parlamento è fuori legge. Non sarà che l’esame mancante al giovane studente fuoricorso sia proprio quello di diritto costituzionale?

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