Se per Renzi il buco dell’Etruria è poca cosa

ARTICOLO PUBBLICATO SU LAVOCE.INFO IL 25/05/2017


Ritorna il fact-checking de lavoce.info. Passiamo al setaccio le dichiarazioni di politici, imprenditori e sindacalisti per stabilire, con numeri e fatti, se hanno detto il vero o il falso. Questa volta tocca a Matteo Renzi e alle sue dichiarazioni sulle perdite di Banca Etruria.

Se per Renzi il buco dell’Etruria è poca cosa

Le bugie del M5s sul reddito di cittadinanza

ARTICOLO PUBBLICATO SU IL FOGLIO IL 17/05/2017


Se il Movimento 5 Stelle è riuscito ad imporre nel dibattito pubblico nazionale una sua proposta economica questa è certamente il “reddito di cittadinanza”. Depositata da anni in Parlamento, rappresenta la priorità per il movimento fondato da Beppe Grillo, seppur presenti diverse criticità tecniche come sottolineato su Il Foglio da Luciano Capone. Tanto che dal 2015 – per sottolineare la sua valenza francescana– il Movimento organizza una marcia per promuoverlo, di 24 chilometri da Perugia ad Assisi. Marcia che tornerà anche il prossimo 20 maggio: da giorni il Blog sta pubblicizzando l’evento con brevi video come questo, in cui Isabella Adinolfi e Laura Agea – due eurodeputate – affermano: “Da 7 anni l’Europa chiede all’Italia di garantire il reddito di cittadinanza agli italiani che non raggiungono la soglia minima di povertà ma i partiti italiani continuano a ripetere che non si può fare, come se vivessero fuori dal mondo o semplicemente fuori dall’Europa, visto che il reddito di cittadinanza esiste in ben 26 Paesi europei su 28”. Le asserzioni sono tre: 1) il reddito di cittadinanza si applicherebbe solo a chi vive sotto la soglia minima di povertà; 2) l’Unione Europea ha raccomandato all’Italia ed agli altri paesi membri di adottare un reddito di cittadinanza; 3) l’istituto del reddito di cittadinanza è previsto in 26 paesi membri su 28. Verifichiamole una per una.

  1. Un reddito incondizionato garantito a tutti gli individui, senza verifica di requisiti o la richiesta di lavorare”: questo è il reddito di cittadinanza (o reddito di base), come spiega Stefano Toso, professore di scienze delle finanze all’Università di Bologna, nel breve saggio “Reddito di cittadinanza, o reddito minimo?” pubblicato da Il Mulino e recensito su Il Foglio da Andrea Garnero. Per verificarlo basta anche una meno impegnativa visita alla voce su Wikipedia. Ciò che invece il Movimento 5 Stelle chiama reddito di cittadinanza altro non è che un reddito minimo, cioè distribuito successivamente alla prova dei mezzi: prima di tutto una verifica del reddito che non può essere superiore a 600 euro al mese (soglia di povertà relativa dell’Unione Europea per un nucleo famigliare monoreddito), ed inoltre dell’appartenenza alle seguenti categorie: cittadini italiani maggiorenni o stranieri residenti lavoratori in Italia da almeno due anni, e – dai 18 ai 25 anni – il requisito di un diploma superiore. Il reddito minimo proposto dal Movimento propone un’integrazione del reddito famigliare, fino al raggiungimento della soglia di povertà relativa. Il reddito di cittadinanza così inteso dalla comunità scientifica è invece privo di tali condizioni: viene distribuito a tutti, ricchi e poveri, lavoratori e non lavoratori, nella stessa misura. Il reddito di cittadinanza del Movimento 5 Stelle non è dunque un reddito di cittadinanza.
  2. Anche sulle richieste europee le due eurodeputate incorrono nello stesso errore: le istituzioni europee non hanno mai raccomandato l’adozione di un reddito di base agli stati membri, come invece ha più volte affermato il blog di Beppe Grillo nel 2015 e nel 2016 (salvo poi specificare nel testo che in realtà le raccomandazioni sono per un reddito minimo, alimentando ancor più la confusione). Tanto è vero che quando per la prima volta il Parlamento europeo ha avuto la possibilità di prendere in considerazione l’adozione di un reddito di base – all’interno della relazione sulla regolamentazione della robotica di gennaio – la proposta è stata bocciata dalla maggioranza. Il reddito minimo invece viene – questo sì – viene promosso fin dal 1992.
  3. Non è perciò vero nemmeno che il reddito di cittadinanza “esiste in ben 26 paesi europei su 28, come affermano Adinolfi ed Agea: è vero invece che il reddito minimo è diffuso in 26 paesi dell’Unione Europea, a cui presto si potrebbe aggiungere anche l’Italia. Il Parlamento ha infatti approvato una legge delega per introdurre il Reddito di Inclusione, che se andrà a regime in qualche anno potrebbe far recuperare il terreno perso sul contrasto alla povertà. Un provvedimento sul quale – secondo OpenParlamento – otto senatori del Movimento 5 Stelle hanno votato contro, ed i restanti si sono astenuti.
Le bugie del M5s sul reddito di cittadinanza

E’ giusto quel che dice Di Maio sul lavoro?

ARTICOLO PUBBLICATO SU LAVOCE.INFO L’11/05/2017


Ritorna il fact-checking de lavoce.info. Passiamo al setaccio le dichiarazioni di politici, imprenditori e sindacalisti per stabilire, con numeri e fatti, se hanno detto il vero o il falso. Questa volta tocca a Luigi Di Maio e alle sue affermazioni sul mercato del lavoro.

COSA HA DETTO DI MAIO

Da quando è stato approvato il Jobs Act, in corrispondenza della diffusione dei bollettini di Istat, Inps e ministero del Lavoro, si accendono feroci polemiche sull’andamento del mercato del lavoro. Polemizzare su dati mensili inevitabilmente influenzati da oscillazioni temporanee e a volte casuali, non è molto produttivo. Da alcuni mesi, però, l’Istat diffonde l’analisi dei flussi occupazionali per classe d’età al netto dell’effetto demografico, mentre dal 2016 ministero del Lavoro, Inps e Istat producono – finalmente – una nota congiunta trimestrale.
Se poi alle polemiche sui numeri si aggiunge la diffusione di dati e commenti non accurati, il dibattito pubblico non fa progressi, anzi ne soffre. Come accaduto durante l’ultima puntata della trasmissione DiMartedì (La7), durante la quale Luigi Di Maio ha dichiarato (al minuto 45:32): “Abbiamo un paese che in questo momento non se la passa bene: tutti gli indici di […] disoccupazione stanno aumentando, e diminuisce l’occupazione; la disoccupazione giovanile quando diminuisce è perché ci sono giovani che o espatriano o perdono la speranza di trovare lavoro, non che diminuisca perché abbiamo trovato nuovi posti di lavoro”.

I DATI SUL MERCATO DEL LAVORO

Analizziamo dunque la sua dichiarazione alla luce degli ultimi dati sul mercato del lavoro diffusi da Istat. Il tasso di disoccupazione ha raggiunto un picco nel novembre 2014 – quando era al 13 per cento. Da allora si è ridotto fino a scendere all’11,4 per cento a settembre 2015, per poi risalire all’11,7, valore di marzo 2017, per un totale di 105mila disoccupati in più rispetto al settembre 2015. È forse a questa risalita che si riferisce l’onorevole Di Maio.
Il trend del tasso di occupazione è invece più lineare: dopo aver raggiunto un punto di minimo nel settembre 2013 (55 per cento), a marzo 2017 si attesta al 58 per cento, con un aumento degli occupati di quasi 750mila unità. Sono stati così quasi raggiunti i livelli occupazionali pre-crisi, il cui picco è stato registrato ad aprile 2008 con quasi il 59 per cento di occupati. A questi dati vanno aggiunti gli inattivi, in forte calo dal 2011 a oggi, come si vede dalla figura 1.
Nei dati su occupati e inattivi non si trova dunque evidenza delle affermazioni del vicepresidente della Camera.

Fonte: Istat

GIOVANI: SCORAGGIATI E IN FUGA?

Di Maio ha parlato anche di disoccupazione giovanile, affermando che la sua riduzione non è un dato positivo poiché sarebbe il riflesso dell’aumento degli inattivi e degli emigrati.
Dai dati per la popolazione compresa tra i 15 e i 24 anni si osserva una riduzione di 10 punti percentuali della frazione di giovani disoccupati sul totale della forza lavoro, dal 44,1 per cento di marzo 2014 al 34,1 per cento del marzo 2017. Dati precisi sulla “fuga di cervelli” non sono disponibili; i numeri a cui possiamo affidarci sono quelli delle iscrizioni all’Anagrafe degli italiani residenti all’estero (Aire) riportati dal “Rapporto sugli italiani all’estero” prodotto annualmente dalla Fondazione Migrantes. L’iscrizione al registro tuttavia non è obbligatoria nel corso del primo anno di permanenza fuori dai confini nazionali e quindi molto probabilmente risulta approssimata per difetto. Sulla base di una simulazione sul 2014 e il 2015, che calcola, rispettivamente, 32mila e 39mila espatri tra i 18 e i 34 anni, non sembra plausibile affermare che la riduzione di disoccupati fra i giovani sia stata completamente assorbita da nuovi inattivi e persone partiti in cerca di fortuna all’estero. Da gennaio 2014 a dicembre 2015, infatti, i disoccupati si sono ridotti di 116mila unità, gli inattivi sono aumentati di 13mila, gli espatriati sono stati circa 71mila, mentre la classe 15-24 anni si è ridotta di 68mila giovani per via dell’effetto demografico. L’affermazione di Di Maio potrebbe essere vera solo assumendo ipotesi piuttosto improbabili: ad esempio nel caso in cui tutti gli espatriati, gli inattivi e metà del calo demografico siano stati disoccupati.
Inoltre, poiché i dati sugli espatri per la fascia d’età tra i 15 e i 24 anni non sono disponibili, stiamo facendo riferimento a dati di espatriati tra i 18 e i 34 anni, di cui i più giovani rappresentano solo una parte. È ragionevole quindi pensare che l’effetto dell’espatrio sulla riduzione di disoccupati e inattivi tra i 15 e i 24 anni sia residuale.

Fonte: Istat
Nota: abbiamo scelto di usare i tassi invece dei valori assoluti a causa dell’effetto demografico che in questa fascia d’età è piuttosto forte.

Forse l’esponente del Movimento 5 Stelle prende in considerazione periodi più brevi? Seppur poco utili all’analisi, che è preferibile svolgere sul medio-lungo periodo, anche i trend congiunturali e tendenziali non sembrano dare ragione al vicepresidente della Camera. L’ultimo bollettino Istat mostra come nel primo trimestre del 2017 gli occupati siano aumentati di 35mila unità rispetto all’ultimo trimestre 2016, mentre disoccupati e inattivi sono diminuiti, rispettivamente di 38mila e 32mila unità. Anche tra i più giovani i risultati non sono in linea con quanto afferma Di Maio: rispetto all’ultimo trimestre i giovani lavoratori sono aumentati di 24mila, i disoccupati ridotti di 72mila e gli inattivi aumentati di 40mila (variazione trimestrale positiva che diventa negativa se però prendiamo in considerazione l’intero anno marzo 2016-marzo2017).
Con la grande recessione e la crisi dell’euro, il mercato del lavoro ha molto sofferto. Dalla fine del 2014 si registra però un miglioramento in quasi tutte le variabili. Miglioramento che tuttavia sta perdendo vigore negli ultimi mesi, soprattutto per i disoccupati. Si tratta quindi di un rallentamento, non di un peggioramento come sostiene Di Maio.

Da parte di un giovane politico che propone, assieme al suo Movimento, di cambiare radicalmente il nostro paese ci si attende una analisi della realtà accurata per poter sviluppare proposte di riforma efficaci. In questo caso, purtroppo, non è avvenuto: la dichiarazione di Di Maio è infatti una BUFALA.

Articolo scritto assieme a Mariasole Lisciandro e Gabriele Guzzi

E’ giusto quel che dice Di Maio sul lavoro?

Dopo 804 giorni cosa è rimasto del DDL Concorrenza

ARTICOLO PUBBLICATO SU IL FOGLIO IL 05/05/2017


Nell’arco di 804 giorni le nostre vite possono essere stravolte: si tratta di un periodo di tempo considerevole. Ancor più lo è in politica, sempre più fluida e repentina. Il disegno di legge Concorrenza è in discussione in Parlamento dal 20 febbraio 2015 – 804 giorni fa, appunto –, quando è stato approvato dal Consiglio dei Ministri. Un’era politica fa: al Ministero dello Sviluppo Economico sedeva ancora Federica Guidi.

Da allora Camera e Senato hanno approvato due volte il testo, ed ora la parola tornerà a Montecitorio. In due passaggi parlamentari gli articoli sono aumentati dai 32 del testo del Governo ai 74 attuali. Proprio questa, assieme ad altre, è una delle motivazioni che allarmano periodicamente economisti ed addetti ai lavori sulla bontà di un provvedimento che si dà l’obiettivo di liberalizzare mercati chiave per l’Italia. L’ultima polemica – rilanciata anche il garante della privacy Antonello Soro – riguarda la liberalizzazione selvaggia del telemarketing, per via dell’eliminazione del requisito del consenso preventivo per le chiamate promozionali prevista nel DDL.

Certo è che in più di due anni di discussione e votazioni le modifiche sono innumerevoli: più di 200 emendamenti sono stati approvati tra Camera e Senato. Sarà riuscito il Parlamento a resistere alle lusinghe di lobby e gruppi di interesse? Come aveva promesso roboante l’allora Presidente del Consiglio, secondo cui questo disegno di legge “incontrerà in Parlamento le resistenze delle lobby, e noi le sfideremo”. Non della stessa opinione Giovanni Pitruzzella, presidente dell’Antitrust, che nel dicembre scorso dichiarò: “Sembra che il DDL per la concorrenza si sia trasformato in qualcos’altro e forse questo una riflessione la deve porre”. Ecco dunque, tema per tema, una verifica di cosa è cambiato dalla versione originale, in meglio ed in peggio per i consumatori.

1. RC AUTO

Il mercato delle agenzie assicurative sull’autoveicolo occupa una parte considerevole del disegno di legge governativo, dall’articolo 2 al 14. La prima versione conteneva la possibilità di ottenere sconti dalle agenzie a fronte dell’installazione di scatole nere e misuratori del tasso alcolico sui veicoli e misure, piuttosto generali, per garantire una maggiore correlazione del premio assicurativo con la classe di merito assegnata al cliente assicurato.

Questa prima parte dell’articolato in realtà non ha ricevuto modifiche significative nel corso della discussione in Parlamento. Il cambiamento più importante è la migliore precisazione sugli sconti dovuti dalle compagnie assicurative agli automobilisti virtuosi – chi cioè non causa incidenti da almeno quattro anni – che vivono nelle province in cui la frequenza di incidenti stradali è maggiore. C’è chi si lamenta dell’eccessiva discrezionalità lasciata alle agenzie nella determinazione degli sconti, come Il Fatto Quotidiano: tuttavia una più precisa indicazione avrebbe rischiato di sostituire il mercato nella politica di prezzo. Niente di più anti-concorrenziale.

2. BANCHE

Il DDL prevedeva un motore di ricerca indipendente dei servizi bancari offerti, con particolare riguardo alle carte di pagamento, per consentire un confronto rapido ed imparziale ai clienti. Nulla di significativo è cambiato dalla prima versione.

3. COMUNICAZIONI

Sul settore delle comunicazioni, con gli articoli 16, 17 e 23, il DDL Guidi-Renzi eliminava i vincoli ed imponeva maggiore trasparenza sulle penali per il cambio di gestore telefonico, fisso e mobile, e degli abbonamenti televisivi. Prevedeva inoltre l’eliminazione dei costi eccessivi pert le chiamate ai numeri verde delle società bancarie e di gestione di carte di credito, da parte degli utenti.

Da allora il Parlamento ha introdotto la possibilità di pagare biglietti teatrali e del cinema tramite le Sim dei nostri smartphone e previsto un registro delle opposizioni anche contro l’invio di pubblicità indesiderata tramite posta. Non è mancata tuttavia una polemica per un emendamento approvato che avrebbe introdotto la possibilità di far pagare agli utenti le spese di recesso e trasferimento ad altro operatore, differentemente dal decreto Bersani del 2007 che vietò ogni pagamento per il recesso da un operatore.

4. POSTE

Poste Italiane non avrà più il monopolio dell’invio ai cittadini delle multe e delle notifiche giudiziarie. Questo prevedeva il DDL Concorrenza, prima che la Camera posticipasse il provvedimento al 10 giugno 2017 ed il Senato di ulteriori tre mesi. Si tratta in realtà di semplici accorgimenti tecnici dovuti al ritardo nell’approvazione della legge.

5. FORNITURA DI GAS ED ENERGIA ELETTRICA

Su gas ed energia elettrica il Governo proponeva di ridurre progressivamente, fino all’abolizione definitiva a luglio 2018, il regime di maggior tutela per aprire il mercato dell’energia all’intera platea di consumatori. Il Senato ha successivamente modificato la norma, posticipando la novità a luglio 2019, sul modello di quanto accaduto per il monopolio di Poste.

6. AVVOCATI

Buona parte del disegno di legge di iniziativa governativa trattava di professionisti, in particolare avvocati e notai. Per incentivare la concorrenza nella classe forense, con l’obiettivo di ridurre le parcelle ed eliminare rendite di posizione, si è proposto di abrogare l’obbligo di tenere domicilio professionale presso la sede dell’associazione di avvocati di cui si fa parte e si è aperta la possibilità anche per non iscritti all’albo di entrare nel capitale sociale.  Il governo aveva previsto inoltre l’obbligo di presentare un preventivo della parcella prima dell’avvio della collaborazione e – pezzo forte presentato da Renzi – la possibilità di certificare la compravendita di immobili non ad uso abitativo di valore catastale inferiore ai 100.000 euro davanti ad un avvocato e non più ad un notaio.

Novità tuttavia in parte rientrate nei passaggi parlamentari: gli avvocati non potranno certificare l’acquisto (e le successive azioni giuridiche) per gli immobili non ad uso abitativo e l’ingresso di capitali esterni nelle associazioni forensi non dovrà superare un terzo del totale, garantendo il controllo dei due terzi agli iscritti all’albo degli avvocati.

7. NOTAI

Anche sui notai le novità a favore del mercato e dei consumatori erano molte: erano stati ridefiniti i criteri della distribuzione geografica, allargandoli dall’area di competenze delle Costi d’Appello alle regioni, ed eliminato il reddito minimo di 50.000 euro annuo. Introdotta inoltre la possibilità di aprire una società a responsabilità limitata (Srl) con una semplice scrittura privata, mantenendo tuttavia l’obbligo di registrazione presso il registro delle imprese.

Proprio quest’ultima novità è saltata in Commissione Industria al Senato, su segnalazione della Procura Nazionale Antimafia, preoccupata della tracciabilità degli atti utile contro le attività della criminalità organizzata ed il riciclaggio di denaro.

8. FONDI PENSIONE

L’articolo 15 del primo articolato prevedeva la portabilità completa tra i vari fondi pensionistici complementari e l’impossibilità di deroghe contrarie inserite nei contratti nazionali.

Novità saltata in parte, per la quota del datore di lavoro la cui portabilità continuerà ad essere a discrezione degli accordi sindacali.

9. FARMACIE

Anche sulle farmacie lo sforzo dell’allora Governo era stato deciso: veniva rimosso il limite massimo delle quattro licenze in capo ad un unico soggetto, per consentire benefiche economie di scala. Era inoltre consentito l’ingresso di soci di capitali alla titolarità delle farmacie.

Una misura dimezzata dal Senato che – per evitare distorsioni – ha imposto un tetto regionale del 20 per cento oltre il quale il controllo delle farmacie in mano a società di capitali non potrà spingersi. Non è stato inoltre approvato l’emendamento presentato da Scelta Civica alla Camera per la liberalizzazione dei farmaci di fascia C, oggi venduti solo nelle strutture farmacistiche.

10. ALTRO

Il Parlamento oltre alla modifica degli articoli scritti dal Governo si è dedicato anche all’introduzione di alcune novità: prima fra tutte l’abolizione del parity rate, vale a dire la possibilità per gli alberghi di offrire tariffe più basse rispetto a quelle proposte da Booking.com e altri intermediari online, un tema caro anche alla Commissione Europea. È stata inoltre inserita una delega legislativa di dodici mesi entro i quali il Governo è chiamato a riordinare il tema scottante delle norme sugli autoservizi pubblici non di linea, quindi Ncc ed Uber.

Secondo Salvatore Tomaselli, sentito da Il Foglio in quanto relatore del testo, “non ci sono stati condizionamenti impropri da parte di associazioni di categoria e lobby. Abbiamo ascoltato tutti nelle audizioni in Commissione, alla luce del sole.” Attribuisce invece i ritardi nell’approvazione del testo alla politica, in particolare ai “cambi di ministri ed alle scadenze elettorali”. È la politica che deve essere in grado di fare sintesi fra posizioni ed interessi contrapposti, – afferma Tomaselli – ed in questo senso il percorso del DDL Concorrenza è stato faticoso”. E cosa ancora manca nel DDL? “Se devo indicare due temi su cui ho auspicato che si possa fare di più e sui quali credo che il dibattito sia maturo al giorno d’oggi sono la regolamentazione delle lobby e la regolamentazione della sharing economy”. Alla Camera l’onere di approvare in fretta il disegno di legge, per non avere – dopo il governo – anche la legge dai “mille giorni”.

Dopo 804 giorni cosa è rimasto del DDL Concorrenza

Alitalia è davvero indispensabile?

ARTICOLO PUBBLICO SU LAVOCE.INFO IL 03/05/2017


LE PAROLE DEL MINISTRO CALENDA

Alitalia è davvero indispensabile?

Flixbus è salva

ARTICOLO PUBBLICATO SU IL FOGLIO IL 25/04/2017


Flixbus è salva: il governo ha ufficializzato la decisione di stralciare la norma inserita nel Milleproroghe che, se confermata, avrebbe estromesso l’azienda dal mercato italiano dei trasporti. Nelle concitate ore immediatamente precedenti alla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del decreto approvato dal Consiglio dei Ministri dell’undici aprile scorso, Il Foglio ha raggiunto Andrea Incondi, managing director di Flixbus Italia.

Da quando siamo sbarcati sul mercato italiano abbiamo permesso ad oltre tre milioni e mezzo di passeggeri di viaggiare ad un prezzo sostenibile, collegando oltre cento città di zone anche remote e non raggiunte dalla mobilità tradizionale” ricorda il manager. Non solo: “il nostro modello aziendale ha permesso a cinquanta aziende italiane di inserirsi nell’altrimenti inarrivabile mercato della media e lunga percorrenza, popolato da colossi del low cost come Italo e Ryanair”. Tutto ciò è reso possibile dall’innovativa piattaforma di e-commerce offerta da Flixbus alle aziende che decidono di affiliarsi – perlopiù piccoli e medi operatori del settore. Gli standard da garantire per entrare a far parte del circuito sono piuttosto elevati, sia dal punto di vista della sicurezza che del comfort: i bus devono essere dotati di wifi, prese elettriche, sedili reclinabili e avvolgenti, in caso di tratte notturne. Flixbus si occupa della brandizzazione dei mezzi, svolge approfondite analisi di mercato e, soprattutto, stabilisce i prezzi basandosi sul principio domanda/offerta. Tutte caratteristiche assai gradite agli utenti ma che evidentemente hanno fatto storcere il naso a qualche competitor.

Incondi ne fa una questione di principio: “non solo l’emendamento al Milleproroghe è chiaramente un provvedimento contra aziendam ma lede il principio di libera concorrenza e dimostra come in questo Paese l’attrattività per gli investitori sia un valore che rischia di essere messo in discussione letteralmente in qualsiasi momento”. Incondi racconta della fatica incontrata per spiegare alla casa madre quanto accaduto in Parlamento: “erano semplicemente increduli. Abbiamo dovuto spiegar loro che solo in Italia, tra i venti paesi in cui operiamo, si entra in un mercato con regole chiare e ben definite, e basta un semplice blitz dell’ultimo minuto per mettere in discussione un intero modello di business”. “La concorrenza” spiega Incondi “spinge il mercato verso l’innovazione e il miglioramento, non dovrebbe essere qualcosa da temere”.

È quello che, con altre parole, hanno affermato sia l’Antitrust che l’Autorità di Regolazione dei Trasporti. Il primo, per bocca del suo presidente Giovanni Pitruzzella, ha chiesto al Parlamento di eliminare l’emendamento definendolo «una norma che impedisce a un operatore particolarmente dinamico e competitivo lo svolgimento della propria attività», e riconoscendo come «la diffusione di piattaforme e l’ingresso nel mercato italiano di nuovi operatori nazionali e stranieri hanno delineato un contesto competitivo molto vivace e sfidante».

L’ART, competente per la regolazione dei trasporti e delle infrastrutture, il quattro aprile scorso ha trasmesso al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti un parere nel quale chiede di favorire l’offerta di nuovi servizi nel trasporto di linea su autobus a media e lunga percorrenza, affermando che «il mercato si è ampliato con l’ingresso di operatori connotati da una struttura aziendale innovativa. Al contempo l’entrata dei nuovi attori ha indotto i principali incumbent ad innovare il loro modello di business». L’ART sottolinea inoltre che «la disposizione contenuta nel c.d. “Decreto Milleproroghe”, che limita ad alcune specifiche forme di associazione temporanea d’impresa le aggregazioni alle quali è consentito richiedere l’autorizzazione a svolgere trasporto di linea, costituisce un vincolo nell’accesso al mercato per gli operatori – che fino ad oggi hanno operato associati, in forma diversa rispetto a quanto previsto dalla nuova norma introdotta col “Decreto Milleproroghe” – a danno di un’offerta di servizi adeguata alle esigenze di mobilità degli utenti».

La petizione lanciata su Change.org dal magazine Strade per salvare Flixbus aveva già raccolto oltre sessantamila firme tra cui quelle di Oscar Giannino, Pierluigi Battista e Alberto Mingardi. Ma soprattutto decine di migliaia di semplici cittadini convinti che garantire la libera concorrenza sia un bene per la collettività. Per questo Incondi oggi parla del salvataggio di Flixbus non come “la vittoria di uno, ma di tutti: di tutte le aziende che lavorano ogni giorno al nostro fianco; della concorrenza, grazie a cui gli italiani continueranno a poter decidere come viaggiare; di chiunque voglia scegliere di investire in Italia, perché si è finalmente dato un segnale sulla certezza delle leggi”.

Articolo scritto assieme ad Antonio Grizzuti

Flixbus è salva

Dove va la Francia? I programmi di Le Pen e Macron a confronto

ARTICOLO PUBBLICATO SU IL FOGLIO IL 24/04/2017


Il primo turno delle elezioni francesi ha emesso il verdetto: saranno Emmanuel Macron e Marine Le Pen a sfidarsi nel ballottaggio del prossimo 7 maggio in cui verrà scelto il nuovo presidente della Repubblica francese. Candidati all’opposto su tutta la linea e che si rivolgono ad elettorati assai diversi. Naturalmente anche i programmi elettorali mostrano differenze sostanziali: se Le Pen propone di uscire dall’Euro, Macron è il competitor più europeista della storia politica francese recente; se il leader di En Marche! non ritiene l’immigrazione tra le cause del terrorismo francese, Marine pensa di “fermare l’immigrazione legale ed illegale” in particolare dai paesi musulmani.

Nei prossimi paragrafi troverete un breve confronto tra i due sui temi della sicurezza, dell’Europa e politica estera, sulle politiche economiche e sull’ambiente. Le fonti principali sono i programmi elettorali – più compatto ma approfondito quello di Macron, più ampio ma meno dettagliato per Le Pen – e gli aggiornamenti di Francesco Maselli, giovane giornalista italiano che da alcuni mesi segue le elezioni presidenziali francesi con una newsletter settimanale gratuita.

SICUREZZA E IMMIGRAZIONE

La Francia è stata sconvolta, negli ultimi anni, dal terrorismo di matrice islamista ed anche per questo il tema della sicurezza è uno fra i più sentiti dall’elettorato.

Marine Le Pen può contare sulla piattaforma programmatica più solida: prevede l’abbandono di Schengen per ristabilire le frontiere nazionali e la punizione per indegnità nazionale per quei cittadini francesi radicalizzati tenuti sotto sorveglianza. Le Pen, se eletta, intende anche “mettere in pratica un piano di disarmo delle banlieu e rimettere sotto controllo le zone far west“, riferendosi ovviamente alle periferie delle grandi città francesi in gran parte abitate da cittadini di religione musulmana. Per riuscirci è disposta a colpire la criminalità minorile bloccando i sussidi sociali alle famiglie con minori recidivi ed aumentare di 40.000 posti la capienza carceraria. Come è noto, la leader del Front National propone la linea dura sull’immigrazione: espatrio dei criminali stranieri attraverso accordi bilaterali, stop alla naturalizzazione degli stranieri entrati illegalmente in Francia ed allo ius soli e riduzione dell’immigrazione legale a 10.000 stranieri all’anno (ma oggi la Francia ne accoglie più di 220 mila all’anno). Non solo: secondo LesEchos Le Pen sosterebbe anche un “periodo di attesa” di due anni durante il quale agli immigrati regolari non verrebbero rimborsate alcune spese sanitarie. Queste ultime proposte si scontrerebbero con il principio di libertà di movimento dei cittadini europei sancito dai trattati ma ciò non deve stupire, d’altra parte la destra francese si dice pronta a stracciare le regole comunitarie.

Anche Emmanuel Macron propone di aumentare la dotazione delle carceri francesi per 15.000 nuovi posti di cui una parte dedicata a centri penitenziari esclusivi per i foreign fighters. Il candidato liberale intende inoltre aumentare l’organico delle forze di polizia di 10.000 unità e la spesa per la sicurezza, in particolare a sostegno della cybersecurity. Ma non solo: a sorpresa nelle ultime settimane ha proposto un servizio militare obbligatorio mensile per tutti i giovani, sul modello di quanto proposto in Italia dalla Lega di Matteo Salvini. Non compaiono invece nel programma provvedimenti forti sull’immigrazione, se non la creazione di una guardia transfrontaliera europea per la salvaguardia delle frontiere esterne dell’Unione, sul modello di Frontex. A ben vedere, il candidato che si definisce “né di destra, né di sinistra” non è riuscito a legare le proposte ad una narrazione efficace, come invece ha fatto Le Pen accomunando il rischio per la sicurezza ed il terrorismo islamista ad uno dei suoi temi più cari: l’immigrazione.

ECONOMIA, LAVORO E WELFARE

Il candidato di En Marche! può invece contare su una piattaforma programmatica più organica su economia, welfare e lavoro, partorita – come ha raccontato Leonardo Martinelli su Pagina99 – da un gruppo di 400 esperti guidati dall’ex ministro socialista dell’Economia Jean Pisani-Ferry. Secondo lavoce.info Macronsi prefigge di porre le basi per un nuovo modello di crescita, giusta e sostenibile (anche dal punto di vista macroeconomico) perché ecologica e al servizio della mobilità sociale”. Il giovane outsider, seppur criticando l’austerità di bilancio imposta da Bruxelles durante la crisi, indica come obiettivo il rispetto del limite del 3% di deficit nel rapporto con il PIL (nel 2016, secondo la Commissione Europea, ancora al 3,3%). In parallelo il politico di Amiens propone un imponente piano di investimenti pubblici per 50 miliardi in 5 anni allo scopo di sostenere la transizione digitale ed ecologica del paese. Per coprire la nuova spesa in conto capitale prevede di ridurre la spesa pubblica per ben 60 miliardi entro un quinquennio, grazie a maggiore efficienza della pubblica amministrazione, il mancato rinnovamento di 120.000 dipendenti pubblici e l’aumento occupazionale che dovrebbe permettere di ridurre la spesa per gli ammortizzatori sociali. Proprio dalla carenza di previsioni dettagliate nascono le critiche dell’economista francese Thomas Porcher, che ha denunciato con 14 tweet le “zone d’ombra” del programma economico di En Marche! Programma in cui compare per di più la riduzione della pressione fiscale, di cui beneficeranno le imprese grazie alla riduzione della tassazione sui profitti, i lavoratori per via di una riduzione del cuneo fiscale a beneficio della fascia più debole della popolazione, ed i proprietari di casa con l’abolizione della tassa sugli immobili per l’80% dei proprietari. Per il mercato del lavoro la strategia dell’ex ministro dell’Economia è chiara: aumentare il potere contrattuale dei lavoratori non a scapito dell’imprenditore, ma estendo le salvaguardie di welfare in caso di disoccupazione e di carriera discontinua. Vuole quindi ampliare i beneficiari del salario universale di disoccupazione anche ai lavoratori autonomi e a coloro che si licenziano e favorire il lavoro stabile rendendo meno convenienti i contratti precari, con l’introduzione contestuale di una certa flessibilità sulle tutele dei lavoratori – in particolare sul limite delle 35 ore settimanali – favorendo la contrattazione a livello aziendale. Non manca infine un passaggio sulle pensioni: Macron prevede il mantenimento dell’età pensionabile a 62 anni, rafforzando tuttavia il principio di “un euro di contributi, un euro di pensione” anche per quelle categorie che godono di regimi pensionistici speciali. D’altra parte è previsto l’aumento delle pensioni minime di 100 euro, nel tentativo di ingraziarsi parte dell’elettorato più anziano che gli preferisce ancora il repubblicano Fillon.

Marine Le Pen porta avanti il patriottismo economico e la sua battaglia per l’abbandono del libero commercio, condizione, secondo la candidata, per un processo di reindustrializzazione ordinato. Per questo propone un “protezionismo intelligente” – termine ideato dal suo consigliere economico Jean Messiha, ex alto funzionario al ministero della Difesa – per imporre barriere doganali a difesa dei settori strategici e contro beni importati da grandi gruppi francesi che hanno delocalizzato la produzione all’estero. In particolare LesEchos scrive di un dazio doganale del 3% su gran parte delle importazioni (che porterebbe a un gettito di circa 15 miliardi l’anno), ma non su tutte: “non ha senso – ha dichiarato Marine Le Pen – un’imposta su tutti i prodotti di tutti i paesi. Non tasseremo ad esempio il caffè, dal momento che la Francia non ne produce, e non c’è motivo di tassare alcuni paesi dell’Unione Europea. Tasseremo invece chi fa dumping sociale e fiscale”. Proposte che certamente le hanno attirato il favore della classe operaia francese, nella quale Marine Le Pen ottiene ben il 43% dei consensi secondo l’analisi di Salvatore Borghese su YouTrend. Trova quindi posto nel programma l’abbandono dell’Euro attraverso un referendum popolare ed il finanziamento del debito pubblico da parte della banca centrale francese (il che tuttavia, secondo buona parte degli economisti, porterebbe ad un’iperinflazione ed a un forte aumento dei tassi di interesse), oltre all’istituzione di un’Autorità di Sicurezza Economica che limiti gli investimenti stranieri rischiosi per l’interesse nazionale. Non a caso nel corso del primo dibattito televisivo Le Pen ha portato a modello l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, per ottenere “risultati formidabili”. Sul lato del welfare per la leader del FN l’età pensionabile è troppo alta: sarà ridotta, nel caso di vittoria, da 62 a 60 anni oppure a 40 anni di contributi (mentre la legge in vigore prevede un aumento a 43 anni entro il 2035, per un risparmio sulla spesa pensionistica di circa 16 miliardi di euro). Non potrebbe mancare l’abolizione della Loi Travail, la contestatissima riforma del lavoro approvata dal governo socialista solo l’anno scorso, mentre verrebbero mantenute le 35 ore lavorative settimanali. Il Front National propone inoltre la riduzione della tassazione sul reddito del 10% e la defiscalizzazione per due anni delle assunzioni di giovani fino a 21 anni, tagliando perciò fuori i giovani laureati che – non a caso – premiano col 30% l’avversario Macron. In totale, secondo Challenges, l’azione redistributiva proposta dal FN verrebbe a costare allo stato francese 85 miliardi di euro, una somma ancora più monstre rispetto al piano di investimenti di Macron. Anche in questo caso le coperture di bilancio languono, per di più dopo l’impegno di Marine sul contenimento del deficit al 3% entro il 2019 ed al 1,3 per il 2022: per riuscirci prevede una crescita dell’economia al ritmo di 2% l’anno, un gettito di 20 miliardi dai nuovi dazi, circa 40 miliardi di minori spese per la riduzione dei sussidi di disoccupazione ed il risparmio dei 19 miliardi versati ogni anno dalla Francia al bilancio dell’Unione Europea. Vale quanto scritto per Macron: enormi nuovi spese che difficilmente verranno coperte con le coperture annunciate, troppo ottimistiche.

EUROPA E POLITICA ESTERA

Le due opposte ideologie si scontrano anche sull’Europa e moneta unica. Il programma di Le Pen, almeno a parole, è semplice: fuori dall’Eurozona, dall’Unione Europea e pure dalla Nato (in cui la Francia è rientrata solo nel 2009). La candidata della Destra a Lione davanti ai suoi sostenitori ha affermato di voler aprire un confronto di sei mesi con Bruxelles, per ottenere maggiore autonomia e sovranità; nel caso la trattativa non dovesse andare a buon fine Le Pen indirebbe un referendum popolare sulla “Frexit”. Per la candidata della periferia parigina l’Europa è il nemico numero uno: non è un caso che venga citata un’unica volta fra i suoi 144 punti programmatici, ma solo per prenderne le distanze e rivendicare la sovranità politica ed economica della Francia. È interessante tuttavia notare come le proposte di politica fiscale siano ancora calcolate in euro: evidentemente la leader nazionalista non può permettersi di mostrare al proprio elettorato la perdita di potere d’acquisto che porterebbe la svalutazione del nuovo franco per le fasce meno abbienti.

Al contrario Emmanuel Macron fa dell’Europa uno dei pilastri fondamentali del suo programma, definito il più europeista mai presentato in Francia da un candidato alla presidenza. Nel suo programma indica la via per uscire dal “decennio perduto” per il continente europeo, fornendo soluzioni comunitarie ai problemi che segnano la Francia. Intende perciò costituire una sovranità europea: per questo propone un grande dibattito comunitario che coinvolga l’intero continente, al termine del quale ogni paese consegnerà una proposta di analisi dei problemi più sentiti e le soluzioni individuate dai cittadini per risolverli. Con lo stesso obiettivo immagina di destinare i 73 seggi a Strasburgo riservati fino ad oggi alla Gran Bretagna ad un’elezione europea, e non più paese per paese, con liste votate in tutta Europa. Sul lato più economico, il leader di En Marche! porta avanti due cambiamenti istituzionali per rilanciare la capacità di intervento dell’Unione: un bilancio dell’Eurozona ed un super-ministero delle finanze che guidi le politiche dell’unione monetaria nel sostegno all’industria, nella difesa del mercato unico, nel supporto alla transizione digitale ed ecologica. Globalizzazione sì, ma non selvaggia. Macron promette infatti la lotta alla concorrenza fiscale al ribasso in favore delle multinazionali e di concedere l’accesso al mercato unico solo alle imprese che detengono almeno la metà della produzione sul territorio europeo. L’orizzonte comune è fondamentale per affrontare anche il tema della difesa: proprio in Francia, che bocciò la Comunità europea di Difesa nel 1954, potrebbe prevalere il suo programma fortemente favorevole all’integrazione degli organi militari. A partire dalla costituzione di un fondo europeo di sicurezza per finanziare un esercito comune, di un quartier generale permanente ed un consiglio di sicurezza europeo che riunisca i responsabili militari dei 27 paesi.

AMBIENTE

Emmanuel Macron ha dichiarato che l’ecologismo è una delle tre gambe su cui poggia il suo movimento, assieme alla cultura socialdemocratica e quella liberale. L’ambizione del giovane candidato è rendere la Francia un leader mondiale nella ricerca in materia di transizione ecologica: intende quindi rispettare i trattati di Parigi, eliminando le centrali a carbone entro cinque anni e impedendo lo sfruttamento di nuove fonti energetiche da idrocarburi. Di contro prevede di raddoppiare la potenza ricavata da fonti rinnovabili in un quinquennio, anche grazie al piano di investimento da 50 miliardi di euro. Macron ha inoltre dichiarato guerra ai pesticidi e vuole promuovere l’acquisto di automobili a basse emissioni grazie ad un bonus all’acquisto di 1000 euro.

Sull’ambiente Marine Le Pen si allontana in modo netto dall’alleato americano Donald Trump, giunto fino a negare l’evidenza del cambiamento climatico. Ciò nonostante la presidente del Front National non fa riferimento ai trattati di Parigi della Cop21 volendo svincolare la Francia da ogni accordo che possa mettere in dubbio la sovranità nazionale. Sul banco degli imputati c’è ancora la globalizzazione colpevole dei cambiamenti climatici e dei danni ambientali, come sostenuto dal suo stretto consigliere Philippe Murer. È in particolare grazie alle sue parole convincenti se Le Pen, una volta eletta, abbandonerà progressivamente le energie fossili al di fuori del nucleare (anche se l’energia fotovoltaica è osteggiata dalla candidata per via dell’impatto estetico). Ma non solo: sui temi ambientali il protezionismo economico che caratterizza l’intero impianto programmatico diviene autarchia alimentare ed agricola, meglio se bio. Il programma cita inoltre la protezione delle zone di interesse ambientale, la difesa degli animali – in particolare delle api – ed il divieto assoluto degli OGM.

Articolo scritto assieme ad Andrea Silvagni

Dove va la Francia? I programmi di Le Pen e Macron a confronto