Le bugie del M5s sul reddito di cittadinanza

ARTICOLO PUBBLICATO SU IL FOGLIO IL 17/05/2017


Se il Movimento 5 Stelle è riuscito ad imporre nel dibattito pubblico nazionale una sua proposta economica questa è certamente il “reddito di cittadinanza”. Depositata da anni in Parlamento, rappresenta la priorità per il movimento fondato da Beppe Grillo, seppur presenti diverse criticità tecniche come sottolineato su Il Foglio da Luciano Capone. Tanto che dal 2015 – per sottolineare la sua valenza francescana– il Movimento organizza una marcia per promuoverlo, di 24 chilometri da Perugia ad Assisi. Marcia che tornerà anche il prossimo 20 maggio: da giorni il Blog sta pubblicizzando l’evento con brevi video come questo, in cui Isabella Adinolfi e Laura Agea – due eurodeputate – affermano: “Da 7 anni l’Europa chiede all’Italia di garantire il reddito di cittadinanza agli italiani che non raggiungono la soglia minima di povertà ma i partiti italiani continuano a ripetere che non si può fare, come se vivessero fuori dal mondo o semplicemente fuori dall’Europa, visto che il reddito di cittadinanza esiste in ben 26 Paesi europei su 28”. Le asserzioni sono tre: 1) il reddito di cittadinanza si applicherebbe solo a chi vive sotto la soglia minima di povertà; 2) l’Unione Europea ha raccomandato all’Italia ed agli altri paesi membri di adottare un reddito di cittadinanza; 3) l’istituto del reddito di cittadinanza è previsto in 26 paesi membri su 28. Verifichiamole una per una.

  1. Un reddito incondizionato garantito a tutti gli individui, senza verifica di requisiti o la richiesta di lavorare”: questo è il reddito di cittadinanza (o reddito di base), come spiega Stefano Toso, professore di scienze delle finanze all’Università di Bologna, nel breve saggio “Reddito di cittadinanza, o reddito minimo?” pubblicato da Il Mulino e recensito su Il Foglio da Andrea Garnero. Per verificarlo basta anche una meno impegnativa visita alla voce su Wikipedia. Ciò che invece il Movimento 5 Stelle chiama reddito di cittadinanza altro non è che un reddito minimo, cioè distribuito successivamente alla prova dei mezzi: prima di tutto una verifica del reddito che non può essere superiore a 600 euro al mese (soglia di povertà relativa dell’Unione Europea per un nucleo famigliare monoreddito), ed inoltre dell’appartenenza alle seguenti categorie: cittadini italiani maggiorenni o stranieri residenti lavoratori in Italia da almeno due anni, e – dai 18 ai 25 anni – il requisito di un diploma superiore. Il reddito minimo proposto dal Movimento propone un’integrazione del reddito famigliare, fino al raggiungimento della soglia di povertà relativa. Il reddito di cittadinanza così inteso dalla comunità scientifica è invece privo di tali condizioni: viene distribuito a tutti, ricchi e poveri, lavoratori e non lavoratori, nella stessa misura. Il reddito di cittadinanza del Movimento 5 Stelle non è dunque un reddito di cittadinanza.
  2. Anche sulle richieste europee le due eurodeputate incorrono nello stesso errore: le istituzioni europee non hanno mai raccomandato l’adozione di un reddito di base agli stati membri, come invece ha più volte affermato il blog di Beppe Grillo nel 2015 e nel 2016 (salvo poi specificare nel testo che in realtà le raccomandazioni sono per un reddito minimo, alimentando ancor più la confusione). Tanto è vero che quando per la prima volta il Parlamento europeo ha avuto la possibilità di prendere in considerazione l’adozione di un reddito di base – all’interno della relazione sulla regolamentazione della robotica di gennaio – la proposta è stata bocciata dalla maggioranza. Il reddito minimo invece viene – questo sì – viene promosso fin dal 1992.
  3. Non è perciò vero nemmeno che il reddito di cittadinanza “esiste in ben 26 paesi europei su 28, come affermano Adinolfi ed Agea: è vero invece che il reddito minimo è diffuso in 26 paesi dell’Unione Europea, a cui presto si potrebbe aggiungere anche l’Italia. Il Parlamento ha infatti approvato una legge delega per introdurre il Reddito di Inclusione, che se andrà a regime in qualche anno potrebbe far recuperare il terreno perso sul contrasto alla povertà. Un provvedimento sul quale – secondo OpenParlamento – otto senatori del Movimento 5 Stelle hanno votato contro, ed i restanti si sono astenuti.
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Le bugie del M5s sul reddito di cittadinanza

Ministri “ricchi” e ministri “poveri”. Il solito balletto sui soldi dei politici

ARTICOLO PUBBLICATO SU IL FOGLIO IL 03/03/2017


Ogni inizio marzo la stessa storia: paginate di tutti i quotidiani sulle dichiarazioni dei redditi di ministri, parlamentari e funzionari di partito. Una tradizione antica, iniziata nel 1982 quando per la prima volta venne richiesto il deposito della dichiarazione patrimoniale e dei redditi, oltre al rendiconto delle spese sostenute per la propaganda elettorale. L’obbligo si applicava a parlamentari, membri del Governo, consiglieri regionali, provinciali e comunali e rispettive giunte ed ai membri italiani del Parlamento europeo. Poco o nulla è cambiato da allora, se non che – dal 2012 – l’obbligo è stato allargato a tesorieri e capi partito e che le dichiarazioni sono ora accessibili online sul sito del Parlamento. Una storia non solo italiana: per mesi in America il candidato Donald Trump si è attirato le critiche della stampa e dei Democratici per non aver voluto pubblicare la propria dichiarazione, la cui diffusione è regola non scritta per i candidati alla Presidenza.

Nel 2015 Matteo Renzi ha guadagnato 103.283 euro, Luigi Di Maio ed Alessandro Di Battista 98.471, Gentiloni 109.607 euro, superato da Valeria Fedeli con 180.921 euro. È la ministra dell’Istruzione ad aggiudicarsi il primo posto all’interno del Consiglio dei Ministri per la particolare classifica. Tuttavia a ben vedere ci accorgiamo che la realtà non è così semplice: ad esempio Pier Carlo Padoan e Maurizio Martina, tra i ministri a fondo classifica, comunicano rispettivamente redditi imponibili da quasi 50 mila euro e 46.750 euro; tuttavia il titolare di Via XX Settembre dichiara un reddito complessivo di 125 mila euro – dedotto di ben 72 mila euro – come anche il responsabile dell’Agricoltura deduce dal reddito quasi 57 mila euro. Gli oneri contributivi, legati all’anno precedente in cui non a caso i redditi dei due ministri risultavano assai più elevati, possono infatti essere dedotti dal reddito complessivo. Forte scalpore ha provocato anche la perdita di Beppe Grillo, passato dai 355 mila euro del 2014 ai soli 71.957 del 2015. Ma è lo stesso Grillo a spiegare la differenza nella dichiarazione relativa al 2014, motivando il particolare arricchimento con la vendita di un immobile a Lugano e di una Mercedes Classe A.

Tuttavia domani non saranno questi i titoli che leggeremo sui principali quotidiani italiani: Beppe Grillo continuerà ad aver perso l’80 per cento del proprio reddito in un anno e Pier Carlo Padoan sarà comunque fanalino di coda del governo. Ma gli errori da penna rossa non si fermano qui: nelle versioni online diverse testate riportano le dichiarazioni come relative al 2016. Come invece è indicato in ogni documento fiscale pubblicato, i redditi sono chiaramente relativi al 2015. Tanta approssimazione e ricerca scandalistica fanno dubitare sull’enfasi offerta ogni anno alla pubblicazione dei redditi dei politici. Per di più, in un paese in cui non è ancora possibile – e probabilmente non lo sarà mai – consultare i finanziamenti utilizzati e ricevuti dai partiti per il referendum del 4 dicembre, come spiegato da OpenPolis.

Insomma, la pubblicazione è da sempre occasione di polemiche e pettegolezzi dei commentatori e sui social. Quest’anno la vittima principale è proprio la ministra Fedeli, rea di essere riuscita a guadagnare 180.921 euro nel 2015 senza poter contare su una laurea (come invece avrebbe dichiarato nel curriculum). Quale peggiore dimostrazione dell’afflato pauperista sempre più diffuso nel Belpaese?

Ministri “ricchi” e ministri “poveri”. Il solito balletto sui soldi dei politici

Perché quello tra M5s e Alde sarebbe stato un matrimonio impossibile

ARTICOLO PUBBLICATO SU IL FOGLIO IL 10 GENNAIO 2017


Se qualcuno si lamentava di un 2017 fin qui politicamente sonnecchiante, negli ultimi giorni si deve essere ricreduto. Beppe Grillo e Guy Verhofstadt, ex premier belga ed ora leader dei liberisti europeisti dell’Alde (Alleanza dei Liberali e dei Democratici per l’Europa), hanno messo in atto una serie di colpi di scena, ricavandoci entrambi una ben magra figura. Dopo il post a sorpresa di Grillo e la conferma dal voto dei militanti, sembrava che al matrimonio al Parlamento europeo tra Movimento 5 stelle e Alde mancassero solo i dettagli tecnici. Peraltro l’accordo era in discussione – in gran segreto – già da diversi giorni, come dimostrato dal documento diffuso dal giornalista David Carretta. Ieri tuttavia una nuova svolta: il definitivo rifiuto di Verhofstadt per mancanza di condivisione all’interno del gruppo liberale.

Una scelta – quella di confluire nei liberali centristi – che ancora deve essere spiegata fino in fondo e che non è scontata, data la posizione fortemente europeista dell’Alde, seppur portata avanti da partiti membri piuttosto eterogenei dal punto di vista politico. In Italia è stata rappresentata da movimenti e partiti come i Radicali, Scelta civica di Zanetti e Verdini, Italia dei Valori, Fare per Fermare il Declino di Oscar Giannino, Centro democratico di Bruno Tabacci e altre realtà associative, come il Comitato Ventotene, che nei giorni scorsi ha espresso dure critiche. Una compagnia certamente inusuale per gli euroscettici grillini. D’altro canto è vero che i gruppi presenti al Parlamento europeo non sono del tutto simili a quelli di un Parlamento nazionale. Se una delegazione non è inserita in alcun gruppo parlamentare, questa perde gran parte delle possibilità di influire sul dibattito, quali “avere diritto di parola durante le sessioni plenarie del Parlamento, essere rappresentati all’interno della Conferenza dei Presidenti, avere la possibilità di seguire l’iter legislativo come autori di regolamenti europei”, oltre ai finanziamenti pubblici erogati da Bruxelles (quasi 700 mila euro all’anno per M5s). Luigi Di Maio ha spiegato che il tentato accordo è stata una “scelta tecnica” e non politica: una novità per un gruppo politico che fa dell’idealismo e delle coerenza i propri cavalli di battaglia.

Non è quindi un caso che il comico genovese abbia ammesso che già nel precedente gruppo, quello creato assieme allo Ukip di Nigel Farage, la situazione non fosse idilliaca: “Abbiamo studiato le percentuali di voto condiviso con Ukip e le altre delegazioni minori: la cifra non supera il 20 per cento”; la percentuale – verificata dal Foglio – corrisponde alla realtà. Mentre la coincidenza di voto con Alde sembra essere molto maggiore, almeno superiore al 50 per cento, secondo gli scarsi dati sulle votazioni presenti sul sito del Parlamento europeo. Ciò non toglie che le differenze politiche fossero significative. A partire da settembre 2016, nel corso delle sei sedute plenarie, le divisioni fra la delegazione del Movimento 5 stelle e i liberali di Verhofstadt sono state notevoli.

M5s e Alde non si sono trovati d’accordo sulle strategie dell’Unione europea in materia di mercato dell’energia, così come riguardo alle mosse che l’Unione europea dovrebbe intraprendere nei confronti dell’Iran dopo l’accordo sul nucleare; i due gruppi non hanno avuto una visione comune su uno degli atti fondamentali, cioè il bilancio dell’Unione, sul quale il 26 ottobre 2016 hanno votato in modo differente, come anche sulla relazione annuale della Bce. Ma non solo: M5s si è opposto alla proposta dei liberali per la programmazione di una politica di Difesa comune e lo scorso novembre si è trovato su opposte barricate al momento del voto sulle supposte manipolazioni propagandistiche russe in Europa. Ma andando a ritroso nel tempo si scoprono sempre più divergenze fra i due gruppi che per un giorno sono sembrati sul punto di allearsi: Alde si espresse a favore sia dell’importazione senza dazi dell’olio tunisino (tema ricordato in tutti i comizi, ma proprio tutti, da Alessandro Di Battista), sia delle indicazioni dell’Europarlamento alla Commissione riguardo il Ttip, che vennero definite dal Movimento completamente insufficienti.

Liberali europei e grillini non se le sono mai mandate a dire, per la verità. Nella sezione del sito del Movimento 5 stelle dedicata al gruppo europeo, Alde viene citata otto volte, sempre in modo estremamente critico. Difensori delle lobby, fautori di “un’orgia di compromessi destra-sinistra-centro”, raccoglitori di “consensi da tradire poi al momento dell’azione”, difensori di un’Europa dalla “faccia deforme”, ipocriti, “sherpa garanti degli interessi delle lobby”. Lo stesso Guy Verhofstadt è stato criticato senza mezzi termini dal Movimento, in un post in cui è definito “il politico che più dentro al Parlamento europeo incarna l’euroStatocentrismo”, e un “eurodeputato che collezione poltrone”. Accusa che nelle ultime ore – a dir la verità – è stata lanciata anche nei confronti dello stesso Movimento 5 stelle, in particolare da Reinhard Bütikofer, parlamentare europeo dei Verdi. Bütikofer ha affermato che i Cinque stelle avevano proposto anche al gruppo ambientalista la fusione, insistendo in particolare per ottenere “un paio di incarichi importanti”.

Differenze che si palesano anche nella sostanza, cioè nei programmi politici delle due forze politiche. Il Movimento si è presentato nel 2014 con un programma di sette punti: abolizione del Fiscal Compact, adozione degli Eurobond, alleanza tra i paesi mediterranei per una politica comune, investimenti in innovazione esclusi dal limite del 3 per cento, finanziamenti per attività agricole e di allevamento finalizzate ai consumi nazionali interni, abolizione del pareggio di bilancio e referendum per la permanenza nell’euro. Mentre l’Alleanza auspica nel suo manifesto di “costruire una Europa più forte”, si pone l’obiettivo di “combattere il protezionismo e l’interferenza dei governi” e – esplicitamente – di contrattare un accordo di libero scambio con gli Stati Uniti; si promette inoltre di implementare l’unione bancaria facendo riferimento al bail-in e di “rafforzare le sanzioni automatiche” nei confronti degli stati membri che “non rispettano il patto di stabilità e crescita”. Differenze sostanziali, che si fanno più sottili quando invece si tratta di politiche ambientali, trasparenza e innovazione tecnologica.

Differenze che alla fine hanno determinato il fallimento della trattativa tra i due gruppi, ma che dimostrano una possibile nuova mutazione genetica del Movimento 5 stelle, che dopo aver “scoperto” il garantismo sembra aver apprezzato anche la realpolitik di machiavellica memoria.

Perché quello tra M5s e Alde sarebbe stato un matrimonio impossibile

Una strana serata di fine estate

È l’1.47 e sono appena tornato al mio B&B dopo la festa del Meet-Up di Brescia. Inutile dire che abbiamo discusso fino ad adesso di politica, trovandoci quasi mai d’accordo.

Tutto ha inizio quando – quasi per caso – apro qualche giorno fa la schermata “Altro” nei messaggi di Facebook. Talvolta è sempre bene darci una controllata, mi è già purtroppo capitato di perdere occasioni e messaggi importanti finiti proprio in quell’angolo digitale così poco visibile. E leggo così con sorpresa il messaggio di Adriano Nitto, assistente del Senatore del Movimento 5 Stelle Vito Crimi, che mi invita ad intervistare il Vicepresidente della Camera perché ne uscisse una “conversazione libera, senza filtri e vivace”. Dapprima con qualche titubanza, poi via via sempre con più entusiasmo, accetto l’invito per l’intervista. Per un’unica ragione: a partire da chi mi ha fisicamente invitato fino ad arrivare allo stesso Luigi Di Maio tutti sanno bene di non invitare un ragazzo elettore di M5S, né vicino alle sue posizione politiche (come viene ribadito anche qui sul Trentino). E nonostante questo, o forse proprio per questo, mi hanno mandato il loro invito, per dimostrare l’apprezzamento riguardo ciò che successe al Prati.

In realtà non sapevo esattamente cosa aspettarmi, ho ricevuto parecchi messaggi calorosi dopo il post pubblicato su Facebook da Di Maio, ma non immaginavo ancora come sarebbero state accolte le mie critiche al Movimento, se come normale dialettica politica o come uno sgarbo nei confronti di chi era stato così gentile da invitarmi. E il rischio di venire strumentalizzato, come in parte è accaduto con l’interrogazione parlamentare dell’Onorevole Fraccaro, è inoltre sempre dietro l’angolo.

https://www.facebook.com/plugins/post.php?href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2FLuigiDiMaio%2Fposts%2F892965010740046&width=650

L’intervista era stata preparata insieme ad altri due ragazzi – studenti di giurisprudenza a Brescia – che sono felice di poter dire che ormai sono diventati degli amici. Dopo una veloce prova delle domande ci prepariamo per la cena. E passato qualche minuto arriva proprio Di Maio che si siede al nostro tavolo ed inizia a porci qualche domanda sulla nostra vita, e noi a lui. Al di là di ogni giudizio politico posso riconoscere la serietà e la disponibilità di un ragazzo di 29 anni che è diventato il più giovane Vicepresidente della Camera di sempre: rare volte – soprattutto in incontri pubblici – interloquendo con un politico di qualunque schieramento mi è capitato di poter contare su tutta la sua attenzione e di non venir interrotto da qualcun altro che gli si avvicinava. Con lui è accaduto, nonostante la fila di persone che avrebbero desiderato farsi una foto insieme a lui.

Poi ecco che arriva il momento dell’intervista: si sale sul palco – con la solita giusta agitazione -, la presentatrice racconta la storia del 7 in condotta e dopo di me salgono Stefano e Giorgio, i ragazzi con cui ho preparato l’intervista (come potete vedere dal video a partire dal minuto 16:15). Di seguito potete leggere le domande che abbiamo posto a Luigi Di Maio.


1. Quale sogno ha spinto il giovane Luigi di Maio a mettersi in gioco e a fare politica e perché farlo proprio nelle fila di M5S?

2. Vorremmo ora procedere in questo modo con l’intervista. Immaginiamo che il M5S sia sul punto di andare al Governo dopo aver vinto le elezioni, ci deve rispondere in modo sintetico e concreto su quali sarebbero le vostre decisioni politiche per ognuno di questi temi. Innanzitutto però ci dici come si muoverebbe per “scegliere” il Presidente del Consiglio e i diversi Ministri.
Arrivato al Governo invece cosa farebbe in concreto su questi temi:
  • Scuola;
  • Risollevare il Sud;
  • Patto di Stabilità;
  • Gestione nazionale dei flussi migratori.
3. Secondo il rapporto “Doing business” del 2015 le imprese italiane ogni anno subiscono una tassazione totale pari al 65,4%, contro il 48,8% in Germania, il 33,7% del Regno Unito ed il 25,9% dell’Irlanda, paesi tutt’altro che appartenenti al Terzo Mondo e nei quali i diritti dei lavoratori sono simili ai nostri. Per diminuire questa percentuale cosa ritieni si debba fare?

E poi, scusami, un’altra domanda che mi viene ora spontanea: al di là dei tecnicismi un ragazzo di 20 anni come noi che si trova in un Paese con la pressione fiscale tanto alta, con una disoccupazione giovanile ai massimi storici, che le dicesse che vuole andare all’estero per cercare maggiore fortuna, pensi che varrebbe la pena convincerlo a restare? E se sì cosa gli diresti per farlo?

4. Quale è la risposta che il M5S dà alla politica di austerity imposta all’Europa e cosa ne pensi riguardo un’unione monetaria non sostenuta da un’unione fiscale e soprattutto politica, la quale spesso non permette di affrontare con decisione temi sensibili come quello sempre attuale della gestione dei flussi migratori?

5. Molte volte quando mi sono rivolto a elettori ed esponenti del Movimento 5 Stelle mi è stato detto da loro che avrei dovuto “aprire gli occhi” e solo allora mi sarei accorto della vera natura dei politici italiani e di conseguenza avrei votato il Movimento. Non ritiene che un atteggiamento di questo tipo, che denota la diffusa convinzione di essere i detentori della verità, non vi allontani da potenziali elettori che non sono ancora convinti delle vostre posizioni politiche? La vostra è certo una forte convinzione in quello che dite e fate, e questo vi fa onore, ma a volte questa convinzione può assomigliare quasi a una fede. Cosa commenti di fronte ad un’affermazione simile?


Certo, non è stata esattamente l’intervista che speravo. In alcuni passaggi l’impressione era di assistere più ad un comizio che ad un’intervista – con Di Maio in piedi che cercava (e otteneva) gli applausi della platea – ma è un rischio da mettere in conto ad una festa di un soggetto politico e con una platea così omogenea. Terminate le nostre domande una voce amplificata si è sentita alle nostre spalle. Era Beppe Grillo in persona che faceva la sua visita a sorpresa alla festa del Meet-Up. E non si può certo non riconoscergli la maestria nell’arte della retorica: in quasi mezz’ora ha rinvigorito la platea e non ha sbagliato una parola. Sapeva esattamente cosa dire e come dirlo. Un vero show-man.

L’intervento di Beppe Grillo

Ma la vera sorpresa non è stata l’intervista, né l’intervento di Beppe Grillo. La vera sorpresa è stato l’attimo successivo alla discesa dal palco. Una decina di attivisti del Movimento mi si sono fermati attorno per rispondere alle mie perplessità a proposito di alcune scelte di M5S che avevo espresso durante l’intervista. Una lunga discussione, fatta di toni accesi e piccole ammissioni da entrambe le parti. Sono stato addirittura additato di essere un “piddino”, e temo non si trattasse esattamente di un complimento. Siamo però sempre riusciti a raggiungere una sintesi. Credo di non aver incontrato mai tante persone così (auto)critiche nei confronti del Movimento – ed in parte di Beppe Grillo – che alla festa del Meet-Up di Brescia: non perché si tratti di un covo di dissidenti, ma perché ho riscontrato uno spirito critico ed autocritico che non mi aspettavo. Non è infatti esattamente la prima caratteristica che viene in mente quando si pensa all’attivista 5 Stelle stereotipato (certo anche per colpa di alcune infelici uscite dei suoi esponenti).

Non avevo alcuna idea di cosa aspettarmi appena sceso dal treno alla stazione di Brescia. Ora invece so che la base del Movimento 5 Stelle vive la partecipazione politica facendo parte di una grande famiglia, in cui non si distinguono militanti semplici e Parlamentari. Gente comune e – fino a prova contraria – onesta, come dimostrato fin qui dalla mancanza di inchieste e scandali nei loro confronti. Probabilmente non voterò mai il Movimento 5 Stelle in vita mia, ma sono felice di sapere che i miei avversari politici sono capaci di tanta umanità, semplicità e passione. È un bene per la democrazia.

Chapeau.

Una strana serata di fine estate