Quando Berlusconi parla di poveri

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Quando Berlusconi parla di poveri

“Se vince il No, lascio la politica”

O facciamo le riforme o non ha senso che io stia al governo. Se non passa la riforma del Senato, finisce la mia storia politica.”

Non è difficile immaginare chi ha pronunciato queste parole: Matteo Renzi, appena divenuto Presidente del Consiglio in un’intervista al Tg2. Insomma, la personalizzazione è stata da sempre un elemento chiave del Governo Renzi, fin dalla sua nascita.

Oggi tuttavia Renzi sembra essere in contraddizione con le tante parole spese in campagna elettorale riguardo al proprio futuro. Si è dimesso da Presidente del Consiglio, certo, un gesto che in passato in pochi hanno avuto la coerenza di compiere. Ma non ha lasciato la segreteria del Partito Democratico – come invece aveva promesso il primo giugno a Virus – né, pare, tornerà a vita privata abbandonando la politica. Eppure non sono state poche le dichiarazioni in tal senso: almeno sette volte il Presidente del Consiglio dimissionario aveva promesse di smettere di fare politica, qui la lista completa a cura dell’agenza Agi. Promessa ripetuta anche a Il Foglio, nell’intervista del 2 giugno 2016, con il mantra “o cambio l’Italia o cambio mestiere”, preso in prestito dalla campagna elettorale per la conquista del comune di Firenze nel 2008. Uno slogan certamente efficace per un giovane politico outsider, non per un Presidente del Consiglio con un gradimento popolare del 40 per cento.

Ma Renzi non è stato il solo ad aver promesso di dimettersi e tornare a vita privata nel caso di vittoria del No il 4 dicembre. Anche Maria Elena Boschi a “In ½” su Rai 3 a domanda precisa se avrebbe lasciato la scena politica rispose “Sì ovviamente, è un lavoro che abbiamo fatto assieme”. E pure un alto pasdaran renziano, Ernesto Carbone, promise di lasciare la politica in caso di vittoria del No a “L’aria che Tira” su La7.

Ma certo non solo i sostenitori del Sì hanno tradito – per ora – la promessa. La recente storia politica italiana è costellata di esempi: lo stesso Beppe Grillo, prima delle europee del 2014, dichiarò: “Io, se perdiamo le elezioni, non ho assolutamente più voglia di continuare”. Le elezioni le perse sonoramente – 40 per cento a 20 – senza abbandonare la scena politica né la guida del Movimento 5 Stelle. Anche Silvio Berlusconi, oggi nuovamente ago della bilancia della scena politica, dichiarò più volte l’intenzione di “farsi da parte” e lasciare la scena al delfino di turno, per poi – in occasione degli snodi chiave – tornare in campo e rivelarsi ogni volta determinante. Come lui pure Sandro Bondi, che nel 2013 dichiarò ad “Omnibus” che avrebbe smesso con la politica nel caso Silvio Berlusconi fosse stato condannato in via definitiva. Oggi non solo non ha mantenuto fede alla parola data, ma – assieme alla moglie – è passato tra le file della maggioranza al Senato, abbandonando la “musa poetica” Berlusconi.

Non sembra tuttavia un vizio solo italiano: Nicolas Sarkozy, dopo la sconfitta del 2012 contro Hollande, disse “per me si chiude un capitolo, non sarò candidato alle legislative né in future elezioni. State tranquilli rinnoverò la tessera dell’Ump e pagherò la quota, ma non sarò più operativo” salvo poi ripensarci e candidarsi alle primarie del centro-destra francese nel 2016, ottenendo un misero 20 per cento. Nuova disfatta, nuova promessa di farsi da parte e lasciare la politica. Questa volta per davvero?

Non è certo una novità che i politici promettano senza – spesso – tenere fede alle promesse. Già Napoleone ripeteva “Se vuoi avere successo a questo mondo, prometti tutto e non mantenere nulla”. Per qualcuno la formula ha funzionato; solo il tempo ci dirà se anche Matteo Renzi ne beneficerà.

“Se vince il No, lascio la politica”