Lotta alla disuguaglianza: se Boschi gonfia i risultati

ARTICOLO PUBBLICATO SU LAVOCE.INFO IL 30/06/2017


SECONDO ISTAT LO STATO RIDUCE LE DISEGUAGLIANZE

Post e tweet euforici degli esponenti Pd (e non solo) hanno tempestato i social mercoledì 21 giugno, giorno in cui l’Istat ha pubblicato una simulazione sulla redistribuzione del reddito in Italia. Nel documento, l’istituto di via Balbo stima quanto l’intervento pubblico, ossia la somma dei trasferimenti e dei prelievi fiscali, abbia influenzato nel 2016 la distribuzione del reddito e i livelli di disuguaglianza.

La metodologia usata nella simulazione è la seguente: si prende in considerazione il sistema economico prima dell’intervento dello stato e se ne stima la disuguaglianza. Poi, la si confronta con quella che è osservabile a seguito dell’intervento pubblico, per comprendere se l’azione compiuta dallo stato abbia diminuito, aumentato o lasciato invariato il grado di disuguaglianza presente nel sistema.
I risultati dello studio ci dicono che l’azione dello stato ha effetti rilevanti in termini di una più equa distribuzione del reddito. Solo nel 2016 l’indice di Gini – la misura più utilizzata per calcolare le disuguaglianze, che varia da 0, eguaglianza, a 100, massima concentrazione dei redditi – è diminuito di 15,1 punti (da 45,2 a 30,1) a seguito dell’intervento pubblico.

Oltre a sottolineare nel dettaglio quali siano le categorie di reddito e di età più avvantaggiate dall’azione dello stato, il rapporto prende in considerazione anche gli effetti di tre misure adottate nel triennio 2014-2016: il bonus di 80 euro, l’aumento della quattordicesima per i pensionati e l’implementazione parziale del sostegno di inclusione attiva (Sia, una misura sperimentale contro la povertà ora sostituita dal reddito di inclusione). Anche in questo caso sembrerebbe che tutte e tre le misure abbiano svolto un ruolo importante nella lotta contro le disuguaglianze e la povertà. Così infatti recita il documento diffuso dall’Istat:

“Le principali politiche redistributive del periodo 2014-2016 (bonus di 80 euro, aumento della quattordicesima per i pensionati e sostegno di inclusione attiva), hanno aumentato l’equità della distribuzione dei redditi disponibili nel 2016 (l’indice di Gini è passato dal 30,4 al 30,1) e ridotto il rischio di povertà (dal 19,2 al 18,4%)”

COSA HA DETTO BOSCHI

Questa notizia, come facilmente prevedibile, ha suscitato la reazione entusiasta di numerosi esponenti della maggioranza che sostenne tali provvedimenti e, in particolare, del Partito Democratico. Per esempio, ecco cosa ha pubblicato sul suo profilo facebook il Sottosegretario di Palazzo Chigi Maria Elena Boschi:

Cattura

Tuttavia, nel post ci sono tre punti su cui è utile fare qualche precisazione.

Per prima cosa Boschi dichiara che l’Istat avrebbe pubblicato dei dati. Come sappiamo, in realtà, lo studio in questione non si basa su un’analisi empirica, vale a dire su una valutazione di dati osservati nella realtà, quanto piuttosto su una microsimulazione teorica.
Non che questo sia un punto debole per il report dell’Istat, le microsimulazioni sono anzi utilizzate in tutta Europa per valutare l’efficacia delle policy. Al contrario di un’analisi empirica infatti, dove ogni elemento è il risultato dell’azione di molti fattori, le microsimulazioni riescono a isolare gli effetti dei singoli provvedimenti, controllando così l’azione esercitata dalle altre variabili. È molto difficile ottenere questo risultato quando ci si approccia a dei dati reali ed è per questo che i modelli teorici possono essere molto utili anche nel dibattito politico. Tuttavia, è importante sottolineare la differenza tra delle simulazioni teoriche e delle analisi di contabilità nazionale. Ed è lo stesso Roberto Monducci, direttore del dipartimento per la produzione statistica dell’Istat, che in un’intervista al Fatto smorza l’eccessivo entusiasmo che alcuni esponenti Pd avevano mostrato a seguito del report:

“Si tratta di esercizi, di un modello zeppo di ipotesi che stiamo sfruttando anche a fini informativi. Ma non è contabilità nazionale, non è una statistica. Lo riteniamo interessante anche per restituire un quadro informativo, anche in alcuni altri Paesi come la Francia lo fanno… però va preso per quello che è”.

Come a dire: è vero che parliamo di modelli molto affidabili e largamente usati in tutta Europa, ma va comunque ricordato che restano modelli, ossia strumenti che replicano la realtà senza una pretesa di completezza. Le informazioni che ne possiamo trarre sono quindi utili, ma necessitano di una contestualizzazione approfondita per non incappare in conclusioni politiche troppo affrettate.

Il secondo elemento su cui Boschi commette alcune imprecisioni riguarda la scomposizione degli effetti redistributivi delle tre misure adottate. Lo studio infatti non specifica quanto i provvedimenti abbiano influito singolarmente sulla diminuzione dell’indice di Gini e del rischio di povertà. E anche il post di Boschi si riferisce alle tre misure come se fossero una sola, alimentando non poca confusione sull’efficacia individuale dei provvedimenti. Confusione a cui mette ordine lo stesso Monducci, il quale arricchendo le informazioni fornite dallo studio rivela sempre al Fatto:

“Il bonus degli 80 euro “ha ridotto la disuguaglianza dal 30,4% al 30,2% e il rischio di povertà dal 19,2% al 18,5%”. Invece, aggiunge, “la quattordicesima ai pensionati riduce lievemente solo il rischio di povertà (dal 19,2% al 19,1%) e il Sia, entrato in vigore solo nella seconda metà del 2016, al momento non sembra aver prodotto effetti significativi”.

(Ansa)

Va ricordato che il Sia non nasce con l’obiettivo di diminuire l’indice di Gini o la diffusione della povertà, relativa o assoluta che sia, quanto con quello di limitare l’intensità della povertà assoluta (obiettivo su cui sembrerebbe aver raggiunto risultati considerevoli). Proprio per questo motivo, la diminuzione dello 0,3 dell’indice di Gini è imputabile principalmente al solo bonus degli 80 euro, e non all’insieme delle tre misure, come trapelerebbe invece dal post di Boschi. A sua discolpa, bisogna comunque far notare che le dichiarazioni di Monducci sono state rilasciate dopo la pubblicazione del post del Sottosegretario, che comunque non ha rilasciato alcuna dichiarazione per precisare o rettificare il contenuto del suo post.

UNA VALUTAZIONE TROPPO AFFRETTATA

Un terzo punto che merita di essere analizzato è quando Boschi scrive che il report di Istat certifica il successo delle tre misure. Nel dettaglio, il post recita:

“Oggi però #Istat pubblica dei dati che ci dicono che le principali politiche redistributive del periodo 2014-2016 hanno funzionato”.

In questa breve frase, Maria Elena Boschi considera positive le tre politiche attuate nel triennio 2014-2016 nella misura in cui queste abbiano diminuito la disuguaglianza del sistema. Il Sottosegretario cioè utilizza il solo parametro dell’efficacia redistributiva per valutare la bontà delle policy: in altri termini, maggiore è l’azione perequativa e migliore sarà per Boschi la valutazione.

Tuttavia le sue dichiarazioni suscitano un altro interrogativo: se le tre politiche vengono interpretate in chiave redistributiva, e vengono valutate positivamente perché hanno reso più eguale la nostra economia, è lecito chiedersi se a costi invariati si sarebbe potuto raggiungere un risultato migliore. Possiamo cioè chiederci se con le risorse utilizzate per i tre provvedimenti si sarebbe potuto attuare una policy alternativa che avrebbe generato risultati più soddisfacenti.
Prenderemo come controesempio il reddito di cittadinanza proposto dal Movimento 5 Stelle. Ovviamente sono misure diverse, nate con obiettivi differenti: il bonus degli 80 euro vuole infatti aiutare le famiglie con redditi medio-bassi, mentre la proposta pentastellata le famiglie più povere. Tuttavia noi qui adotteremo esclusivamente il metro utilizzato da Boschi nel suo post, senza svolgere analisi su parametri aggiuntivi: valuteremo migliore la proposta che riduce maggiormente la disuguaglianza.

Il costo complessivo degli 80 euro, dell’aumento della quattordicesima e del Sia ammonta a 10,72 miliardi di euro e ha ridotto l’indice di Gini di 0,3. La proposta pentastellata, già al centro di un nostro fact-checking, prevede l’erogazione di un sussidio che colmi il divario tra il reddito percepito e il livello di povertà. L’Istat ha stimato che nel 2015 questa misura sarebbe costata 14,9 miliardi e avrebbe ridotto l’indice di Gini di 1,8.

A fronte quindi di un 39 per cento di costi in più si sarebbe ridotto l’indice Gini per un valore pari a 6 volte la variazione prodotta dai tre provvedimenti, con una differenza quindi del +500%.

Sebbene queste stime si riferiscano a due anni diversi (i costi e gli effetti delle tre misure sono relativi al 2016, mentre le stime sul reddito di cittadinanza riguardano il 2015), emerge una chiara differenza tra i risultati.
Il Reddito di Cittadinanza riuscirebbe con una cifra vicina a quei 10,72 miliardi utilizzati per i tre provvedimenti a diminuire la disuguaglianza in maniera significativamente più rilevante.
È ovvio che tale comparazione non ha l’ambizione di trarre conclusioni definitive su quale provvedimento sia il migliore. Tuttavia se adottiamo esclusivamente il metro valutativo utilizzato da Boschi, i risultati sono abbastanza evidenti.

Nonostante gli effetti positivi evidenziati, sembra dunque che l’entusiasmo suscitato dal documento dell’Istat sia stato probabilmente eccessivo.
Tornando alla dichiarazione di Maria Elena Boschi, il giudizio non può essere però eccessivamente negativo. Il Sottosegretario del Governo sbaglia nel chiamare dati ciò che non lo è, e nel considerare come una sola cosa i tre provvedimenti. La dichiarazione di Maria Elena Boschi è quindi QUASI VERA. L’errore di valutazione politica, che quindi esula dal fact-checking, è semmai quello di misurare l’efficacia di una policy esclusivamente sul parametro dell’efficacia redistributiva, che, come abbiamo dimostrato, si presta a paragoni che non dovrebbero lasciare del tutto soddisfatti gli esponenti Pd.

Ecco come facciamo il fact-checking.

Articolo scritto assieme a Mariasole Lisciandro e Gabriele Guzzi

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Lotta alla disuguaglianza: se Boschi gonfia i risultati

C’è stata davvero #lasvoltabuona? Cosa ha fatto e cosa no Renzi in due anni e mezzo

Articolo pubblicato su Il Foglio il 15 settembre 2016.


Il Governo nei giorni scorsi ha pubblicato 30 slide per dimostrare l’efficacia della propria azione politica. Il gioco è semplice: si prende un dato relativo al 2014, anno di insediamento, e lo si compara con il relativo livello attuale. C’è un po’ di tutto: dall’occupazione, agli accessi ai musei, alla banda larga, fino agli investimenti esteri. Ma altre slide sono ancora più interessanti, quelle delle promesse che il premier annunciò il 12 marzo 2014, nella roboante conferenza stampa che verrà ricordata – fra tutto il resto – per il bonus 80€ ai lavoratori dipendenti e per l’hashtag #lasvuoltabuona. Si trattava di annunci per i primi 100 giorni, verifichiamo con un fact checking quali sono stati mantenuti e gli effetti anche sui nostri giorni.

Iniziamo dalla slide numero 5. Primo obiettivo: recuperare 50 posizioni (dal 65° del 2014 al 15° nel 2018) nel “Doing Business Index”, del World Bank Group. Si tratta di un ranking in grado di misurare l’attrattività economica di un paese. Nel 2015 l’Italia si posizionò al 44esimo posto, recuperando ben 21 posizioni in un solo anno; nel 2016 tuttavia perde una posizione, peggiorando tutti i criteri al di fuori di un consistente passo in avanti sulla regolamentazione del mercato del lavoro (effetto Jobs Act?). Secondo il ranking, il nostro paese è affossato in particolare dal complicato accesso al credito, dalla pressione fiscale (137esimo posto su 189!) e dalla regolamentazione dei contratti. Lo spettro temporale è il 2018, oggi possiamo solo dire che con questo ritmo l’obiettivo del 15esimo posto non sarà raggiunto.

La seconda promessa è una nuova legge elettorale, quello che sarà l’Italicum. Nelle slide viene descritta, ancora sotto forma di disegno di legge approvato in prima lettura, con queste caratteristiche: “mai più larghe intese”, “chi vince governa 5 anni”, “stop ai ricatti dei micro-partiti” e “candidati legati al territorio”. Effettivamente i primi tre impegni vengono – potenzialmente, perché le regole non risolvono i problemi politici – mantenuti, grazie al ballottaggio e al premio alla lista; mentre, sul quarto punto potrebbero esserci dei dubbi, vista la scelta dei capilista bloccati. Ad ogni modo, la legge attende un giudizio di costituzionalità dalla Corte e sempre più spesso si parla di modifiche. Staremo a vedere.

Le slide successive riguardano invece la riforma della Costituzione, proprio quella oggi in attesa di referendum. Qui gli impegni furono l’abolizione del bicameralismo paritario, il taglio dei senatori, un procedimento legislativo più veloce, la riforma del Titolo V e l’abolizione del CNEL e delle province. Ci siamo, sempre che Renzi riesca a vincere il referendum in autunno.

Slide 15. Raffaele Cantone viene proposto come presidente della Autorità Nazionale Anticorruzione. Promessa mantenuta il mese successivo.

Andiamo avanti, passiamo alle auto blu. “Venghino signori venghino”, così parlò Matteo Renzi annunciando un’asta di 100 autoblu su Ebay. Risultati ad oggi? Grazie a questa ed aste successive Palazzo Chigi certifica 107 auto vendute e 857.508 euro di ricavi. Non solo: il 25 settembre 2014 la Ministra Madia ha emesso un decreto per tagliare le auto blu dedicate agli enti nazionali, imponendo un tetto massimo di 5 auto. Insomma: con tempi un po’ più lunghi del previsto, il risultato è raggiunto.

Altra slide, altra promessa: finalmente si tocca l’economia. Renzi promise lo sblocco “immediato e totale” del pagamento dei debiti della Pubblica Amministrazione, annunciando 68 miliardi di euro alle imprese entro luglio. Non tutti soldi stanziati da Renzi, anzi. Prima di tutto la cifra dei 68 miliardi non ha più riscontro nemmeno nelle comunicazioni del Governo (si parla invece di 56), in secondo luogo bisogna tenere conto dei 47,2 miliardi già stanziati dai Governi precedenti; il nuovo Esecutivo stanziò perciò soltanto 9,3 miliardi di fondi aggiuntivi. Nonostante ciò, la scadenza del pagamento totale alle imprese è prima passata da luglio a settembre, fino a far perdere le proprie tracce. Oggi la pagina del sito del Ministero dell’Economia dedicata al monitoraggio della restituzione dei debiti non è più aggiornata da luglio 2015. I dati di allora indicano come su 56 miliardi stanziati 44,6 sono stati resi disponibili e 38,6 effettivamente erogati ai creditori. Il Mef afferma quindi che “rispetto al picco del debito, stimato dalla Banca d’Italia a fine 2012 in circa 91 miliardi, risulterebbe assorbita dagli enti debitori una somma corrispondente a […] poco più della metà del debito complessivo”, precisando inoltre che oltre alle risorse aggiuntive stanziate dal Governo gli enti debitori hanno potuto fare fronte al debito anche con fondi propri. Il Ministero ha ormai aperto un nuovo fronte per affrontare il tema: la fatturazione elettronica entro 30 giorni. Ad oggi ad utilizzarla con frequenza sono il 35 % degli enti pubblici, per un pagamento medio entro 46 giorni. Renzi affermò in conferenza stampa che questo provvedimento è “fondamentale per dare un segnale che lo Stato rispetta i patti”. Nonostante ciò – anche per la mancata trasparenza – la promessa non è mantenuta.

Procediamo. “Rafforzare il fondo di garanzia per il credito” per le PMI. In effetti il Ministero per lo Sviluppo Economico certifica che nel 2014 le domande di credito accolte sono aumentate dell’11,7 %rispetto all’anno precedente; pure i finanziamenti – pari a 8,4 miliardi – aumentarono di quasi il 20 %. Trend che si confermò anche nel 2015: +19 % di domande accolte e 10,2 miliardi di finanziamenti garantiti. Impegno mantenuto.

Passiamo ora a edilizia scolastica e tutela del territorio. Renzi promise 3,5 miliardi di euro per la prima e 1,5 per la seconda. Per l’edilizia scolastica – fra risorse fresche e sblocco di fondi già stanziati – la struttura di missione della Presidenza del Consiglio certifica 4,2 miliardi di fondi mobilitati a maggio 2016, grazie ai vari progetti “Scuole Nuove”, “Scuole Belle”, “Scuole Sicure”, “Mutuo Bei”, “Fondo Kyoto”, “Sblocca Scuole”, l’intervento della “Buona Scuola” ed i finanziamenti dei Fonti Strutturali Europei. Sulla tutela del territorio invece dalla nascita della struttura di missione competente sono stati sbloccati 642 cantieri in tutto il territorio per 1,07 miliardi di euro spesi. Per quanto riguarda la prevenzione delle alluvioni nelle grandi città, con il Piano nazionale 2015-2020 contro il dissesto idrogeologico sono stati messi a disposizione 1,3 miliardi. Il tempo dirà come e quanti di questi fondi verranno spesi, per ora le premesse ci sono tutte: certo è che se ancora una volta i soldi non verranno effettivamente spesi la politica perderà definitivamente di credibilità su questo tema.

Inizia il capitolo tasse: -10 % delle aliquote Irap per le aziende e rimodulazione della tassazione sulle rendite finanziarie dal 20 al 26 % entro il primo maggio 2014. Promessa che fu apparentemente mantenuta con il decreto legge n. 66/2014, emanato ad aprile. Tuttavia il taglio Irap non diverrà mai realtà; nella legge di stabilità 2015 infatti la riduzione viene modificata nella forma ed applicata al solo lavoro a tempo indeterminato, una misura da 5 miliardi. Il taglio per il 2014 invece previsto dal decreto n. 66 non verrà mai applicato, facendo perdere 2 miliardi di sconto fiscale alle imprese. Impegno mantenuto a metà, con l’aggravio dell’incertezza fiscale per le imprese.

Slide 25: “-10% costo dell’energia per le PMI, entro il primo maggio 2014”. Ufficializzato con il decreto legge competitività, i cui decreti attuativi furono pubblicati solo a metà ottobre, diversi mesi in ritardo rispetto alla dead line. Si diffusero inoltre critiche per via della copertura: taglio – anche retroattivo – agli incentivi per le rinnovabili.

Arriva il pezzo forte. +1.000 euro netti all’anno a chi guadagna meno di 1.500 € al mese. Tutti sappiamo come è andata a finire: impegno mantenuto e apprezzato.

Slide 28. Il programma europeo Garanzia Giovani, rivolto ai giovani che non lavorano e non studiano (i Neet), partì ufficialmente l’1 maggio 2014, come annunciato da Renzi. Il miliardo e mezzo di copertura sono fondi europei. Tuttavia i risultati non saranno esaltanti: oggi – a più di due anni dal lancio – i giovani registrati al portale sono 1.118.253, quelli presi a carico 742.351 e 375.528 coloro a cui è stata offerta almeno una misura di formazione e lavoro (dati aggiornati al 4 agosto 2016). Soltanto 1 su 3.

Renzi non lasciò a bocca asciutta nemmeno la ricerca. Anzi, annunciò il raddoppio del credito d’imposta per giovani ricercatori, misura che dovrebbe portare a “100.000 occupati” aggiuntivi nel settore entro il 2018. La misura fu prevista in legge di stabilità ed a maggio 2015 finalmente arrivò il decreto attuativo. Ma le conseguenze sull’occupazione non sono ancora verificabili: nel 2013 si trattava del 3,9 % degli occupati. Vedremo.

Ed infine il Jobs Act, con la “semplificazione dell’apprendistato”, un “nuovo codice del lavoro in 6 mesi” e la “tutela delle donne in maternità”. Provvedimento approvato sotto forma di legge delega il 10 dicembre 2014.


Insomma, se è possibile tentare un bilancio bisognerebbe affermare che i capisaldi di quella conferenza stampa sono stati realmente rispettati e implementati nelle politiche pubbliche del governo. Se qualcosa si è perso per strada, oltre a diversi termini temporali non rispettati, è semmai la spinta propulsiva e propositiva dell’esecutivo. E per ritrovarla non basteranno delle slide.

C’è stata davvero #lasvoltabuona? Cosa ha fatto e cosa no Renzi in due anni e mezzo