I nuovi voucher sono davvero uguali a quelli che il referendum voleva abolire?

ARTICOLO PUBBLICATO SU IL FOGLIO IL 29/05/2017


Potrebbe essere davvero la volta buona: non quella prospettata da Renzi ormai tre anni fa con tanto di hashtag, bensì per la caduta del governo Gentiloni; e chissà che al segretario del Partito Democratico non dispiaccia nemmeno in questa seconda accezione. È infatti stato approvato sabato l’emendamento del PD alla “manovrina” in discussione alla Commissione Lavoro della Camera, che introduce una nuova regolamentazione per il lavoro occasionale. Un Libretto Famiglia per le persone fisiche e “PrestO”, acronimo di “Prestazione Occasionale”, per le imprese.
È in particolare Movimento Democratico e Progressista, l’area di Bersani e Speranza che si è scissa dal PD, ad agitare le acque della maggioranza. Roberto Speranza ha scritto su Facebook: “La vicenda voucher ha dell’incredibile! Poche settimane fa il governo li ha aboliti, dopo che la CGIL aveva raccolto oltre 1 milione di firme per cancellarli e dopo che era stato indetto il referendum abrogativo previsto dall’articolo 75 della Costituzione. […] Ora la stessa mano che li ha cancellati decide sostanzialmente di ripristinarli, senza neanche cercare la condivisione delle associazioni dei lavoratori. Hanno cambiato il loro nome, ma la precarietà che portano è rimasta la stessa.” Anche Giuseppe Civati, ex PD di più lungo corso, ha twittato tagliente: “Oggi è il giorno previsto per il referendum sui voucher. Il referendum non c’è, in compenso tornano i voucher. Tutto molto costituzionale” fino ad arrivare con un nuovo messaggio successivo ad accusare la maggioranza del più grande “sabotaggio referendario”.

A leggere questi messaggi ci si attenderebbe che il nuovo emendamento presentato dal Partito Democratico non sia altro che una legge-copia-incolla rispetto alla normativa sui voucher abolita definitivamente solo il 20 aprile scorso proprio per evitare il referendum indetto dalla CGIL. Ed invece – come spesso accade nel dibattito politico italiano – la narrazione disegna una verità indotta che poco ha a che fare con la realtà dei fatti. Verificarlo è semplice: è sufficiente confrontare il nuovo testo provvisorio approvato sabato in commissione Lavoro con la precedente normativa sui voucher.

CHI PUO’ UTILIZZARLI?

La platea degli ex voucher comprendeva sia le famiglie e le persone fisiche che le imprese operanti in tutti i settori (al di fuori delle società che appaltano servizi). I loro eredi saranno invece accessibili alle persone fisiche, mediante il Libretto Famiglia – che potranno retribuire esclusivamente piccoli lavori domestici, l’assistenza domiciliare a bambini, anziani e disabili e l’insegnamento privato supplementare – ed alle imprese con non più di 5 dipendenti a tempo indeterminato, grazie a PrestO. È escluso l’utilizzo per le aziende del settore edilizio e minerario e nell’esecuzione di appalti. L’impresa non potrà inoltre retribuire con il nuovo mini-contratto un lavoratore con il quale abbia avuto un rapporto di lavoro subordinato o di collaborazione negli ultimi 6 mesi.

CON QUALI LIMITI?

I voucher ormai aboliti non prevedevano alcun limite economico per i datori di lavoro, mentre i lavoratori non potevano superare i 7000 euro di retribuzione netta per lavoro occasionale nell’arco di un anno ed i 2000 euro da un singolo committente. Le nuove norme prevedono limiti più stringenti: 5000 euro l’anno per i datori di lavoro e per i lavoratori, i quali non potranno però riceverne più della metà dallo stesso committente. È anche previsto il limite orario massimo di 280 ore all’anno per ogni lavoratore occasionale e di quattro ore giornaliere per i lavoratori retribuiti dalle imprese tramite PrestO.

QUALI GARANZIE?

I voucher non prevedevano alcun tipo di garanzia oltre alla copertura Inail per infortuni (70 centesimi ogni buono da 10 euro) e quella previdenziale (1,30 euro a buono); così il voucher partendo da un valore lordo di 10 euro scendeva a 7,50 euro al netto della tassazione. Le nuove misure prevedono invece non meglio specificati riposi giornalieri, pause e risposi settimanali. Sono inoltre garantite coperture per infortuni e previdenziale, per un valore netto di 10 euro (9 per PrestO) dal valore lordo di 12 euro.

COME ACQUISTARLI?

Se i voucher potevano essere acquistati online, in tabaccheria, presso alcune banche ed agli uffici postali, ed erano utilizzabili solo una volta attivati telematicamente con un sms un’ora prima dell’inizio della prestazione, i nuovi funzioneranno differentemente per famiglie ed imprese. Le prime avranno una carta prepagata, ricaricabile sul sito Inps, con cui poter retribuire i prestatori di lavoro occasione; sarà inoltre necessaria la comunicazione telematica dei dettagli della prestazione entro il terzo giorno del mese successivo allo svolgimento della prestazione. Le imprese invece dovranno trasmettere almeno un’ora prima dell’inizio della prestazione i dettagli della prestazione e le ore lavorate, che non potranno superare le quattro ore a giornata. Se la prestazione non avrà luogo, entro tre giorni il datore sarà obbligato a revocare la dichiarazione. In particolare quest’ultima possibilità viene criticata per la possibilità offerta all’imprenditore di evadere il fisco e pagare il nero il lavoratore nel caso in cui non fossero effettuati controlli nei tre giorni successivi alla prestazione.

QUALI SANZIONI PER CHI SGARRA?

Rimane invece sostanzialmente invariata la normativa sulle sanzioni per chi supera i limiti orari ed economici previsti dalla legge. In tal caso è prevista la trasformazione del rapporto di lavoro occasionale in contratto a tempo indeterminato, con applicazione di ulteriori sanzioni civili ed amministrative.

Già a una prima lettura i due schemi normativi appaiono differenti. I nuovi rapporti di lavoro occasionale assomigliano alle prime versioni dei voucher, prima che venissero liberalizzati quasi completamente da governi sostenuti da centrodestra e centrosinistra. Non si comprende dunque la preoccupazione da parte delle forze più a sinistra della maggioranza. A meno che le motivazioni per staccare la spina al Governo – sotto sotto – non siano altre.

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I nuovi voucher sono davvero uguali a quelli che il referendum voleva abolire?

Quando Camusso si batteva per la riforma costituzionale

ARTICOLO PUBBLICATO SU IL FOGLIO IL 21 NOVEMBRE 2016


Il referendum confermativo del 4 dicembre nei giorni scorsi ci ha offerto una nuova polemica social fra il fronte del Sì e quello del No. I fatti: nei giorni scorsi il comitato ufficiale per il Sì, Basta un Sì, pubblica un breve articolo sulla posizione della CGIL – risalente a un paio di anni fa – sulle riforme costituzionali necessarie per l’Italia, espressa nella tesi congressuale di Susanna Camusso. L’obiettivo, chiaro, è voler mostrare una palese contraddizione fra tale posizione e quella assunta più recentemente dal più grande sindacato italiano, marcatamente schiarato sul No. Infatti il comitato del Sì scrive che nel 2014 la CGIL avrebbe auspicato “il superamento del bicameralismo paritario perfetto con l’istituzione di una camera rappresentativa delle regioni e autonomie locali”, “il riordino delle competenze di Stato e Regioni disciplinate dall’articolo 117 nell’ambito della riforma del Titolo V, a competenza esclusiva statale alcune materie di legislazione concorrente rafforzando la funzione regolatrice nazionale” ed infine una “legge nazionale (…) sulla riforma dell’istituto referendario che introduca il ‘quorum mobile’ (legato all’influenza registrata nell’ultima elezione dell’organismo che ha legiferato)”. In effetti tutte modifiche contenute nella riforma costituzionale su cui siamo chiamati ad esprimerci il 4 dicembre. Al che – il 15 novembre – l’account Twitter della CGIL denuncia una manipolazione del documento, al punto da accusare il comitato del Sì di aver taroccato il testo per farlo apparire più vicino alle proprie posizioni. La convinzione è tale da mettere pubblicamente a confronto le due versioni, come prova provata dell’inganno:

1479741941274Un’accusa grave, quella di aver falsato le fonti per dimostrare in modo fittizio le proprie tesi, che metterebbe in grave imbarazzo – se verificata – il comitato per il Sì. In quanto tale va quindi analizzata nella sua fondatezza.

Zoomando le due immagini a confronto ci si accorge tuttavia della assoluta uguaglianza tra i due documenti, che si differenziano semplicemente per l’impaginazione e la numerazione. Sono due documenti identici, nessun taroccamento. È possibile controllare in prima persona: ecco il documento caricato dal comitato per il Sì e quello della CGIL. Ciò nonostante, vista la durezza del tweet da cui traspare un elevato grado di certezza, è bene andare a fondo e togliersi ogni dubbio. Qui è scaricabile quindi l’intera documentazione conclusiva del XVII congresso del 2014, in cui risultò vincente Camusso: in realtà questo ulteriore documento – nelle parti relative alle riforme costituzionali – appare effettivamente più prolisso e completo, ma non differente nella sostanza. Anche qui ritroviamo, letterali, le proposte sull’abolizione del bicameralismo paritario, l’accentramento delle competenze concorrenti e l’introduzione del “quorum mobile” per i referendum abrogativi. Identiche alle due precedenti versioni. Non solo, il documento differisce da quelli postati su Twitter: sia da quello che la Cgil indica come originale, sia da quello che sarebbe stato taroccato (che, come già scritto, sono identici), i quali probabilmente sono una sintesi rispetto all’originale.

Probabilmente accortisi della buccia di banana, lo stesso account del sindacato qualche ora più tardi ha pubblicato una nuovo foto. Questa volta più recente: si tratta della presa di posizione per il No al referendum, dell’8 settembre scorso. Sintetizzando, una presa di posizione che si esprime in modo favorevole rispetto agli obiettivi della riforma Renzi-Boschi ma non ne condivide le soluzioni concrete individuate. Legittimo, come è legittimo modificare la propria posizione nel corso di due anni: un lasso di tempo enorme in politica. Meno legittimo invece avanzare accuse gravissime senza alcun fondamento. Qualche social media manager avrà probabilmente passato un brutto quarto d’ora.

Quando Camusso si batteva per la riforma costituzionale