Quanto ci costa davvero la “manovrina no tax” di Gentiloni

ARTICOLO PUBBLICATO SU IL FOGLIO IL 23/06/2017


Ormai conosciuta ai più come “manovrina”, la correzione dei conti pubblici richiesta dalla Commissione Europea al Governo è legge da alcuni giorni. Approvata definitivamente dal Senato, contiene alcuni provvedimenti importanti: i nuovi voucher (di cui Il Foglio si era già occupato), l’abolizione degli studi di settore, la riduzione delle slot machine, i nuovi atti per la ricostruzione, il prestito ponte ad Alitalia e pure la norma anti-Flixbus, per cui, ricordiamolo, è ancora il “giorno della marmotta”.
Ecco dunque il tweet di soddisfazione del presidente Paolo Gentiloni, ormai di rito all’approvazione dei capisaldi legislativi dell’azione di governo:

Passato quasi inosservato, contiene in realtà un’inesattezza di fondo: la manovra correttiva – che vale 3,4 miliardi di euro, come richiesto dalla UE – in realtà aumenta eccome la tassazione. Per raggiungere gli obiettivi di bilancio il governo ha utilizzato un mix di interventi: taglio ai ministeri (460 milioni per il 2017), contrasto all’evasione fiscale con il nuovo ampliato split payment (ovvero l’obbligo per la PA di trattenere nei pagamenti l’ammontare dell’IVA, per poi versarlo direttamente all’erario), e vere e proprie nuove imposte tra cui l’aumento sui tabacchi, sui giochi e sulle locazioni brevi.

Concentriamoci sulle nuove imposte: l’articolo 4 del decreto legge di aprile 2017 – ormai convertito in legge – impone una cedolare secca del 21 per cento sulle locazioni non superiori ai 30 giorni. Si tratta di una norma ad hoc per Airbnb, l’app che gestisce l’incrocio tra domanda per soggiorni brevi in camere e appartamenti. D’ora in poi queste applicazioni dovranno comportarsi da sostituti d’imposta.

L’articolo 5 del decreto prevede nuove accise sui tabacchi per un gettito di 83 milioni nel 2017 e 125 nel 2018. Quindi a tutti gli effetti, nuove tasse. Nell’articolo successivo il governo prevede l’aumento dei prelievi sulle slot machine e sulle vincite (con il raddoppio al 12 per cento per quelle eccedenti i 500 euro). Entrambi i nuovi interventi – per quanto considerati “meno cattivi” perché non toccano beni primari – sono considerati regressivi, poiché colpiranno in particolare le fasce meno abbienti della popolazione: a parità di consumo, lo stesso aumento del prezzo delle sigarette o dell’imposta sulle vincite colpisce maggiormente il consumatore a più basso reddito.

D’altra parte è vero anche che il Governo ha avviato la sterilizzazione delle clausole di salvaguardia, che afferma tuttavia non verranno fatte scattare a fine anno: vengono ridotti e allontanati gli aumenti delle aliquote Iva e delle accise sui carburanti previsti dall’anno prossimo. Insomma, il decreto legge varato dal governo ed alcuni giorni fa convertito dal parlamento contiene nuove imposte per i cittadini per diverse centinaia di milioni di euro. Dunque se Gentiloni afferma che la manovra non contiene “nuove tasse” sbaglia e dimostra un eccessivo ottimismo, una critica che solitamente è stata rivolta al suo predecessore.

Quanto ci costa davvero la “manovrina no tax” di Gentiloni

Cosa c’è dietro lo spauracchio della Bolkestein

ARTICOLO PUBBLICATO SU IL FOGLIO IL 27/02/2017


Nei giorni scorsi è tornata alla ribalta delle cronache per via delle accese proteste degli ambulanti, ma ormai da anni aleggia come uno spettro nei salotti televisivi italici. Stiamo parlando della direttiva Bolkestein, in vigore dal 2006 ed attuata in Italia nel 2010, della quale tuttavia sono ancora in pochi a conoscere il reale contenuto.

La Bolkestein (2006/123/CE), che prende il nome dal suo autore – l’olandese Frits Bolkestein – commissario europeo per la Concorrenza nella Commissione guidata da Romano Prodi, ha un unico chiaro obiettivo: rimuovere gli ostacoli agli scambi di servizi all’interno del mercato unico europeo. La direttiva coinvolge la quasi totalità del settore dei servizi – che movimenta il 65 per cento del PIL europeo -, dal commercio al dettaglio alle attività professionali fino al turismo ed ai servizi ricreativi. Sono invece esclusi i servizi finanziari, i servizi delle agenzie di lavoro interinale ed il gioco d’azzardo. In particolare la Bolkestein consente alle imprese di servizi di stabilirsi in paesi europei diversi da quello di appartenenza, come accade abitualmente da decenni per il mercato dei beni. Per riuscirci prevede semplificazioni nelle regolamentazioni nazionali, l’abolizione di ogni ostacolo burocratico e la creazione di sportelli unici in ogni paese che siano punti di riferimento per tutti gli imprenditori che volessero avviare un’impresa di servizi in un paese europeo. Non certo un obiettivo scontato, per di più in tempi di protezionismo imperante. Tanto è vero che la Commissione è inciampata in diversi ostacoli sul cammino di attuazione, posti in particolare dai governi nazionali. Nel 2012 ha quindi adottato una comunicazione sulla sua attuazione, in cui afferma che “applicherà una politica di “tolleranza zero” in caso di non conformità agli obblighi ineludibili” che “la direttiva impone agli Stati membri”. Ne sa qualcosa l’Italia, in cui è stato usanza per decenni il rinnovo automatico delle concessioni di spazi pubblici, tramandati di padre in figlio come si trattasse di una proprietà privata e non più di suolo pubblico. Non a caso il nostro paese è stato oggetto di una sentenza del 2016 della Corte Europea, la quale ci obbliga a mettere a gara le concessioni sulle spiagge italiane altrimenti prorogate automaticamente fino al 2020.

Dopo le spiagge, è la volta degli ambulanti. Entro maggio 2017 gli Stati membri sono obbligati a rimettere a bando le concessioni per gli spazi commerciali per gli ambulanti, rilasciate dagli enti locali. Ma già Matteo Renzi, in piena campagna referendaria e su richiesta dell’ANCI, promise la proroga fino al 2020 della liberalizzazione delle licenze commerciali su suolo pubblico. Proroga che è comparsa – seppur più modesta – all’interno del decreto milleproroghe (art. 6, c. 8), fino al 31 dicembre 2018, ed ha resistito agli assalti degli emendamenti parlamentari. Hanno evidentemente sortito gli effetti sperati i presidi degli ambulanti organizzati nelle ultime settimane per le vie romane, a cui ha partecipato anche Maurizio Gasparri. È un peccato che gli ambulanti abbiano la memoria troppo corta per ricordare che l’attuale vicepresidente del Senato ricopriva il ruolo di capogruppo del principale partito di maggioranza quando il Governo italiano attuò per la prima volta la Bolkestein in Italia nel 2010.

Forse non deve stupire che, in modo del tutto simile al CETA, le critiche alla Bolkestein si concentrino sul timore di una diminuzione delle tutele sociali dei lavoratori e su una guerra al ribasso dei prezzi. La rivoluzione nella concessione dei bandi potrebbe tuttavia allontanare definitivamente i troppi ambulanti abusivi che oggi invadono i marciapiedi della capitale d’Italia. Questo probabilmente è il reale tasto dolente per alcuni fra i più critici: per tutti gli altri sono infatti previste tutele ed eccezioni, fondamentali quando si cala una direttiva europea nel contesto nazionale. Un’intesa Stato-Regioni del 2012 ad esempio prevede venga presa in considerazione la professionalità acquisita e l’anzianità di servizio come criterio di scelta per le future concessioni (nel limite del 40 per cento del giudizio). Questa sarà “comprovata dall’iscrizione quale impresa attiva nel Registro delle imprese”, in cui ovviamente non compaiono gli ambulanti abusivi. Per i più ottimisti quindi, oltre che una liberalizzazione, si tratta di un’importante occasione per regolamentare un settore ad oggi ancora troppo legato a logiche del passato.

Flixbus, taxi ed ambulanti, il milleproroghe 2016 verrà ricordato per le polemiche sulla concorrenza ancora latitante nel Belpaese. Una cosa è certa: se intendiamo far morire l’Italia di rendite di posizione, la proroga ad infinitum è la strada maestra.

Cosa c’è dietro lo spauracchio della Bolkestein