Fact-checking: più incendi senza i forestali?

ARTICOLO PUBBLICATO SU LAVOCE.INFO IL 02/08/2017


AGGIORNAMENTO (11/08/2017)

Come promesso nel fact-checking, giovedì 3 agosto abbiamo inviato la richiesta di accesso civico (in inglese, FOIA) al Ministero dell’Interno per ottenere le informazioni sulle quali gli uffici stampa non avevano fornito risposte. Nella giornata di oggi – dopo soli 8 giorni – abbiamo ricevuto il responso, che conferma le informazioni dell’articolo. Tre le domande: 1) quanti operatori D.O.S. sono oggi operativi nel Corpo dei Vigili del fuoco? 2) quanti mezzi aerei trasferiti dall’ex Corpo forestale al Corpo dei Vigili del fuoco sono oggi funzionanti? 3) quali regioni hanno firmato accordi di programma con i Vigili del fuoco per l’utilizzo dei loro mezzi e personale?

Ecco le risposte:

  1. Attualmente il numero di personale con qualifica di Direttore delle Operazioni di Spegnimento (D.O.S.) operativo […] è di circa 750 unità”;
  2. I mezzi aerei transitati dall’Ex Corpo Forestale dello Stato al Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco sono n. 16 elicotteri di cui n. 8, al momento, sono in assetto operativo, fermo restando i fermi tecnici, brevi, derivanti dai cicli ordinari di manutenzione previsti. I restanti mezzi (n. 8) risultano interessati da manutenzione calendariali ed al momento non sono disponibili per l’operatività”;
  3. In funzione dello svolgimento delle attività operative in materia AIB, sono state stipulate specifiche convenzioni con 15 regioni […]”.

In particolare i punti 1 e 3 rafforzano le tesi riportate nel fact-checking, riguardo alla diminuzione rispetto al 2016 del personale D.O.S. operativo (1.056 vs circa 750) ed al colpevole ritardo delle regioni nella firma delle convenzione con i Vigili del fuoco. Le date di sottoscrizione, assieme all’importo previsto, sono infatti consultabili nell’allegato in basso inviatoci dal Ministero dell’Interno; da tenere a mente la data di inizio della campagna nazionale anti-incendi: 15 giugno 2017. Alcune date differiscono di pochi giorni da quelle riportate da Legambiente e citate nel fact-checking (in particolare per Puglia e Sardegna); ci scusiamo con i lettori per l’imprecisione.

ESTATE, LA STAGIONE DEGLI INCENDI

Ogni estate non c’è questione più “scottante” di quella degli incendi boschivi che imperversano nella nostra Penisola. Tema che quest’anno è risultato inesorabilmente legato alla recente riforma delle forze di polizia e, in particolare, allo smembramento del Corpo forestale dello stato (CFs). Nelle ultime settimane diverse testate giornalistiche hanno riportato numerose critiche alla riforma, spesso citando fonti sindacali. Certo, voci ben informate e competenti sulle questioni più tecniche, ma non sempre imparziali e attendibili. Ecco dunque la necessità del fact-checking, a partire dalla dichiarazione su Twitter del sottosegretario al ministero della Semplificazione e Pubblica amministrazione Angelo Rughetti:

Rughetti riporta alcuni dati del capo del dipartimento della Protezione civile, Fabrizio Curcio, sulle richieste di intervento aereo ricevute dalle regioni per incendi boschivi.
Secondo il sottosegretario parrebbe dunque che l’aumento degli incendi boschivi, spiegato nella scheda illustrativa, non sia in alcun modo legato allo smembramento del Corpo forestale: ogni nesso di causalità andrebbe escluso. La dichiarazione è rilevante poiché il ministero della Pubblica amministrazione è competente per la riforma voluta dal governo Renzi e concretizzatasi con il decreto legislativo 177/2016. Parole che richiedono perciò una verifica, a partire da documenti e dati ufficiali.

IL PERSONALE DOS

Il punto di partenza è intuitivo: quanti uomini erano a disposizione per le attività anti-incendio boschivo nel 2016 e quanti nel 2017? Si tratta di un calcolo complicato, poiché non vi è trasparenza su quanti dei quasi 8mila forestali statali fossero effettivamente impiegati nelle attività anti-incendio.
Possiamo tuttavia recuperare informazioni sui direttori delle operazioni di spegnimento (Dos), vale a dire l’importante figura che negli incendi boschivi particolarmente complessi coordina le operazioni e in particolare dirige i mezzi aerei presenti. Tale personale, appositamente formato, fino al 2016 era a disposizione degli enti locali e dell’ex Cfs (secondo la legge quadro sugli incendi boschivi 353/2000); dopo il 31 dicembre – ultimo giorno di operatività dei forestali – la competenza dei Dos è passata al corpo dei Vigili del fuoco, che la esercitano in collaborazione con le regioni. Secondo i decreti del Corpo Forestale dello Stato di attuazione del decreto legislativo 177/2016, tra i forestali erano 1.056 gli operatori forniti di competenza Dos. Se aggiungiamo – come scrive l’ufficio stampa del ministero dell’Interno, sollecitato direttamente – che “le unità di personale [nel corpo dei Vigili del fuoco, ndr] addette alla funzione di Direttore delle operazioni di spegnimento sono ad oggi 800” capiamo bene come, oltre a disperdere competenze acquisite negli anni, ci sia stato un ammanco di alcune centinaia di uomini e donne con esperienza e formazione nel coordinamento dello spegnimento degli incendi. Per di più i Dos dei VVf sono stati formati unicamente per la gestione dell’intervento aereo, mentre mancano della formazione necessaria alla gestione globale dell’incendio, oltre a non conoscere il territorio forestale rurale come invece l’ex personale del Corpo Forestale dello Stato.

IL MISTERO DEL DECRETO MANCANTE

I problemi non terminano qui: secondo l’articolo 13 del decreto legislativo 177/2016 il ministero delle Politiche agricole, alimentari e forestali (Mipaaf) avrebbe dovuto, entro 60 giorni dalla sua entrata in vigore (cioè entro il 12 novembre 2016), individuare “le risorse finanziarie, i beni immobili in uso ascritti al demanio o al patrimonio indisponibile dello Stato, gli strumenti, i mezzi, gli animali, gli apparati, le infrastrutture e ogni altra pertinenza del Corpo forestale dello Stato che sono trasferiti all’Arma dei carabinieri, al Corpo nazionale dei vigili del fuoco, alla Polizia di Stato e al Corpo della guardia di  finanza”. Il decreto manca ancora all’appello, per voce dello stesso generale Antonio Ricciardi, a capo del corpo forestale dei Carabinieri ove sono confluiti più di 6mila ex forestali: in audizione in Senato ha infatti affermato che si tratta di un “decreto interministeriale ancora non definitivo ma di fatto già attuato”. Non abbiamo notizie su come un decreto non ancora emanato possa essere attuato, peraltro né l’ufficio stampa del Mipaaf, né quelli del ministero dell’Interno o del ministero della Pubblica amministrazione hanno voluto rilasciare commenti in merito.

DOVE E’ LA FLOTTA AEREA

Molti degli articoli di giornale pubblicati nelle scorse settimane si sono concentrati sulla flotta aerea a disposizione dell’ex Cfs: 32 elicotteri, tra cui molti anti-incendi, spartiti a metà tra Carabinieri e VVf. Secondo le numerose denunce riportate, però, gli elicotteri sarebbero in gran parte fermi negli hangar. Mancanza di fondi, lavori di manutenzione straordinaria, complicazioni burocratiche: le ragioni sarebbero tante. Si tratta di una questione talmente tecnica e mutevole che siamo stati costretti a non addentrarci nei dettagli, per evitare facili imprecisioni. Per capirne la complessità basta l’esempio delle affermazioni del governatore della Sicilia Rosario Crocetta: durante un’audizione al Senato qualche giorno fa ha dichiarato che gli elicotteri appartenenti all’ex Corpo Forestale in funzione nella sua regione nel 2016 non possono ancora essere utilizzati dalla direzione siciliana dei VVf per problemi legati al passaggio dal vecchio al nuovo corpo. Le dichiarazioni di Crocetta sono contraddistinte da alcune imprecisioni e per di più smentite in precedenza, per il contesto nazionale, da un comunicato del Ministero dell’Interno. Tuttavia la direzione regionale siciliana dei Vigili del fuoco, che fa capo al Dipartimento nazionale e quindi allo stesso ministero dell’Interno, ha confermato in modo esplicito le parole del governatore spiegando che è stato impossibile firmare la convenzione tra VVf e regione Sicilia per l’utilizzo dei mezzi aerei anti-incendio dei VVF proprio per via di tale ritardo. Come accaduto in Sicilia, immaginiamo che ritardi per l’utilizzo dei mezzi aerei anti-incendi dovuti allo smembramento del CFs possano essere avvenuti anche in altre regioni italiane.

LE RESPONSABILITA’ DELLE REGIONI

Ciò tuttavia non significa certo che – come sostengono alcuni – il considerevole aumento del numero di incendi e del territorio bruciato sia dovuto al solo smembramento del Corpo forestale. Le regioni appaiono avere un gran fetta di responsabilità, per via del loro ruolo cruciale, come spieghiamo nella scheda.  Dovrebbero adottare e successivamente aggiornare annualmente un piano regionale per la programmazione delle attività anti-incendio. Inoltre per loro è possibile stipulare convenzioni annuali a pagamento con il corpo dei Vigili del fuoco (in passato anche con l’ex Cfs) per l’impiego del personale e dei mezzi terrestri e aerei a disposizione. Secondo il dossier Legambiente, che appare una valida fonte, questa è la situazione delle sei regioni più colpite dagli incendi boschivi:

REGIONE DATA DI APPROVAZIONE DEL PIANO REGIONALE DATA DI FIRMA DELLA CONVENZIONE CON I VVF ETTARI BRUCIATI (percentuale sul territorio regionale coperto da foreste e boschi)
Sicilia 10 maggio 1 agosto (prevista) 7,41%
Campania 21 luglio 15 luglio 2,92%
Sardegna 23 maggio / 0,28%
Puglia 24 febbraio 30 maggio 1,7%
Lazio 17 luglio Giugno 0,8%
Calabria 12 giugno 4 luglio 3,14%

Fonte: “Dossier Incendi 2017” di Legambiente ed elaborazione dati del progetto Copernicus della Commissione europea, aggiornati al 27 luglio 2017.

In rosso sono segnate le date in cui alcune regioni che hanno approvato piani e convenzioni: come si vede sono in estrema prossimità o addirittura in ritardo rispetto all’inizio della campagna nazionale anti-incendio, inaugurata il 15 giugno.

IL VERDETTO

Recuperare le informazioni per questo fact–checking, tra gli uffici stampa dei ministeri e del Dipartimento nazionale dei VVf, muti per settimane, non è stato semplice. Per ottenere alcune interessanti informazioni che ancora mancano all’appello tenteremo la via della richiesta di accesso agli atti (in inglese, FOIA): uno strumento peraltro fortemente voluto dallo stesso ministero della Pubblica amministrazione, che però sull’argomento incendi resta da giorni silente di fronte alle numerose richieste di informazioni.

Ad ogni modo non è certo possibile, né nostra intenzione, dimostrare una causalità diretta tra i ritardi e disguidi e il fenomeno degli incendi boschivi delle ultime settimane: le variabili in campo sono troppe. Allo stesso tempo, non appare possibile escludere categoricamente ogni problema, come ha fatto il sottosegretario Rughetti. Alla luce dei fatti, la sua dichiarazione è quindi FALSA. A problemi complessi non si possono fornire risposte semplicistiche, per di più se affidate al cinguettio dei 140 caratteri.

Angelo Rughetti su Twitter in risposta al fact-checking (assieme alla nostra replica). Il Sottosegretario ha ribattuto in modo più approfondito sul suo profilo Facebook:

Ecco come facciamo il fact-checking.

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Lotta alla disuguaglianza: se Boschi gonfia i risultati

ARTICOLO PUBBLICATO SU LAVOCE.INFO IL 30/06/2017


SECONDO ISTAT LO STATO RIDUCE LE DISEGUAGLIANZE

Post e tweet euforici degli esponenti Pd (e non solo) hanno tempestato i social mercoledì 21 giugno, giorno in cui l’Istat ha pubblicato una simulazione sulla redistribuzione del reddito in Italia. Nel documento, l’istituto di via Balbo stima quanto l’intervento pubblico, ossia la somma dei trasferimenti e dei prelievi fiscali, abbia influenzato nel 2016 la distribuzione del reddito e i livelli di disuguaglianza.

La metodologia usata nella simulazione è la seguente: si prende in considerazione il sistema economico prima dell’intervento dello stato e se ne stima la disuguaglianza. Poi, la si confronta con quella che è osservabile a seguito dell’intervento pubblico, per comprendere se l’azione compiuta dallo stato abbia diminuito, aumentato o lasciato invariato il grado di disuguaglianza presente nel sistema.
I risultati dello studio ci dicono che l’azione dello stato ha effetti rilevanti in termini di una più equa distribuzione del reddito. Solo nel 2016 l’indice di Gini – la misura più utilizzata per calcolare le disuguaglianze, che varia da 0, eguaglianza, a 100, massima concentrazione dei redditi – è diminuito di 15,1 punti (da 45,2 a 30,1) a seguito dell’intervento pubblico.

Oltre a sottolineare nel dettaglio quali siano le categorie di reddito e di età più avvantaggiate dall’azione dello stato, il rapporto prende in considerazione anche gli effetti di tre misure adottate nel triennio 2014-2016: il bonus di 80 euro, l’aumento della quattordicesima per i pensionati e l’implementazione parziale del sostegno di inclusione attiva (Sia, una misura sperimentale contro la povertà ora sostituita dal reddito di inclusione). Anche in questo caso sembrerebbe che tutte e tre le misure abbiano svolto un ruolo importante nella lotta contro le disuguaglianze e la povertà. Così infatti recita il documento diffuso dall’Istat:

“Le principali politiche redistributive del periodo 2014-2016 (bonus di 80 euro, aumento della quattordicesima per i pensionati e sostegno di inclusione attiva), hanno aumentato l’equità della distribuzione dei redditi disponibili nel 2016 (l’indice di Gini è passato dal 30,4 al 30,1) e ridotto il rischio di povertà (dal 19,2 al 18,4%)”

COSA HA DETTO BOSCHI

Questa notizia, come facilmente prevedibile, ha suscitato la reazione entusiasta di numerosi esponenti della maggioranza che sostenne tali provvedimenti e, in particolare, del Partito Democratico. Per esempio, ecco cosa ha pubblicato sul suo profilo facebook il Sottosegretario di Palazzo Chigi Maria Elena Boschi:

Cattura

Tuttavia, nel post ci sono tre punti su cui è utile fare qualche precisazione.

Per prima cosa Boschi dichiara che l’Istat avrebbe pubblicato dei dati. Come sappiamo, in realtà, lo studio in questione non si basa su un’analisi empirica, vale a dire su una valutazione di dati osservati nella realtà, quanto piuttosto su una microsimulazione teorica.
Non che questo sia un punto debole per il report dell’Istat, le microsimulazioni sono anzi utilizzate in tutta Europa per valutare l’efficacia delle policy. Al contrario di un’analisi empirica infatti, dove ogni elemento è il risultato dell’azione di molti fattori, le microsimulazioni riescono a isolare gli effetti dei singoli provvedimenti, controllando così l’azione esercitata dalle altre variabili. È molto difficile ottenere questo risultato quando ci si approccia a dei dati reali ed è per questo che i modelli teorici possono essere molto utili anche nel dibattito politico. Tuttavia, è importante sottolineare la differenza tra delle simulazioni teoriche e delle analisi di contabilità nazionale. Ed è lo stesso Roberto Monducci, direttore del dipartimento per la produzione statistica dell’Istat, che in un’intervista al Fatto smorza l’eccessivo entusiasmo che alcuni esponenti Pd avevano mostrato a seguito del report:

“Si tratta di esercizi, di un modello zeppo di ipotesi che stiamo sfruttando anche a fini informativi. Ma non è contabilità nazionale, non è una statistica. Lo riteniamo interessante anche per restituire un quadro informativo, anche in alcuni altri Paesi come la Francia lo fanno… però va preso per quello che è”.

Come a dire: è vero che parliamo di modelli molto affidabili e largamente usati in tutta Europa, ma va comunque ricordato che restano modelli, ossia strumenti che replicano la realtà senza una pretesa di completezza. Le informazioni che ne possiamo trarre sono quindi utili, ma necessitano di una contestualizzazione approfondita per non incappare in conclusioni politiche troppo affrettate.

Il secondo elemento su cui Boschi commette alcune imprecisioni riguarda la scomposizione degli effetti redistributivi delle tre misure adottate. Lo studio infatti non specifica quanto i provvedimenti abbiano influito singolarmente sulla diminuzione dell’indice di Gini e del rischio di povertà. E anche il post di Boschi si riferisce alle tre misure come se fossero una sola, alimentando non poca confusione sull’efficacia individuale dei provvedimenti. Confusione a cui mette ordine lo stesso Monducci, il quale arricchendo le informazioni fornite dallo studio rivela sempre al Fatto:

“Il bonus degli 80 euro “ha ridotto la disuguaglianza dal 30,4% al 30,2% e il rischio di povertà dal 19,2% al 18,5%”. Invece, aggiunge, “la quattordicesima ai pensionati riduce lievemente solo il rischio di povertà (dal 19,2% al 19,1%) e il Sia, entrato in vigore solo nella seconda metà del 2016, al momento non sembra aver prodotto effetti significativi”.

(Ansa)

Va ricordato che il Sia non nasce con l’obiettivo di diminuire l’indice di Gini o la diffusione della povertà, relativa o assoluta che sia, quanto con quello di limitare l’intensità della povertà assoluta (obiettivo su cui sembrerebbe aver raggiunto risultati considerevoli). Proprio per questo motivo, la diminuzione dello 0,3 dell’indice di Gini è imputabile principalmente al solo bonus degli 80 euro, e non all’insieme delle tre misure, come trapelerebbe invece dal post di Boschi. A sua discolpa, bisogna comunque far notare che le dichiarazioni di Monducci sono state rilasciate dopo la pubblicazione del post del Sottosegretario, che comunque non ha rilasciato alcuna dichiarazione per precisare o rettificare il contenuto del suo post.

UNA VALUTAZIONE TROPPO AFFRETTATA

Un terzo punto che merita di essere analizzato è quando Boschi scrive che il report di Istat certifica il successo delle tre misure. Nel dettaglio, il post recita:

“Oggi però #Istat pubblica dei dati che ci dicono che le principali politiche redistributive del periodo 2014-2016 hanno funzionato”.

In questa breve frase, Maria Elena Boschi considera positive le tre politiche attuate nel triennio 2014-2016 nella misura in cui queste abbiano diminuito la disuguaglianza del sistema. Il Sottosegretario cioè utilizza il solo parametro dell’efficacia redistributiva per valutare la bontà delle policy: in altri termini, maggiore è l’azione perequativa e migliore sarà per Boschi la valutazione.

Tuttavia le sue dichiarazioni suscitano un altro interrogativo: se le tre politiche vengono interpretate in chiave redistributiva, e vengono valutate positivamente perché hanno reso più eguale la nostra economia, è lecito chiedersi se a costi invariati si sarebbe potuto raggiungere un risultato migliore. Possiamo cioè chiederci se con le risorse utilizzate per i tre provvedimenti si sarebbe potuto attuare una policy alternativa che avrebbe generato risultati più soddisfacenti.
Prenderemo come controesempio il reddito di cittadinanza proposto dal Movimento 5 Stelle. Ovviamente sono misure diverse, nate con obiettivi differenti: il bonus degli 80 euro vuole infatti aiutare le famiglie con redditi medio-bassi, mentre la proposta pentastellata le famiglie più povere. Tuttavia noi qui adotteremo esclusivamente il metro utilizzato da Boschi nel suo post, senza svolgere analisi su parametri aggiuntivi: valuteremo migliore la proposta che riduce maggiormente la disuguaglianza.

Il costo complessivo degli 80 euro, dell’aumento della quattordicesima e del Sia ammonta a 10,72 miliardi di euro e ha ridotto l’indice di Gini di 0,3. La proposta pentastellata, già al centro di un nostro fact-checking, prevede l’erogazione di un sussidio che colmi il divario tra il reddito percepito e il livello di povertà. L’Istat ha stimato che nel 2015 questa misura sarebbe costata 14,9 miliardi e avrebbe ridotto l’indice di Gini di 1,8.

A fronte quindi di un 39 per cento di costi in più si sarebbe ridotto l’indice Gini per un valore pari a 6 volte la variazione prodotta dai tre provvedimenti, con una differenza quindi del +500%.

Sebbene queste stime si riferiscano a due anni diversi (i costi e gli effetti delle tre misure sono relativi al 2016, mentre le stime sul reddito di cittadinanza riguardano il 2015), emerge una chiara differenza tra i risultati.
Il Reddito di Cittadinanza riuscirebbe con una cifra vicina a quei 10,72 miliardi utilizzati per i tre provvedimenti a diminuire la disuguaglianza in maniera significativamente più rilevante.
È ovvio che tale comparazione non ha l’ambizione di trarre conclusioni definitive su quale provvedimento sia il migliore. Tuttavia se adottiamo esclusivamente il metro valutativo utilizzato da Boschi, i risultati sono abbastanza evidenti.

Nonostante gli effetti positivi evidenziati, sembra dunque che l’entusiasmo suscitato dal documento dell’Istat sia stato probabilmente eccessivo.
Tornando alla dichiarazione di Maria Elena Boschi, il giudizio non può essere però eccessivamente negativo. Il Sottosegretario del Governo sbaglia nel chiamare dati ciò che non lo è, e nel considerare come una sola cosa i tre provvedimenti. La dichiarazione di Maria Elena Boschi è quindi QUASI VERA. L’errore di valutazione politica, che quindi esula dal fact-checking, è semmai quello di misurare l’efficacia di una policy esclusivamente sul parametro dell’efficacia redistributiva, che, come abbiamo dimostrato, si presta a paragoni che non dovrebbero lasciare del tutto soddisfatti gli esponenti Pd.

Ecco come facciamo il fact-checking.

Articolo scritto assieme a Mariasole Lisciandro e Gabriele Guzzi

Lotta alla disuguaglianza: se Boschi gonfia i risultati

Quanto ci costa davvero la “manovrina no tax” di Gentiloni

ARTICOLO PUBBLICATO SU IL FOGLIO IL 23/06/2017


Ormai conosciuta ai più come “manovrina”, la correzione dei conti pubblici richiesta dalla Commissione Europea al Governo è legge da alcuni giorni. Approvata definitivamente dal Senato, contiene alcuni provvedimenti importanti: i nuovi voucher (di cui Il Foglio si era già occupato), l’abolizione degli studi di settore, la riduzione delle slot machine, i nuovi atti per la ricostruzione, il prestito ponte ad Alitalia e pure la norma anti-Flixbus, per cui, ricordiamolo, è ancora il “giorno della marmotta”.
Ecco dunque il tweet di soddisfazione del presidente Paolo Gentiloni, ormai di rito all’approvazione dei capisaldi legislativi dell’azione di governo:

Passato quasi inosservato, contiene in realtà un’inesattezza di fondo: la manovra correttiva – che vale 3,4 miliardi di euro, come richiesto dalla UE – in realtà aumenta eccome la tassazione. Per raggiungere gli obiettivi di bilancio il governo ha utilizzato un mix di interventi: taglio ai ministeri (460 milioni per il 2017), contrasto all’evasione fiscale con il nuovo ampliato split payment (ovvero l’obbligo per la PA di trattenere nei pagamenti l’ammontare dell’IVA, per poi versarlo direttamente all’erario), e vere e proprie nuove imposte tra cui l’aumento sui tabacchi, sui giochi e sulle locazioni brevi.

Concentriamoci sulle nuove imposte: l’articolo 4 del decreto legge di aprile 2017 – ormai convertito in legge – impone una cedolare secca del 21 per cento sulle locazioni non superiori ai 30 giorni. Si tratta di una norma ad hoc per Airbnb, l’app che gestisce l’incrocio tra domanda per soggiorni brevi in camere e appartamenti. D’ora in poi queste applicazioni dovranno comportarsi da sostituti d’imposta.

L’articolo 5 del decreto prevede nuove accise sui tabacchi per un gettito di 83 milioni nel 2017 e 125 nel 2018. Quindi a tutti gli effetti, nuove tasse. Nell’articolo successivo il governo prevede l’aumento dei prelievi sulle slot machine e sulle vincite (con il raddoppio al 12 per cento per quelle eccedenti i 500 euro). Entrambi i nuovi interventi – per quanto considerati “meno cattivi” perché non toccano beni primari – sono considerati regressivi, poiché colpiranno in particolare le fasce meno abbienti della popolazione: a parità di consumo, lo stesso aumento del prezzo delle sigarette o dell’imposta sulle vincite colpisce maggiormente il consumatore a più basso reddito.

D’altra parte è vero anche che il Governo ha avviato la sterilizzazione delle clausole di salvaguardia, che afferma tuttavia non verranno fatte scattare a fine anno: vengono ridotti e allontanati gli aumenti delle aliquote Iva e delle accise sui carburanti previsti dall’anno prossimo. Insomma, il decreto legge varato dal governo ed alcuni giorni fa convertito dal parlamento contiene nuove imposte per i cittadini per diverse centinaia di milioni di euro. Dunque se Gentiloni afferma che la manovra non contiene “nuove tasse” sbaglia e dimostra un eccessivo ottimismo, una critica che solitamente è stata rivolta al suo predecessore.

Quanto ci costa davvero la “manovrina no tax” di Gentiloni

Se neanche i parlamentari conoscono il reddito di cittadinanza

ARTICOLO PUBBLICATO SU LAVOCE.INFO IL 15/06/2017


Se neanche i parlamentari conoscono il reddito di cittadinanza

I numeri sulla sicurezza di Salvini non tornano

ARTICOLO PUBBLICATO SU IL FOGLIO IL 13/06/2017


Il tema della sicurezza è stato centrale anche in questa tornata di elezioni amministrative e non è un mistero che a interpretarlo al meglio sia da anni la Lega Nord di Matteo Salvini, che ne ha fatto il suo cavallo di battaglia. Il segretario del Carroccio, nel corso di uno dei frequenti interventi televisivi al programma “Dalla Vostra Parte”, ha dichiarato: “In Italia viene preso solo il 4 per cento dei ladri e dei rapinatori”, quindi serve “sostenere e valorizzare le forze dell’ordine”.

Davvero in Italia viene arrestato una percentuale così bassa di ladri e rapinatori? I dati Istat ci vengono incontro per fornire una risposta.

L’Istituto nazionale di statistica certifica che nel 2015, ultimo anno disponibile, le segnalazioni di persone denunciate e arrestate per furto sono state 121.719, mentre per quanto riguarda le rapine sono state effettuate 21.615 segnalazioni. Tra i due termini c’è una differenza non indifferente: secondo il diritto italiano, il furto (commesso dal ladro) consiste nella sottrazione fraudolenta di oggetti altrui, mentre la rapina (commessa dal rapinatore) richiede in più anche la presenza di violenza o minaccia. Per questo le pene differiscono: per il furto la pena base è da 6 mesi a 3 anni, mentre per rapina si più ottenere una condanna da 3 a 10 anni.

Non è possibile ricavare la percentuale di ladri e rapinatori che vengono identificati e arrestati, per il semplice motivo che non si conosce il numero di individui che hanno commesso tali delitti e che sono ancora in libertà. Possiamo però confrontare i numeri dei detenuti per furto e rapina con il totale della popolazione carceraria, come fece Pagella Politica per il 2015: per rapina, nel 2016, sono 16.765, mentre quelli per furto raggiungono i 12.191 carcerati. Si tratta delle due categorie più numerose, dopo quella che include i reati legati al traffico di sostanze stupefacenti. Questi numeri ci fanno supporre che il dato del 4 per cento non sia attendibile.

Se invece delle persone ci concentriamo sui reati, secondo l’Istat i casi di cui si conosce l’autore nell’anno di riferimento (2015) sono 67.134 per quanto riguarda i furti e 8.946 per le rapine: cioè rispettivamente il 4,6 e 25,5 per cento, contro una media complessiva del 19. Numeri che possono essere anche confrontati anno per anno: nel 2011, ultimo anno di governo della Lega Nord, tutti e tre questi valori erano minori.

L’uscita dall’Euro potrebbe trasformarsi in un tema tabù per il Carroccio dopo la disfatta lepenista in Francia, mentre la sicurezza diverrebbe sempre più centrale nella narrazione leghista. Narrazione che ha bisogno di solide basi e di proposte concrete per affermarsi, che oggi apparentemente mancano ancora.

I numeri sulla sicurezza di Salvini non tornano