I numeri sulla sicurezza di Salvini non tornano

ARTICOLO PUBBLICATO SU IL FOGLIO IL 13/06/2017


Il tema della sicurezza è stato centrale anche in questa tornata di elezioni amministrative e non è un mistero che a interpretarlo al meglio sia da anni la Lega Nord di Matteo Salvini, che ne ha fatto il suo cavallo di battaglia. Il segretario del Carroccio, nel corso di uno dei frequenti interventi televisivi al programma “Dalla Vostra Parte”, ha dichiarato: “In Italia viene preso solo il 4 per cento dei ladri e dei rapinatori”, quindi serve “sostenere e valorizzare le forze dell’ordine”.

Davvero in Italia viene arrestato una percentuale così bassa di ladri e rapinatori? I dati Istat ci vengono incontro per fornire una risposta.

L’Istituto nazionale di statistica certifica che nel 2015, ultimo anno disponibile, le segnalazioni di persone denunciate e arrestate per furto sono state 121.719, mentre per quanto riguarda le rapine sono state effettuate 21.615 segnalazioni. Tra i due termini c’è una differenza non indifferente: secondo il diritto italiano, il furto (commesso dal ladro) consiste nella sottrazione fraudolenta di oggetti altrui, mentre la rapina (commessa dal rapinatore) richiede in più anche la presenza di violenza o minaccia. Per questo le pene differiscono: per il furto la pena base è da 6 mesi a 3 anni, mentre per rapina si più ottenere una condanna da 3 a 10 anni.

Non è possibile ricavare la percentuale di ladri e rapinatori che vengono identificati e arrestati, per il semplice motivo che non si conosce il numero di individui che hanno commesso tali delitti e che sono ancora in libertà. Possiamo però confrontare i numeri dei detenuti per furto e rapina con il totale della popolazione carceraria, come fece Pagella Politica per il 2015: per rapina, nel 2016, sono 16.765, mentre quelli per furto raggiungono i 12.191 carcerati. Si tratta delle due categorie più numerose, dopo quella che include i reati legati al traffico di sostanze stupefacenti. Questi numeri ci fanno supporre che il dato del 4 per cento non sia attendibile.

Se invece delle persone ci concentriamo sui reati, secondo l’Istat i casi di cui si conosce l’autore nell’anno di riferimento (2015) sono 67.134 per quanto riguarda i furti e 8.946 per le rapine: cioè rispettivamente il 4,6 e 25,5 per cento, contro una media complessiva del 19. Numeri che possono essere anche confrontati anno per anno: nel 2011, ultimo anno di governo della Lega Nord, tutti e tre questi valori erano minori.

L’uscita dall’Euro potrebbe trasformarsi in un tema tabù per il Carroccio dopo la disfatta lepenista in Francia, mentre la sicurezza diverrebbe sempre più centrale nella narrazione leghista. Narrazione che ha bisogno di solide basi e di proposte concrete per affermarsi, che oggi apparentemente mancano ancora.

Annunci
I numeri sulla sicurezza di Salvini non tornano

Tutti gli errori di Di Maio e il M5s sul caso Minzolini

ARTICOLO PUBBLICATO SU IL FOGLIO IL 23/03/2017


È ormai un dato di fatto che il movimento di Beppe Grillo ha scelto, da tempo ma ancor più dopo l’elezione del Presidente americano, la via della delegittimazione dei mass media tradizionali e delle semplificazioni-disinformazioni-bufale, in un climax di gravità. L’ultimo esempio lo fornisce il caso Minzolini, l’ex direttore del TG1 – oggi in Forza Italia – sulla cui decadenza per ineleggibilità il Senato ha votato a sfavore, seguendo le prescrizioni della legge Severino. La votazione si è svolta a voto palese, e 19 senatori del Partito Democratico hanno votato contro la decadenza, evidentemente perché hanno trovato la condanna influenzata dal fumus persecutionis. Purtroppo quasi nessuno di loro ha giustificato la propria scelta sui social network e non siamo perciò in grado di conoscere le motivazioni, ne risponderanno loro stessi agli elettori.

Riepiloghiamo la storia giudiziaria: Augusto Minzolini è stato giudicato colpevole dalla Cassazione per peculato continuato e condannato a due anni e mezzo di reclusione e alla interdizione dai pubblici uffici; i giudici hanno verificato infatti un uso improprio della carta di credito della Rai con la quale l’ex direttore ha totalizzato spese per 65mila euro. Luigi Di Maio, leader in pectore del Movimento, ha parlato di atto eversivo, aggiungendo che i parlamentari non si dovrebbero più lamentare in caso di “atti violenti, perché i primi violenti che vanno contro la legge sono loro”, scatenando naturali polemiche nei giorni successivi. Il Vicepresidente della Camera, non soddisfatto, è tornato ieri sull’argomento durante l’intervista a Di Martedì (dal minuto 03:51), su La7. Di fronte al tentativo di Floris di ristabilire la realtà giuridica, Di Maio ha sbottato: “Non dirò mai che sul caso Minzolini è stata rispettata la legge perché il Parlamento doveva prendere atto della decisione di un altro potere dello Stato”. Il pubblico in studio è sembrato credergli visti gli applausi calorosi che ormai a La7 non stupiscono più, ma è stato ingannato.

L’articolo tre del decreto legislativo n. 235/2012, conosciuto ai più come legge Severino, prescrive che “qualora una causa di incandidabilità […] sopravvenga o comunque sia accertata nel corso del mandato elettivo, la Camera di appartenenza delibera ai sensi dell’articolo 66 della Costituzione.” Verificando il testo costituzionale si scopre che l’articolo citato prevede un “giudizio” da parte dei membri della camera interessata, e non una “presa d’atto” come pare sostenere Di Maio. Il Parlamento ha cioè il dovere di votare, ma non di approvare la decadenza del proprio membro. Ed affermare, come fa il deputato del M5s, che “nella legge Severino c’è scritto che la Camera deve votare perché non poteva scrivere altrimenti” è una banale tautologia che non dimostra in alcun modo l’automatismo della decadenza in caso di condanna passata in giudicato. In diritto le parole contano, per di più se contenute nella Costituzione; Luigi Di Maio, studente (fuoricorso) di giurisprudenza dovrebbe esserne a conoscenza. D’altra parte la sua tesi è smentita dal fatto che nella prima versione del decreto legislativo della Severino, preparata dal governo Monti nel 2012, il testo, come scoperto dall’Huffington Post, si presentava in modo differente: allora l’articolo tre – che sarebbe stato poi modificato – prevedeva la “decadenza di diritto”, senza rimandare all’articolo 66 della Costituzione. Se insomma il legislatore avesse voluto introdurre la decadenza automatica di fronte a una condanna in terzo grado lo avrebbe potuto fare. Gli stessi padri costituenti, evocati fino alla noia dai 5 stelle durante la campagna referendaria per il No, intendevano l’articolo 66 come un giudizio da parte del Parlamento, e non una semplice e più debole verifica o presa d’atto. Come ricorda il costituzionalista ed ex senatore del Pd Stefano Ceccanti sul Sole 24 Ore, Umberto Terracini, presidente dell’Assemblea Costituente, nel 1946 affermò “la Camera ha una sovranità che non tollera neppure nelle cose di minore importanza una qualsiasi limitazione. Potrà trattarsi di una posizione di carattere simbolico; tuttavia essa significa che ogni intromissione, sia pure della magistratura, è da evitarsi”.  Ma i pentastellati hanno commesso anche un altro errore sulla vicenda: hanno scritto infatti di “quarto grado di giudizio”, sul blog di Beppe Grillo. Il voto delle camere pone tuttavia l’attenzione sull’ineleggibilità e l’incompatibilità dei propri componenti, e non sulla sentenza passata in giudicato che rimarrà operativa e dovrà essere scontata anche da Minzolini.

Luigi Di Maio si confonde nell’interpretazione, in realtà piuttosto chiara, della legge Severino ed arriva addirittura ad affermare – sbagliando, concedendogli il beneficio del dubbio – che il Parlamento è fuori legge. Non sarà che l’esame mancante al giovane studente fuoricorso sia proprio quello di diritto costituzionale?

Tutti gli errori di Di Maio e il M5s sul caso Minzolini

La nuova ricetta fiscale di Matteo Renzi

ARTICOLO PUBBLICATO SU IL FOGLIO IL 13/03/2017


Base imponibile europea unica per le imprese, progressività generazionale dell’Irpef, taglio del cuneo fiscale, dote di decontribuzione individuale ad ogni giovane lavoratore. Le proposte in materia fiscale da inserire nella mozione congressuale di Matteo Renzi sono ambiziose ma ancora confuse. L’evento di tre giorni al Lingotto è servito a renderle coerenti tra loro, aprendo il dibattito fra i partecipanti in particolare nei tavoli Fisco, Welfare e Lavoro di Cittadinanza. Proprio i seminari che sono stati citati da Tommaso Nannicini nel discorso precedente a quello di chiusura, affidato come di consueto a Matteo Renzi.

C’è tuttavia una linea rossa che lega tutte le proposte lanciate fino ad ora: puntare su interventi fiscali mirati in favore delle fasce più in difficoltà, piuttosto che spingere la crescita in modo generalizzato nella speranza che anche i più deboli seguano la marea. È un passaggio teorico importante, che riconosce ed agisce sui nodi strutturali dell’Italia, per far ripartire il sistema paese e garantire allo stesso tempo equità. Nannicini ne è convinto e lo dice a Il Foglio: “Abbiamo già provato ad aiutare tutti risollevando il sistema paese nel suo complesso, ma politicamente non ha funzionato”. Due in particolare gli asset su cui lavorare: il basso tasso di occupazione delle donne, tema che si lega alla bassa natalità, ed i giovani. Aspetti sui quali il Jobs Act non è riuscito ad incidere; il numero di lavoratrici donne dal 2015 è cresciuto del 30 per cento in meno rispetto ai colleghi maschi, mentre la disoccupazione giovanile non riesce a scendere sotto il 36 per cento. Lo sforzo di proposta è stato portato avanti dallo stesso ex sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, assieme a Filippo Taddei, responsabile economico nella segreteria guidata da Matteo Renzi e professore di macroeconomia. Proprio Taddei, con il senatore Mauro Marino e la professoressa Chiara Rapallini, ha guidato al Lingotto il tavolo di lavoro “Nuova Economia e fisco amico”, a cui hanno partecipato in due giorni più di duecento persone, soprattutto imprenditori ed esperti fiscali.

Di occupazione femminile e di emergenza demografica (secondo i recenti dati Istat), ne ha parlato anche in plenaria la demografa e professoressa bocconiana Letizia Mencarini che ha affermato dal palco: “il bonus bebè di 80 euro [introdotto dal Governo Renzi] non serve a fare più figli!”. Cosa fare quindi per risollevare l’occupazione femminile, e quindi la natalità? Le proposte che molto probabilmente verranno inserite nella mozione congressuale provengono in particolare dal disegno di legge delega Lepri, ancora in discussione in commissione, che mira a riordinare le misure a sostegno dei figli a carico per riconoscere alle famiglie un’unica misura universalistica per ciascun figlio fino al ventiseiesimo anno d’età, condizionata all’indicatore ISEE. In questo modo si riuscirebbe a superare l’iniquità del sistema attuale – che affida gran parte degli aiuti alle detrazioni, escludendo perciò gli incapienti – e la differenza di trattamento tra lavoratori dipendenti ed autonomi. Il cammino è quello segnato dal Jobs Act, che ha esteso le tutele per la disoccupazione introducendo la Naspi, e dalla legge delega contro la povertà approvata in via definitiva nei giorni scorsi: riordino delle misure di welfare e introduzione di misure universali. Come proposto anche da Emmanuel Macron in Francia, per introdurre un unico sussidio di disoccupazione rivolto a tutti: dipendenti, partite Iva ed imprenditori.

Sui giovani invece le proposte già in campo sono diverse. Nannicini a Il Foglio aveva annunciato una dote di decontribuzione individuale assegnata ad ogni giovane da spendere nelle aziende, per “aumentare il potere contrattuale del lavoratore e favorire la stabilizzazione a tempo indeterminato”. Un’alternativa è il taglio del cuneo fiscale per i giovani neoassunti, finanziato con le maggiori risorse provenienti dall’obbligo di fatturazione elettronica per le aziende, di cui è grande sponsor il viceministro Enrico Morando, pure lui presente alla kermesse di Torino. Anche questa ipotesi, assieme a un riordino delle aliquote Iva minori, potrebbe trovare posto nella mozione. Ma la proposta definitiva per aiutare la fascia più giovane della popolazione dovrebbe essere un’altra: una progressività anche generazionale, e non solo reddituale, dell’imposta sui redditi. Nannicini ne ha parlato in una recente intervista a La Stampa, e l’ipotesi parrebbe concretizzarsi in una riduzione delle aliquote sui giovani under 30 con redditi bassi. La promessa, politicamente necessaria, è di non aumentare le tasse sui più anziani – come invece una progressività generazionale dovrebbe prevedere – ma i dettagli non sono ancora definiti.

Un’ulteriore proposta allo studio è la rimodulazione del bonus 80 euro per evitare conguagli e restituzioni a fine anno, che tanto fanno discutere. Oggi infatti il bonus Irpef introdotto nel 2014 è tecnicamente un credito di imposta destinato ai dipendenti con un reddito da 8 000 a 26 000 euro; a livello statistico i 10 miliardi di copertura vengono calcolati come maggiore spesa, e non minori tasse (con effetti distorsivi anche sul livello della pressione fiscale). La proposta assomiglia a quella prospettata da Il Foglio una settimana fa: più semplicità, più universalità, più equità. Tre buoni presupposti per rimettersi davvero “in cammino”.

La nuova ricetta fiscale di Matteo Renzi

Ministri “ricchi” e ministri “poveri”. Il solito balletto sui soldi dei politici

ARTICOLO PUBBLICATO SU IL FOGLIO IL 03/03/2017


Ogni inizio marzo la stessa storia: paginate di tutti i quotidiani sulle dichiarazioni dei redditi di ministri, parlamentari e funzionari di partito. Una tradizione antica, iniziata nel 1982 quando per la prima volta venne richiesto il deposito della dichiarazione patrimoniale e dei redditi, oltre al rendiconto delle spese sostenute per la propaganda elettorale. L’obbligo si applicava a parlamentari, membri del Governo, consiglieri regionali, provinciali e comunali e rispettive giunte ed ai membri italiani del Parlamento europeo. Poco o nulla è cambiato da allora, se non che – dal 2012 – l’obbligo è stato allargato a tesorieri e capi partito e che le dichiarazioni sono ora accessibili online sul sito del Parlamento. Una storia non solo italiana: per mesi in America il candidato Donald Trump si è attirato le critiche della stampa e dei Democratici per non aver voluto pubblicare la propria dichiarazione, la cui diffusione è regola non scritta per i candidati alla Presidenza.

Nel 2015 Matteo Renzi ha guadagnato 103.283 euro, Luigi Di Maio ed Alessandro Di Battista 98.471, Gentiloni 109.607 euro, superato da Valeria Fedeli con 180.921 euro. È la ministra dell’Istruzione ad aggiudicarsi il primo posto all’interno del Consiglio dei Ministri per la particolare classifica. Tuttavia a ben vedere ci accorgiamo che la realtà non è così semplice: ad esempio Pier Carlo Padoan e Maurizio Martina, tra i ministri a fondo classifica, comunicano rispettivamente redditi imponibili da quasi 50 mila euro e 46.750 euro; tuttavia il titolare di Via XX Settembre dichiara un reddito complessivo di 125 mila euro – dedotto di ben 72 mila euro – come anche il responsabile dell’Agricoltura deduce dal reddito quasi 57 mila euro. Gli oneri contributivi, legati all’anno precedente in cui non a caso i redditi dei due ministri risultavano assai più elevati, possono infatti essere dedotti dal reddito complessivo. Forte scalpore ha provocato anche la perdita di Beppe Grillo, passato dai 355 mila euro del 2014 ai soli 71.957 del 2015. Ma è lo stesso Grillo a spiegare la differenza nella dichiarazione relativa al 2014, motivando il particolare arricchimento con la vendita di un immobile a Lugano e di una Mercedes Classe A.

Tuttavia domani non saranno questi i titoli che leggeremo sui principali quotidiani italiani: Beppe Grillo continuerà ad aver perso l’80 per cento del proprio reddito in un anno e Pier Carlo Padoan sarà comunque fanalino di coda del governo. Ma gli errori da penna rossa non si fermano qui: nelle versioni online diverse testate riportano le dichiarazioni come relative al 2016. Come invece è indicato in ogni documento fiscale pubblicato, i redditi sono chiaramente relativi al 2015. Tanta approssimazione e ricerca scandalistica fanno dubitare sull’enfasi offerta ogni anno alla pubblicazione dei redditi dei politici. Per di più, in un paese in cui non è ancora possibile – e probabilmente non lo sarà mai – consultare i finanziamenti utilizzati e ricevuti dai partiti per il referendum del 4 dicembre, come spiegato da OpenPolis.

Insomma, la pubblicazione è da sempre occasione di polemiche e pettegolezzi dei commentatori e sui social. Quest’anno la vittima principale è proprio la ministra Fedeli, rea di essere riuscita a guadagnare 180.921 euro nel 2015 senza poter contare su una laurea (come invece avrebbe dichiarato nel curriculum). Quale peggiore dimostrazione dell’afflato pauperista sempre più diffuso nel Belpaese?

Ministri “ricchi” e ministri “poveri”. Il solito balletto sui soldi dei politici

Matteo Renzi ha veramente abbassato le tasse?

ARTICOLO PUBBLICATO SU IL FOGLIO IL 20/02/2017


Tra italiani e tasse non è mai stato vero amore, al massimo una friendzone negli anni in cui venivano definite “bellissime” da un ex ministro dell’Economia. Non poche infatti sono state le campagne elettorali vinte grazie alla promessa di abbassarle: come dimenticare il colpo di scena finale di Silvio Berlusconi nel 2006 con la promessa di abolire l’ICI?

Anche Matteo Renzi ne ha fatto un cavallo di battaglia della sua azione di governo, come ha ricordato alla direzione del Partito Democratico di lunedì. Il 18 luglio 2015 promise di “fare un impegno di riduzione delle tasse che non ha paragoni nella storia repubblicana di questo paese” senza aumentare il debito pubblico. Ahinoi sappiamo che il debito non è affatto sceso, anzi; ma almeno le tasse? Le misure le conosciamo: bonus di 10 miliardi alla classe media, taglio dell’Irap, abolizione dell’Imu, taglio dell’Ires. Le promesse appaiono effettivamente mantenute, nonostante l’aumento dell’aliquota sui rendimenti dei fondi pensione deciso nel 2014 e l’aggravio burocratico ed economico sulle partite IVA da tempo denunciato dal commentatore Oscar Giannino. Sugli effetti concreti invece il dibattito politico non è mai giunto ad un punto definitivo, con il centrodestra ed in particolare Renato Brunetta che ha frequentemente contestato il racconto governativo. Ma si sa, la politica è in gran parte narrazione: vediamo dunque i numeri.

Lo strumento più idoneo per farlo è la pressione fiscale, vale a dire il rapporto fra la somma di imposte dirette, imposte indirette – sia dello stato centrale che degli enti locali – e contributi sociali ed il Pil. Spesso tuttavia per quantificare il prelievo pubblico dall’economia vengono presi in considerazione i valori assoluti del gettito fiscale, cioè quanti miliardi di euro effettivi sono stati pagati dai cittadini sotto forma di tasse. Nulla di più sbagliato, in quanto tali dati nominali vengono influenzati dall’inflazione e dalla crescita del paese che più sarà sostenuta, più causerà un aumento del gettito fiscale.

Osserviamo dunque l’andamento della pressione fiscale. Non è particolarmente facile orientarsi fra i dati del Ministero dell’Economia e quelli dell’Istat, per due ragioni. La prima è che essendo la pressione fiscale il risultato di un rapporto con al denominatore il Pil – il cui valore è spesso rivisto anche a distanza di anni – è abbastanza variabile nel tempo. La seconda, emersa solo dal 2014, è legata al bonus 80 euro: la riduzione di 10 miliardi voluta da Renzi è percepita da tutti come una riduzione delle tasse, ma è in realtà conteggiata come aumento di spesa. Gli 80 euro sono a livello tecnico un credito di imposta sull’Irpef destinato ai lavoratori dipendenti con redditi medio-bassi, destinati quindi a una categoria specifica e non all’intera platea dei contribuenti. Perciò, ogni qual volta che si intenda misurare la pressione fiscale sarebbe dunque necessario farlo al netto del bonus 80 euro: il Ministero dell’Economia – anche per ragioni di comunicazione – ha scelto questa via, a differenza dell’Istat che è rimasta fedele ai principi (in questo caso non così adatti) della contabilità.

Ebbene, secondo l’aggiornamento del Documento di Economia e Finanza del settembre scorso la pressione fiscale nel 2013 – anno di inizio della legislatura – misurava il 43,6 per cento della ricchezza del paese. Nel 2014, conteggiando l’effetto degli 80 euro, si è ridotta al 43,1 e nel 2015 al 42,8. La stima per il 2016, il dato non è ancora definitivo, è che si raggiunga il 42,1 per cento, per una riduzione totale di un punto e mezzo in quattro anni. Anche Istat certifica un trend in discesa nel suo ultimo comunicato sul tema (attenzione però, le percentuali dei trimestri non sono significative poiché le scadenze fiscali non sono equamente distribuite durante l’anno).

Matteo Renzi sembra dunque aver ragione: le tasse sono diminuite. Ma davvero “nessun governo ha fatto quanto” il suo governo “sulle tassecome scrisse più volte nelle sue Enews? Se la stima per il 2016 venisse confermata sarebbe effettivamente difficile trovare un paragone negli ultimi due decenni, se non negli anni 1993-1994, a cavallo fra il governo Ciampi ed il Berlusconi I, quando la pressione fiscale si ridusse dell’1,1 per cento in soli dodici mesi. Seppure la riduzione portata avanti dal governo Renzi sia stata importante, il livello di tassazione è ancora tuttavia elevato rispetto agli anni pre-crisi: il governo Berlusconi II riuscì ad esempio a portare la pressione fiscale ad uno dei livelli più bassi degli ultimi decenni, vicino al 40 per cento. Percentuali al di sopra di questo livello, a cui siamo abituati da anni, li riscontriamo in realtà solamente a partire dagli anni ’90, in particolare dal 1992, proprio l’anno in cui il nostro debito pubblico sfondò quota cento punti e raggiunse le tre cifre. Scopriamo così un’amara verità: per ridurre drasticamente la pressione fiscale vi è probabilmente una sola via. Ridurre il nostro debito abnorme.

Matteo Renzi ha veramente abbassato le tasse?

Doposci e balle (di neve). Cosa non torna nei numeri di Salvini sul terremoto

ARTICOLO PUBBLICATO SU IL FOGLIO IL 21 GENNAIO 2017


Matteo Salvini di nuovo al centro della polemica politica. Dopo aver rimesso i panni di giornalista quale era nei comuni colpiti dal terremoto e dalla nevicata, intervistando – con l’immancabile diretta facebook – sindaci e carabinieri, è tornato quello di sempre. Su La7 ad Ottoemezzo, sparando a zero sul Governo, la Protezione civile e Vasco Errani, commissario straordinario per la ricostruzione, con spirito propositivo dice lui, da vero “sciacallo” affermerebbero i critici. Per di più provvisto di doposci ai piedi, per esaltare sempre più quella retorica del commom man – in Italia chiamata gentismo, in modo dispregiativo – che tanto utilizza.

Poco più di mezz’ora di trasmissione, interloquendo con la conduttrice Lilli Gruber ed i due ospiti, in cui ha infilato una serie di bufale ed imprecisioni notevoli. Quasi una ogni due minuti.

2:58 – “Se due mesi fa Renzi prometteva per i terremotati: «Tutti avranno entro sessanta giorni le casette» e ne sono arrivate 285 su 1881, se il Ministro dell’agricoltura diceva: «Arriveranno stalle mobili per gli agricoltori» […] su 370 ne sono arrivate 2, evidentemente qualcuno ha promesso quello che non era in grado di promettere”.

La promessa sulle casette Matteo Renzi l’ha pronunciata, ma – come afferma Salvini – non l’ha mantenuta. L’ex Presidente il primo novembre dell’anno scorso aveva promesso infatti che i container – o casette – sarebbero arrivati “prima di Natale, per tenerci larghi sui tempi”. Eppure l’ufficio stampa della Protezione Civile, interpellato da Il Foglio, corregge comunque l’eurodeputato, non tanto sui numeri – sostanzialmente corretti – bensì sul fatto che le cifre citate riguardano esclusivamente la regione Marche ed in particolar modo i posti letto, non i container in sé. Ma è sulle stalle mobili lo scivolone del segretario leghista: la Protezione Civile lo smentisce certificando 50 stalle completate sulle circa 560 ordinate nelle Marche, 39 su 172 in Lazio, 14 su 22 in Abruzzo e 90 su 155 in Umbria. Le cifre riportate da Salvini sarebbero state diffuse dalla Coldiretti marchigiana, ma non avrebbero fondamento.

6:45 – “Se il Governo porta questi provvedimenti in Parlamento li votiamo domani mattina: esenzione fiscale per tutti i cittadini e le attività commerciali colpite dal disastro […] ed esenzione dal patto di stabilità; se i comuni potessero spendere i soldi che hanno in tasca per mettere in sicurezza il territorio, le scuole e le case sicuramente avremmo meno disastri”.

Strano davvero: l’esenzione di gran parte di imposte, rate del mutuo e bollette è già stato previsto da un decreto legislativo del Ministero dell’Economia e dal decreto legge emanato il 17 ottobre 2016 (art. 46-49), sul quale tuttavia i senatori della Lega Nord si sono astenuti. Curioso, vero? Per quanto riguarda invece l’esclusione dal patto di stabilità interno delle spese relative all’edilizia scolastica, si tratta di una battaglia storica del governo guidato da Matteo Renzi. Non solo a parole: questa possibilità è stata resa operativa per decreto già il 24 dicembre 2014, oltre che per i Comuni – come proposto da Salvini – anche per province e città metropolitane.

7:13 – “Abbiamo chiesto anche 100 milioni di euro di intervento per le prime necessità”.

Solito problema: Salvini si è perso gli ultimi provvedimenti del governo. L’esecutivo ha stanziato 50 milioni di euro il 25 agosto dopo la prima scossa. Successivamente sono stati aggiunti altri 40 milioni di euro il 31 ottobre, e 30 milioni proprio ieri. Tutti fondi per i primi interventi urgenti, che sono andati a valere sul Fondo per le Emergenze Nazionali. Oltre a ciò, altri 200 milioni sono stati stanziati per la ricostruzione vera e propria grazie al già citato decreto del 17 ottobre (art. 4). Totale: 320 milioni di euro.

7:37 – “Lo Stato ha trovato 20 miliardi per le banche? Non può trovare 100 milioni per aiutare queste popolazioni?

Rassegniamoci, questo slogan verrà ripetuto allo sfinimento, adattando il finale per ogni evenienza. Ci aveva già pensato Virginia Raggi, quando – dopo la morte di un clochard per il gelo – attaccò il Governo di salvare prima le banche piuttosto che istituire il reddito di cittadinanza proposto dal Movimento 5 Stelle. Si tratta di spese sostanzialmente differenti, sia nel caso del reddito di cittadinanza – che è strutturale, per di più – sia per le spese emergenziali post-terremoto. Fondi reperibili da vasi non comunicanti fra loro.

10:33 – “La nomina politica dell’ex governatore dell’Emilia Romagna Errani a comandante in capo della ricostruzione, a parte il fatto che bisogna chiedere agli emiliani se ha ricostruito, quanto ha ricostruito e quanto ha rimborsato: poco e male a quanto mi risulta. Detto questo, una nomina politica in un organismo che è tecnico secondo me non è di buon gusto”.

Salvini aveva già affrontato questo argomento qualche mese fa. Ed Il Foglio lo aveva già smentito in un precedente fact checking.

16:01 – “Ma scusi, perché la Germania può sforare i patti […]?

Se prendiamo in considerazione il Patto di Stabilità e Crescita introdotto nel 1997, la Germania sta oggi sforando esclusivamente il tetto del debito pubblico, al 70 per cento circa contro il 60 previsto dalle regole europee. L’Italia da parte sua ha ormai raggiunto il 132,3 per cento rispetto al Pil. Se invece prendiamo in considerazione anche i criteri del Mip, “Macroeconomic Imbalance Procedure” – un sistema di controllo e correzione macroeconomico volto a prevenire differenze strutturali fra i vari paesi membri – l’Italia non rispetta cinque parametri su quattordici, la Germania due. Nessun favoritismo per i tedeschi a quanto pare, se non dieci anni fa quando alla Germania fu concesso di sforare ampiamente il limite del tre per cento del deficit. Allora però a capo del Governo italiano ed alla Presidenza del semestre europeo c’era Silvio Berlusconi, sempre a braccetto della Lega di Salvini.

18:30 – “Io ripartirei dal trattato di Roma di sessanta anni fa, dove c’era una comunità economica che si occupava di alcuni aspetti economici. Poi la moneta me la gestisco io, le banche me le gestisco io, i confini me li gestisco io”.

Lo storytelling di Matteo Salvini avrebbe bisogno di qualche correzione nella narrazione storica. Non solo per il passato prossimo dei governi leghisti – sui quali abbiamo verificato le sue lacune – ma pure per il passato remoto. Il trattato di Roma del 1957 infatti, che istituì la Comunità Economica Europea, prevedeva sia “l’eliminazione fra gli Stati membri degli ostacoli alla libera circolazione delle persone” (art. 3), sia possibili interventi comunitari sulla “tutela del risparmio, in particolare la distribuzione del credito e la professione bancaria” (art. 57). I germogli di Schengen e della regolamentazione dei salvataggi bancari erano presenti anche nel trattato CEE a cui il sovranista Salvini vorrebbe tornare.

18:28 – “Tutti gli indicatori, io me li sono andati a curiosare, 2001-2016, debito pubblico, disoccupazione, natalità, sono tutti peggiorati in questi quindici anni. Non è solo colpa dell’euro attenzione, non è che superando l’euro diventiamo belli, ricchi, simpatici ed intelligenti. È una moneta tedesca, una moneta sbagliata per la nostra economia”.

Trend reali quelli citati da Matteo Salvini. Ma senza alcuna certezza che siano determinati dalla moneta unica piuttosto – così, per dire – che dalla nostra cronica mancanza di crescita. Per esserne certi bisognerebbe verificare i trend dell’intera area euro e metterli a confronto con l’andamento del nostro paese. Ebbene, sul debito pubblico le parole di Matteo Salvini sono assai semplificatorie del quadro: in realtà la gran parte del debito italiano si è formato dagli anni ’70 in poi. Dall’adozione dell’Euro il quadro sembra invece abbastanza chiaro; i grandi paesi assimilabili all’Italia, con o senza moneta unica, – Spagna, Francia, Gran Bretagna, con l’esclusione della Germania – hanno visto la percentuale del loro debito pubblico stabile fino al 2007, anno di inizio della Grande Crisi. Da allora le percentuali sono schizzate alle stelle, senza l’esclusione dell’Italia che ha raggiunto nel 2015 il 132,3 per cento. È tuttavia scorretto leggere la realtà economica attribuendo gli effetti ad una sola variabile, per di più quando le variazioni annuali mostrano l’incidenza così netta della crisi globale sui debiti. Per quanto riguarda la disoccupazione, nel 2002 – all’ingresso nella moneta unica – era pari all’8,5 per cento in Italia come nell’area euro (dati Eurostat). Successivamente è rimasta stabile nei 19 paesi aderenti all’Euro, mentre si è ridotta in Italia fino a toccare il 6,1 per cento nel 2007. Con l’inizio della Grande Crisi vi è stato un aumento con il triste sorpasso – nel 2014 quando la crisi dei debiti sovrani giunse al culmine – dell’Italia sull’Eurozona. Si può quindi affermare che dall’adozione della moneta unica l’Italia abbia goduto di una disoccupazione più bassa della media dell’area Euro, fino allo scoppio della speculazione finanziaria del 2011 quando in gioco era la credibilità del debito pubblico italiano piuttosto che la stabilità della moneta unica. Anche in questo caso quindi la teoria di Salvini non regge l’analisi empirica.

20:37 – “Non è normale che questa sera ci siano 176.000 immigrati, di cui solo 5 su 100 rifugiati veri, che stanno in albergo e ci siano migliaia di italiani al freddo ed al gelo”.

Eccoci. Finalmente Salvini svela le carte ed afferma il suo pensiero senza giri di parole: perché gli immigrati negli alberghi quando gli italiani sono in tenda? Ancora una volta tuttavia i dati forniti dall’eurodeputato non sono corretti. Come riporta il Post, i numeri del ministero dell’Interno sono altri. Su 90.473 richieste d’asilo ne sono state respinte il 61,3 per cento; quelle accolte sono quindi molte più rispetto a quanto affermato in trasmissione. Questo perché Salvini – un po’ furbescamente – non tiene conto di coloro che ricevono lo status di rifugiato dopo essersi appellati contro la decisione delle commissioni ministeriali, né di chi riceve la protezione sussidiaria – per il rischio di subire morte e torture in caso di ritorno nel paese di origine –  e la protezione umanitaria, per “altri motivi umanitari”.

20:49 – “Sono quattro miliardi di costi quegli immigrati in albergo”.

Se il dato è sostanzialmente corretto, Salvini dimentica chi stanzia gran parte di questi miliardi: l’Unione Europea, che tanto il segretario leghista desidera abbandonare. 

21:49 – “Se e quando andrò al governo, i soldi che stiamo spendendo adesso per le cooperative qua e per l’ospitalità in questa maniera […] io li spendo in Africa per aiutare dieci milioni di bambini”.

Salvini ci ricasca: la Lega Nord da lui guidata è stata al governo del paese per dieci anni nell’ultimo ventennio ed ha già avuto la possibilità di dimostrare le proprie capacità. Fu proprio in quegli anni che la spesa per la cooperazione internazionale diminuì, come certifica l’Ocse. Tanto che gran parte del settore protestò a lungo, già a partire dal 2003 quando i fondi destinati alla cooperazione furono utilizzati per finanziare le missioni militari internazionali.

22:25 – “Il primo paese che esporta migranti è la Nigeria, che è un paese estremamente ricco e dove c’è un tasso di natalità altissimo”.

Matteo Salvini termina col botto, non poteva essere altrimenti. Se il dato sulla prevalente nazionalità nigeriana degli immigrati che arrivano via mare in Italia è corretta (il 20 per cento, 37.551 migranti, secondo Unhcr) è forse un po’ eccessiva la descrizione della Nigeria come un “paese estremamente ricco”. Sebbene sia diventata la prima economia africana dal 2014 dopo aver superato il Sud Africa, il reddito pro capite è ancora un terzo rispetto al paese natale di Nelson Mandela. Ma non è solo l’economia a spingere i cittadini nigeriani verso l’Europa: l’Economist classifica la Nigeria al terzo posto nella scarsamente ambita classifica di rischio terroristico, preceduta solo da Iraq e Afghanistan. Il gruppo islamista Boko Haram controlla infatti ancora il nord del paese. 

In rete ieri si è scatenata la polemica per i doposci indossati da Salvini (foto sotto) in trasmissione e prontamente inquadrati dal regista. Ma forse, a fronte di tutto questo, i moon boot non erano poi così male.

Doposci e balle (di neve). Cosa non torna nei numeri di Salvini sul terremoto

La post-verità dei dati Istat sul mercato del lavoro

ARTICOLO PUBBLICATO SU IL FOGLIO IL 17 GENNAIO 2017


Da tre anni, ed in particolar modo dall’emanazione del Jobs Act, ogni pubblicazione di dati sul mondo del lavoro è causa di polemiche e confusione. Da questo punto di vista il bollettino unico di Istat, Ministero del Lavoro e Inps avrebbe dovuto semplificare il quadro e fornire risposte univoche, un obiettivo ad oggi lungi dall’essere raggiunto. Ennesimo casus belli è stata la pubblicazione da parte del nostro istituto nazionale di statistica dei dati relativi a novembre 2016. Su base annua, in sintesi: più 201 mila occupati, meno 469 mila inattivi (cioè coloro che non ricercano un’occupazione) e più 165 mila disoccupati.

Numeri che sembrerebbero far ben sperare. Tanto che il Partito Democratico ha fin da subito salutato con soddisfazione i nuovi dati statistici, attribuendone – come da anni a questa parte – il merito alla riforma del lavoro del governo Renzi. “Quando così tante persone che si erano rassegnate decidono di riiniziare a cercare lavoro è una bellissima notizia, si chiama fiducia nel futuro“, mentre “le polemiche su dati Istat lavoro e su Jobs Act sono davvero strumentali“. Infatti alle critiche di lievi flessioni su base mensile, i senatori PD hanno replicato che lo spettro da mettere sotto la lente di ingrandimento è quello annuale di medio periodo.

Ebbene, proviamoci: anche leggendo le variazioni su base annua in realtà lo scenario del mercato del lavoro non appare poi così florido. Il dato che dapprima salta all’occhio è relativo alla ripartizione anagrafica delle variazioni di posti di lavoro. Se infatti l’aumento occupazionale totale è – come già scritto – di 201 mila unità, i lavoratori over 50 guadagnano ben 453 mila posti di lavoro in più. I lettori meno avvezzi alle dinamiche del mercato del lavoro potrebbero trovare una contraddizione in questi numeri: non è così, poiché i lavoratori maturi crescono più del doppio rispetto al totale riassorbendo la perdita sostanziale di migliaia di posti di lavoro in tutte le altre fasce d’età. Non è quindi un caso se, su base annua, fra gli over 50 l’occupazione cresca del 2,1 per cento mentre fra i 25 ed i 34 anni decresca di mezzo punto percentuale. Dati che pur se corretti dalle dinamiche demografiche – per il semplice fatto che i giovani sono sempre di meno e gli anziani sempre di più – mantengono la propria rilevanza, come mostra questa tabella del quotidiano La Repubblica.

Ma le cattive notizie non si fermano qui. Senza candidarsi al titolo di gufo, forti dubbi sono legittimi anche per quanto riguarda la riduzione degli inattivi. A rigor di logica infatti è chiaro – come sostiene il Partito Democratico – che un minor numero di inattivi possa significare il rientro nel mercato del lavoro di individui scoraggiati; coerente con questa narrazione è l’aumento della disoccupazione, che dimostrerebbe l’effettivo aumento della domanda di lavoro. Tuttavia i dati, purtroppo, smentiscono in buona parte lo storytelling. Per quanto riguarda la riduzione degli inattivi, essa non è del tutto dovuta al ritorno nel mercato del lavoro; sono infatti 142 mila gli inattivi in meno per pensionamento, un effetto dovuto anche in gran parte all’aumento dell’età media e dell’età pensionabile. D’altra parte questo effetto si avrà, anche se non quantificabile, pure sugli occupati se come mostra Istat in questo grafico i pensionati dal 2012 ad oggi sono calati in modo sostanziale:

 Come ben spiega Mario Seminerio, commentatore economico su Radio24 e autore del blog liberista phastidio.net, siamo di fronte ad un effetto vasca, per cui “l’invecchiamento della popolazione e l’irrigidimento dei criteri di accesso alla pensione spiegano una parte non marginale dell’aumento del numero di occupati“.

Sul fronte disoccupazione invece i numeri li fornisce direttamente Istat. Se in un anno – dal terzo trimestre 2015 al relativo trimestre 2016 – si è gonfiata di 131 mila unità, la componente di disoccupazione legata all’uscita dall’inattività è rimasta stabile: poco più di mezzo milione sia nel penultimo trimestre del 2015 che 2016. È lievitato invece, seppur di poco, il numero di coloro che – compiendo il percorso inverso – si trovano disoccupati dopo essere stati espulsi dal mondo del lavoro: + 44 mila in un anno. Mentre aumentano più del doppio i disoccupati senza esperienza lavorativa, quindi i giovani, ancora una volta. Segnali di una situazione più precaria rispetto ad un anno fa.

Dunque, benché il governo e la sua maggioranza esaltino ogni movimento del mercato del lavoro – talvolta a ragione, altre volte meno – la soluzione è soltanto una: non fornire risposte semplici a scenari complessi. Perché la post-verità è dietro l’angolo, per tutti.

La post-verità dei dati Istat sul mercato del lavoro