Se neanche i parlamentari conoscono il reddito di cittadinanza

ARTICOLO PUBBLICATO SU LAVOCE.INFO IL 15/06/2017


Se neanche i parlamentari conoscono il reddito di cittadinanza

I numeri sulla sicurezza di Salvini non tornano

ARTICOLO PUBBLICATO SU IL FOGLIO IL 13/06/2017


Il tema della sicurezza è stato centrale anche in questa tornata di elezioni amministrative e non è un mistero che a interpretarlo al meglio sia da anni la Lega Nord di Matteo Salvini, che ne ha fatto il suo cavallo di battaglia. Il segretario del Carroccio, nel corso di uno dei frequenti interventi televisivi al programma “Dalla Vostra Parte”, ha dichiarato: “In Italia viene preso solo il 4 per cento dei ladri e dei rapinatori”, quindi serve “sostenere e valorizzare le forze dell’ordine”.

Davvero in Italia viene arrestato una percentuale così bassa di ladri e rapinatori? I dati Istat ci vengono incontro per fornire una risposta.

L’Istituto nazionale di statistica certifica che nel 2015, ultimo anno disponibile, le segnalazioni di persone denunciate e arrestate per furto sono state 121.719, mentre per quanto riguarda le rapine sono state effettuate 21.615 segnalazioni. Tra i due termini c’è una differenza non indifferente: secondo il diritto italiano, il furto (commesso dal ladro) consiste nella sottrazione fraudolenta di oggetti altrui, mentre la rapina (commessa dal rapinatore) richiede in più anche la presenza di violenza o minaccia. Per questo le pene differiscono: per il furto la pena base è da 6 mesi a 3 anni, mentre per rapina si più ottenere una condanna da 3 a 10 anni.

Non è possibile ricavare la percentuale di ladri e rapinatori che vengono identificati e arrestati, per il semplice motivo che non si conosce il numero di individui che hanno commesso tali delitti e che sono ancora in libertà. Possiamo però confrontare i numeri dei detenuti per furto e rapina con il totale della popolazione carceraria, come fece Pagella Politica per il 2015: per rapina, nel 2016, sono 16.765, mentre quelli per furto raggiungono i 12.191 carcerati. Si tratta delle due categorie più numerose, dopo quella che include i reati legati al traffico di sostanze stupefacenti. Questi numeri ci fanno supporre che il dato del 4 per cento non sia attendibile.

Se invece delle persone ci concentriamo sui reati, secondo l’Istat i casi di cui si conosce l’autore nell’anno di riferimento (2015) sono 67.134 per quanto riguarda i furti e 8.946 per le rapine: cioè rispettivamente il 4,6 e 25,5 per cento, contro una media complessiva del 19. Numeri che possono essere anche confrontati anno per anno: nel 2011, ultimo anno di governo della Lega Nord, tutti e tre questi valori erano minori.

L’uscita dall’Euro potrebbe trasformarsi in un tema tabù per il Carroccio dopo la disfatta lepenista in Francia, mentre la sicurezza diverrebbe sempre più centrale nella narrazione leghista. Narrazione che ha bisogno di solide basi e di proposte concrete per affermarsi, che oggi apparentemente mancano ancora.

I numeri sulla sicurezza di Salvini non tornano

E’ giusto quel che dice Di Maio sul lavoro?

ARTICOLO PUBBLICATO SU LAVOCE.INFO L’11/05/2017


Ritorna il fact-checking de lavoce.info. Passiamo al setaccio le dichiarazioni di politici, imprenditori e sindacalisti per stabilire, con numeri e fatti, se hanno detto il vero o il falso. Questa volta tocca a Luigi Di Maio e alle sue affermazioni sul mercato del lavoro.

COSA HA DETTO DI MAIO

Da quando è stato approvato il Jobs Act, in corrispondenza della diffusione dei bollettini di Istat, Inps e ministero del Lavoro, si accendono feroci polemiche sull’andamento del mercato del lavoro. Polemizzare su dati mensili inevitabilmente influenzati da oscillazioni temporanee e a volte casuali, non è molto produttivo. Da alcuni mesi, però, l’Istat diffonde l’analisi dei flussi occupazionali per classe d’età al netto dell’effetto demografico, mentre dal 2016 ministero del Lavoro, Inps e Istat producono – finalmente – una nota congiunta trimestrale.
Se poi alle polemiche sui numeri si aggiunge la diffusione di dati e commenti non accurati, il dibattito pubblico non fa progressi, anzi ne soffre. Come accaduto durante l’ultima puntata della trasmissione DiMartedì (La7), durante la quale Luigi Di Maio ha dichiarato (al minuto 45:32): “Abbiamo un paese che in questo momento non se la passa bene: tutti gli indici di […] disoccupazione stanno aumentando, e diminuisce l’occupazione; la disoccupazione giovanile quando diminuisce è perché ci sono giovani che o espatriano o perdono la speranza di trovare lavoro, non che diminuisca perché abbiamo trovato nuovi posti di lavoro”.

I DATI SUL MERCATO DEL LAVORO

Analizziamo dunque la sua dichiarazione alla luce degli ultimi dati sul mercato del lavoro diffusi da Istat. Il tasso di disoccupazione ha raggiunto un picco nel novembre 2014 – quando era al 13 per cento. Da allora si è ridotto fino a scendere all’11,4 per cento a settembre 2015, per poi risalire all’11,7, valore di marzo 2017, per un totale di 105mila disoccupati in più rispetto al settembre 2015. È forse a questa risalita che si riferisce l’onorevole Di Maio.
Il trend del tasso di occupazione è invece più lineare: dopo aver raggiunto un punto di minimo nel settembre 2013 (55 per cento), a marzo 2017 si attesta al 58 per cento, con un aumento degli occupati di quasi 750mila unità. Sono stati così quasi raggiunti i livelli occupazionali pre-crisi, il cui picco è stato registrato ad aprile 2008 con quasi il 59 per cento di occupati. A questi dati vanno aggiunti gli inattivi, in forte calo dal 2011 a oggi, come si vede dalla figura 1.
Nei dati su occupati e inattivi non si trova dunque evidenza delle affermazioni del vicepresidente della Camera.

Fonte: Istat

GIOVANI: SCORAGGIATI E IN FUGA?

Di Maio ha parlato anche di disoccupazione giovanile, affermando che la sua riduzione non è un dato positivo poiché sarebbe il riflesso dell’aumento degli inattivi e degli emigrati.
Dai dati per la popolazione compresa tra i 15 e i 24 anni si osserva una riduzione di 10 punti percentuali della frazione di giovani disoccupati sul totale della forza lavoro, dal 44,1 per cento di marzo 2014 al 34,1 per cento del marzo 2017. Dati precisi sulla “fuga di cervelli” non sono disponibili; i numeri a cui possiamo affidarci sono quelli delle iscrizioni all’Anagrafe degli italiani residenti all’estero (Aire) riportati dal “Rapporto sugli italiani all’estero” prodotto annualmente dalla Fondazione Migrantes. L’iscrizione al registro tuttavia non è obbligatoria nel corso del primo anno di permanenza fuori dai confini nazionali e quindi molto probabilmente risulta approssimata per difetto. Sulla base di una simulazione sul 2014 e il 2015, che calcola, rispettivamente, 32mila e 39mila espatri tra i 18 e i 34 anni, non sembra plausibile affermare che la riduzione di disoccupati fra i giovani sia stata completamente assorbita da nuovi inattivi e persone partiti in cerca di fortuna all’estero. Da gennaio 2014 a dicembre 2015, infatti, i disoccupati si sono ridotti di 116mila unità, gli inattivi sono aumentati di 13mila, gli espatriati sono stati circa 71mila, mentre la classe 15-24 anni si è ridotta di 68mila giovani per via dell’effetto demografico. L’affermazione di Di Maio potrebbe essere vera solo assumendo ipotesi piuttosto improbabili: ad esempio nel caso in cui tutti gli espatriati, gli inattivi e metà del calo demografico siano stati disoccupati.
Inoltre, poiché i dati sugli espatri per la fascia d’età tra i 15 e i 24 anni non sono disponibili, stiamo facendo riferimento a dati di espatriati tra i 18 e i 34 anni, di cui i più giovani rappresentano solo una parte. È ragionevole quindi pensare che l’effetto dell’espatrio sulla riduzione di disoccupati e inattivi tra i 15 e i 24 anni sia residuale.

Fonte: Istat
Nota: abbiamo scelto di usare i tassi invece dei valori assoluti a causa dell’effetto demografico che in questa fascia d’età è piuttosto forte.

Forse l’esponente del Movimento 5 Stelle prende in considerazione periodi più brevi? Seppur poco utili all’analisi, che è preferibile svolgere sul medio-lungo periodo, anche i trend congiunturali e tendenziali non sembrano dare ragione al vicepresidente della Camera. L’ultimo bollettino Istat mostra come nel primo trimestre del 2017 gli occupati siano aumentati di 35mila unità rispetto all’ultimo trimestre 2016, mentre disoccupati e inattivi sono diminuiti, rispettivamente di 38mila e 32mila unità. Anche tra i più giovani i risultati non sono in linea con quanto afferma Di Maio: rispetto all’ultimo trimestre i giovani lavoratori sono aumentati di 24mila, i disoccupati ridotti di 72mila e gli inattivi aumentati di 40mila (variazione trimestrale positiva che diventa negativa se però prendiamo in considerazione l’intero anno marzo 2016-marzo2017).
Con la grande recessione e la crisi dell’euro, il mercato del lavoro ha molto sofferto. Dalla fine del 2014 si registra però un miglioramento in quasi tutte le variabili. Miglioramento che tuttavia sta perdendo vigore negli ultimi mesi, soprattutto per i disoccupati. Si tratta quindi di un rallentamento, non di un peggioramento come sostiene Di Maio.

Da parte di un giovane politico che propone, assieme al suo Movimento, di cambiare radicalmente il nostro paese ci si attende una analisi della realtà accurata per poter sviluppare proposte di riforma efficaci. In questo caso, purtroppo, non è avvenuto: la dichiarazione di Di Maio è infatti una BUFALA.

Articolo scritto assieme a Mariasole Lisciandro e Gabriele Guzzi

E’ giusto quel che dice Di Maio sul lavoro?

La post-verità dei dati Istat sul mercato del lavoro

ARTICOLO PUBBLICATO SU IL FOGLIO IL 17 GENNAIO 2017


Da tre anni, ed in particolar modo dall’emanazione del Jobs Act, ogni pubblicazione di dati sul mondo del lavoro è causa di polemiche e confusione. Da questo punto di vista il bollettino unico di Istat, Ministero del Lavoro e Inps avrebbe dovuto semplificare il quadro e fornire risposte univoche, un obiettivo ad oggi lungi dall’essere raggiunto. Ennesimo casus belli è stata la pubblicazione da parte del nostro istituto nazionale di statistica dei dati relativi a novembre 2016. Su base annua, in sintesi: più 201 mila occupati, meno 469 mila inattivi (cioè coloro che non ricercano un’occupazione) e più 165 mila disoccupati.

Numeri che sembrerebbero far ben sperare. Tanto che il Partito Democratico ha fin da subito salutato con soddisfazione i nuovi dati statistici, attribuendone – come da anni a questa parte – il merito alla riforma del lavoro del governo Renzi. “Quando così tante persone che si erano rassegnate decidono di riiniziare a cercare lavoro è una bellissima notizia, si chiama fiducia nel futuro“, mentre “le polemiche su dati Istat lavoro e su Jobs Act sono davvero strumentali“. Infatti alle critiche di lievi flessioni su base mensile, i senatori PD hanno replicato che lo spettro da mettere sotto la lente di ingrandimento è quello annuale di medio periodo.

Ebbene, proviamoci: anche leggendo le variazioni su base annua in realtà lo scenario del mercato del lavoro non appare poi così florido. Il dato che dapprima salta all’occhio è relativo alla ripartizione anagrafica delle variazioni di posti di lavoro. Se infatti l’aumento occupazionale totale è – come già scritto – di 201 mila unità, i lavoratori over 50 guadagnano ben 453 mila posti di lavoro in più. I lettori meno avvezzi alle dinamiche del mercato del lavoro potrebbero trovare una contraddizione in questi numeri: non è così, poiché i lavoratori maturi crescono più del doppio rispetto al totale riassorbendo la perdita sostanziale di migliaia di posti di lavoro in tutte le altre fasce d’età. Non è quindi un caso se, su base annua, fra gli over 50 l’occupazione cresca del 2,1 per cento mentre fra i 25 ed i 34 anni decresca di mezzo punto percentuale. Dati che pur se corretti dalle dinamiche demografiche – per il semplice fatto che i giovani sono sempre di meno e gli anziani sempre di più – mantengono la propria rilevanza, come mostra questa tabella del quotidiano La Repubblica.

Ma le cattive notizie non si fermano qui. Senza candidarsi al titolo di gufo, forti dubbi sono legittimi anche per quanto riguarda la riduzione degli inattivi. A rigor di logica infatti è chiaro – come sostiene il Partito Democratico – che un minor numero di inattivi possa significare il rientro nel mercato del lavoro di individui scoraggiati; coerente con questa narrazione è l’aumento della disoccupazione, che dimostrerebbe l’effettivo aumento della domanda di lavoro. Tuttavia i dati, purtroppo, smentiscono in buona parte lo storytelling. Per quanto riguarda la riduzione degli inattivi, essa non è del tutto dovuta al ritorno nel mercato del lavoro; sono infatti 142 mila gli inattivi in meno per pensionamento, un effetto dovuto anche in gran parte all’aumento dell’età media e dell’età pensionabile. D’altra parte questo effetto si avrà, anche se non quantificabile, pure sugli occupati se come mostra Istat in questo grafico i pensionati dal 2012 ad oggi sono calati in modo sostanziale:

 Come ben spiega Mario Seminerio, commentatore economico su Radio24 e autore del blog liberista phastidio.net, siamo di fronte ad un effetto vasca, per cui “l’invecchiamento della popolazione e l’irrigidimento dei criteri di accesso alla pensione spiegano una parte non marginale dell’aumento del numero di occupati“.

Sul fronte disoccupazione invece i numeri li fornisce direttamente Istat. Se in un anno – dal terzo trimestre 2015 al relativo trimestre 2016 – si è gonfiata di 131 mila unità, la componente di disoccupazione legata all’uscita dall’inattività è rimasta stabile: poco più di mezzo milione sia nel penultimo trimestre del 2015 che 2016. È lievitato invece, seppur di poco, il numero di coloro che – compiendo il percorso inverso – si trovano disoccupati dopo essere stati espulsi dal mondo del lavoro: + 44 mila in un anno. Mentre aumentano più del doppio i disoccupati senza esperienza lavorativa, quindi i giovani, ancora una volta. Segnali di una situazione più precaria rispetto ad un anno fa.

Dunque, benché il governo e la sua maggioranza esaltino ogni movimento del mercato del lavoro – talvolta a ragione, altre volte meno – la soluzione è soltanto una: non fornire risposte semplici a scenari complessi. Perché la post-verità è dietro l’angolo, per tutti.

La post-verità dei dati Istat sul mercato del lavoro

La verità sul Jobs Act. Un fact checking per smontare le rispettive partigianerie sul lavoro

ARTICOLO PUBBLICATO SU IL FOGLIO IL 18 OTTOBRE 2016.


Grande è la confusione sotto il cielo del Jobs Act. Da anni ormai ogni comunicato dell’Istat, dell’Inps e del Ministero del Lavoro è preso d’assalto dalle tifoserie del web – da una parte e dall’altra – per farne l’ennesimo trend topic su Twitter. Il mercato del lavoro tuttavia non è così semplice e lineare ed i suoi mutamenti non possono essere valutati sulla base di una semplice variazione trimestrale né tanto meno mensile.

A dimostrazione di una semplificazione estrema che talvolta sfocia in vere e proprie bufale, il confronto televisivo a Ottoemezzo tra Matteo Renzi e Marco Travaglio vide i due ospiti dividersi proprio sui numeri del mercato del lavoro. In particolare quest’ultimo sostenne che “sono nati più nuovi posti di lavoro” a tempo indeterminato “nel 2014 quando non c’era il Jobs Act che nel 2015, quando c’era”. Il presidente del consiglio rispose così: “l’Istat […] dice che dal febbraio 2014 ad oggi si sono avuti 585 000 posti di lavoro in più, di cui per il 70 per cento a tempo indeterminato dal momento in cui entra in vigore il Jobs Act. […] Il 2015 è l’anno con il maggior incremento di posti di lavoro. La sfido al duello del fact checking“.

Prima di tutto è necessaria una distinzione. Una cosa è la decontribuzione – introdotta con la legge di stabilità – per cui lo Stato si fa carico per tre anni dei contributi previdenziali per i nuovi assunti a tempo indeterminato nel corso del 2015, fino a un massimo di 8 000 € a dipendente (limite ridotto al 40% quest’anno). Un’altra il contratto a tutele crescenti – introdotto dal decreto 23/2015 – che modifica la normativa sul licenziamento dei dipendenti a tempo indeterminato.

Analizziamo ora le varie dichiarazioni. Il direttore de Il Fatto Quotidiano affermò che sono nati più posti di lavoro a tempo indeterminato nel 2014 rispetto all’anno successivo, volendo dimostrare l’inefficacia del combinato disposto di decontribuzione e contratto a tutele crescenti. Tuttavia i dati Istat (Tab3) dimostrano come nel 2014 i posti di lavoro stabili siano aumentati di sole 45 mila unità (14,533 milioni versus 14,488), mentre nel corso del 2015 i posti a tempo indeterminato sono cresciuti di 237 mila (14,770 milioni versus 14,533). La dichiarazione di Travaglio non è quindi fondata. Ha ragione invece Renzi nel citare il dato Istat sull’incremento degli occupati a partire da febbraio 2014, cioè dall’entrata in carica del suo governo: +585 mila, dato sul quale si trova d’accordo lo stesso giornalista.

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Veniamo dunque alla percentuale di lavoratori a tempo indeterminato. Il premier probabilmente intese affermare che il 70 per cento dei nuovi dipendenti assunti a partire dall’entrata in vigore del Jobs Act (marzo 2015) gode di un contratto a tempo indeterminato. In questo caso le serie storiche dell’istituto di statistica (Tab3) confermano la sua versione: su un aumento di posti di lavoro subordinati pari a 449 mila unità, 335 mila di questi è a tempo indeterminato, vale a dire il 74,6 per cento. Se invece dovessimo seguire alla lettera la dichiarazione di Renzi – confrontando quindi il totale degli occupati con i dipendenti a tempo indeterminato – questa si dimostrerebbe infondata (pare tuttavia una strada non percorribile poiché all’interno degli occupati compaiono anche i lavoratori autonomi, che non rientrano ovviamente nella categoria dei dipendenti alla quale si rivolge il Jobs Act).

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Infine l’ultima dichiarazione di Matteo Renzi: “Il 2015 è l’anno con il maggior incremento di posti di lavoro”. Questa volta non è corretta: se prendiamo in considerazione gli occupati totali – come pare intendere il presidente del consiglio – basta verificare che nel 2014 la crescita di posti di lavoro è stata più sostenuta rispetto all’anno scorso (+219 mila contro +137 mila). Il 2015 non è quindi certo l’anno con il maggior incremento di occupati, come dichiarò il segretario del PD.

Insomma, qualche visita in più al sito dell’Istat avrebbe certamente giovato ad entrambi.

La verità sul Jobs Act. Un fact checking per smontare le rispettive partigianerie sul lavoro