La nuova ricetta fiscale di Matteo Renzi

ARTICOLO PUBBLICATO SU IL FOGLIO IL 13/03/2017


Base imponibile europea unica per le imprese, progressività generazionale dell’Irpef, taglio del cuneo fiscale, dote di decontribuzione individuale ad ogni giovane lavoratore. Le proposte in materia fiscale da inserire nella mozione congressuale di Matteo Renzi sono ambiziose ma ancora confuse. L’evento di tre giorni al Lingotto è servito a renderle coerenti tra loro, aprendo il dibattito fra i partecipanti in particolare nei tavoli Fisco, Welfare e Lavoro di Cittadinanza. Proprio i seminari che sono stati citati da Tommaso Nannicini nel discorso precedente a quello di chiusura, affidato come di consueto a Matteo Renzi.

C’è tuttavia una linea rossa che lega tutte le proposte lanciate fino ad ora: puntare su interventi fiscali mirati in favore delle fasce più in difficoltà, piuttosto che spingere la crescita in modo generalizzato nella speranza che anche i più deboli seguano la marea. È un passaggio teorico importante, che riconosce ed agisce sui nodi strutturali dell’Italia, per far ripartire il sistema paese e garantire allo stesso tempo equità. Nannicini ne è convinto e lo dice a Il Foglio: “Abbiamo già provato ad aiutare tutti risollevando il sistema paese nel suo complesso, ma politicamente non ha funzionato”. Due in particolare gli asset su cui lavorare: il basso tasso di occupazione delle donne, tema che si lega alla bassa natalità, ed i giovani. Aspetti sui quali il Jobs Act non è riuscito ad incidere; il numero di lavoratrici donne dal 2015 è cresciuto del 30 per cento in meno rispetto ai colleghi maschi, mentre la disoccupazione giovanile non riesce a scendere sotto il 36 per cento. Lo sforzo di proposta è stato portato avanti dallo stesso ex sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, assieme a Filippo Taddei, responsabile economico nella segreteria guidata da Matteo Renzi e professore di macroeconomia. Proprio Taddei, con il senatore Mauro Marino e la professoressa Chiara Rapallini, ha guidato al Lingotto il tavolo di lavoro “Nuova Economia e fisco amico”, a cui hanno partecipato in due giorni più di duecento persone, soprattutto imprenditori ed esperti fiscali.

Di occupazione femminile e di emergenza demografica (secondo i recenti dati Istat), ne ha parlato anche in plenaria la demografa e professoressa bocconiana Letizia Mencarini che ha affermato dal palco: “il bonus bebè di 80 euro [introdotto dal Governo Renzi] non serve a fare più figli!”. Cosa fare quindi per risollevare l’occupazione femminile, e quindi la natalità? Le proposte che molto probabilmente verranno inserite nella mozione congressuale provengono in particolare dal disegno di legge delega Lepri, ancora in discussione in commissione, che mira a riordinare le misure a sostegno dei figli a carico per riconoscere alle famiglie un’unica misura universalistica per ciascun figlio fino al ventiseiesimo anno d’età, condizionata all’indicatore ISEE. In questo modo si riuscirebbe a superare l’iniquità del sistema attuale – che affida gran parte degli aiuti alle detrazioni, escludendo perciò gli incapienti – e la differenza di trattamento tra lavoratori dipendenti ed autonomi. Il cammino è quello segnato dal Jobs Act, che ha esteso le tutele per la disoccupazione introducendo la Naspi, e dalla legge delega contro la povertà approvata in via definitiva nei giorni scorsi: riordino delle misure di welfare e introduzione di misure universali. Come proposto anche da Emmanuel Macron in Francia, per introdurre un unico sussidio di disoccupazione rivolto a tutti: dipendenti, partite Iva ed imprenditori.

Sui giovani invece le proposte già in campo sono diverse. Nannicini a Il Foglio aveva annunciato una dote di decontribuzione individuale assegnata ad ogni giovane da spendere nelle aziende, per “aumentare il potere contrattuale del lavoratore e favorire la stabilizzazione a tempo indeterminato”. Un’alternativa è il taglio del cuneo fiscale per i giovani neoassunti, finanziato con le maggiori risorse provenienti dall’obbligo di fatturazione elettronica per le aziende, di cui è grande sponsor il viceministro Enrico Morando, pure lui presente alla kermesse di Torino. Anche questa ipotesi, assieme a un riordino delle aliquote Iva minori, potrebbe trovare posto nella mozione. Ma la proposta definitiva per aiutare la fascia più giovane della popolazione dovrebbe essere un’altra: una progressività anche generazionale, e non solo reddituale, dell’imposta sui redditi. Nannicini ne ha parlato in una recente intervista a La Stampa, e l’ipotesi parrebbe concretizzarsi in una riduzione delle aliquote sui giovani under 30 con redditi bassi. La promessa, politicamente necessaria, è di non aumentare le tasse sui più anziani – come invece una progressività generazionale dovrebbe prevedere – ma i dettagli non sono ancora definiti.

Un’ulteriore proposta allo studio è la rimodulazione del bonus 80 euro per evitare conguagli e restituzioni a fine anno, che tanto fanno discutere. Oggi infatti il bonus Irpef introdotto nel 2014 è tecnicamente un credito di imposta destinato ai dipendenti con un reddito da 8 000 a 26 000 euro; a livello statistico i 10 miliardi di copertura vengono calcolati come maggiore spesa, e non minori tasse (con effetti distorsivi anche sul livello della pressione fiscale). La proposta assomiglia a quella prospettata da Il Foglio una settimana fa: più semplicità, più universalità, più equità. Tre buoni presupposti per rimettersi davvero “in cammino”.

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La nuova ricetta fiscale di Matteo Renzi

Perché il problema dei voucher è ampiamente sopravvalutato

ARTICOLO PUBBLICATO SU IL FOGLIO IL 28 DICEMBRE 2016


Buoni lavoro, voucher, lavoro accessorio. Come vogliamo chiamarlo, è il tema politico del momento. Non potrebbe essere altrimenti: simbolo della precarietà tipica del mercato del lavoro italiano, secondo i critici emblema del fallimento del Jobs Act su cui pende una richiesta di referendum abrogativo. In rete c’è chi arriva ad accomunarlo alla schiavitù legalizzata (come il leader di Sinistra Italiana Nicola Fratoianni), soprattutto da parte di quel mondo di sinistra che ancora vede la Cgil come perno centrale. Non a caso negli ultimi giorni si sta discutendo insistentemente di modifiche per limitarne l’uso, come riportato da Il Foglio.

Nell’era della post-verità un importante ruolo dei media è distinguere fra realtà e narrazione, anche sui voucher. Ecco quindi una breve guida sui buoni lavoro basata su dati e ricerche dell’Inps, per potersi orientare fra lo storytelling, a favore e contro.

VOUCHER, COSA SONO?

Essenziale prima di tutto spiegare di cosa si tratta: il sito dell’INPS ne scrive come “una particolare modalità di prestazione lavorativa la cui finalità è quella di regolamentare quelle prestazioni lavorative” accessorie “che non sono riconducibili a contratti di lavoro in quanto svolte in modo saltuario, e tutelare situazioni non regolamentate”. La retribuzione avviene attraverso voucher dal valore lordo di 10 euro, di cui 7,50 euro destinati al compenso minino per un’ora di lavoro e 2,50 per assicurazione Inail e contributi pensionistici. Non sono invece previste le garanzie di disoccupazione, maternità, malattia ed assegni familiari. I buoni lavoro possono essere acquistati online, oppure negli uffici postali, in tabaccai ed edicole e presso alcune banche. Il loro utilizzo è stato via via liberalizzato e oggi è esteso a quasi tutte le categorie di lavoratori e committenti, con il solo vincolo per il compenso del lavoratore di 7.000 euro netti all’anno.

CHI LI HA INTRODOTTI

Oggi tutti se ne dissociano, ma i voucher sono stati approvati e introdotti per legge dal Parlamento. Il lavoro accessorio, nonostante sia una modalità relativamente giovane, ha già subito una lunga serie di modifiche alla propria regolamentazione. Tutto ha inizio nel 2003 con il governo Berlusconi II, quando vengono introdotti dalla cosiddetta Legge Biagi (decreto legislativo 276/2003) per attività di natura esclusivamente occasionale. La novità rimane tuttavia inapplicata fino al 2008 quando il governo Prodi II, a fine mandato, dà attuazione alla legge e prevede un limite economico di 5.000 euro per lavoratore nei confronti di ogni singolo committente; i lavoratori possono essere solo studenti e pensionati e l’unico settore lavorativo ammesso è l’attività occasione nelle vendemmie di breve durata. Solo pochi mesi più tardi, con il nuovo governo Berlusconi appena entrato in carica, la normativa viene nuovamente modificata ampliando alla generalità dei lavoratori la possibilità di essere pagati tramite voucher per attività agricole. Man mano, tramite la legge 33/3009, i voucher sono stati estesi anche ad altri settori economici – primi fra tutti il commercio, il turismo ed i servizi, in particolare i lavori domestici – e inclusi i part-time tra i possibili prestatori di lavoro accessorio. Nel 2010 il lavoro occasionale viene completamente liberalizzato ed aperto a qualsiasi soggetto: disoccupati, inoccupati, autonomi, dipendenti part-time e a tempo pieno. Con l’avvento del governo Monti la normativa viene nuovamente modificata tramite la cosiddetta Legge Fornero che apre il pagamento tramite voucher a tutti i settori lavorativi e ad ogni categoria di lavoratori, mentre restringe il limite economico a 5.000 euro per l’intera pluralità dei committenti. Infine durante l’attuale legislatura – prima dal governo Letta e poi con il Jobs Act – viene progressivamente eliminata la dicitura “di natura meramente occasionale” rispetto all’attività retribuita con buoni lavoro. Dal governo Renzi viene inoltre resa obbligatoria l’attivazione telematica preventiva, innalzato il limite economico netto da 5.000 a 7.000 euro per lavoratore e – il 24 settembre 2016 – introdotto l’invio di un sms almeno 60 minuti prima dell’inizio della prestazione per ottenere una tracciabilità completa. Le responsabilità politiche sono quindi molteplici: perfino fra gli odierni critici vi è chi approvò le ripetute liberalizzazioni, fra tutti Pierluigi Bersani e Stefano Fassina, il primo favorevole alla Legge Fornero nel 2012, il secondo viceministro dell’Economia nel governo Letta e responsabile economico del Partito Democratico dal 2009 al 2013.

BOOM?

Il dato più conosciuto riguardo ai voucher è quello relativo alla loro crescita esponenziale: dai 15 milioni nel 2011 ai più di 115 milioni nel 2015 (i dati del 2016 non sono ancora disponibili, ma è probabile una frenata), con un tasso di crescita medio del 64 per cento all’anno. Un aumento considerevole ma dopo tutto “tipico di fenomeni allo stato nascente” come scrivono Bruno Anastasia, Saverio Bombelli e Stefania Maschio – ricercatori Inps e di Veneto Lavoro –  in uno dei più completi documenti di ricerca sull’argomento: “Il lavoro accessorio dal 2008 al 2015, profili dei lavoratori e dei committenti”. Anzi, se le percentuali di crescita sono impressionanti, i valori assoluti non sono così considerevoli: meno del 10 per cento dei dipendenti ha percepito buoni lavoro nel corso del 2015, rappresentando un misero 0,23 per cento rispetto al costo totale del lavoro dipendente privato. Sempre secondo dati Inps le ore retribuite tramite voucher non superano lo 0,35 per cento del totale di ore lavorate in Italia. Numeri dallo zero virgola rispetto al mercato del lavoro italiano. La media di buoni per lavoratore è invece di 66 buoni a testa, un dato stabile dal 2012 ad oggi: negli ultimi anni è quindi cresciuta la platea di lavoratori coinvolti ma non il ricorso medio ai voucher per i singoli percettori. La semplice lettura dei dati ci mostra quindi un fenomeno in enorme crescita, ma comunque di entità modesta, almeno per ora.

IL POPOLO DEI VOUCHER

Ma chi sono i lavoratori pagati tramite buoni lavoro? Il popolo dei voucher esiste davvero? Dalla lettura dei dati è possibile delineare un identikit dei prestatori di lavoro accessorio. La ricerca Inps mostra che i percettori di buoni lavoro sono per metà lavoratori attivi e fra questi la gran parte sono dipendenti part-time o stagionali; il restante si divide fra coloro per cui i voucher rappresentano l’unica fonte di reddito e i pensionati. I ricercatori affermano che “si evidenzia una netta associazione tra lavoro accessorio e carriere lavorative discontinue o a orario ridotto”. Inoltre più di un terzo dei lavoratori con voucher intrattengono rapporti con la stessa azienda tramite contratti a tempo determinato: proprio per questa fetta la preoccupazione è maggiore per via del rischio di una modifica al ribasso delle condizioni contrattuali, da lavoro subordinato a lavoro accessorio. In realtà i dati ci rassicurano, poiché solo per il 6 per cento dell’1/3 dei lavoratori presi in considerazione ciò accade, mentre molto più frequenti sono i buoni lavoro a funzione “introduttiva” che vengono trasformati dopo qualche mese in contratti a tempo determinato. La preoccupazione rispetto all’età media in costante discesa è invece ben riposta: i giovani sotto i 30 anni assorbono quasi la metà dei voucher acquistati e anche la quota dei trentenni e dei quarantenni è in crescita.

CHI LI COMPRA?

Se i lavoratori sono stati analizzati, fondamentale è comprendere quali siano le 815.979 aziende, professionisti e famiglie che dal 2008 al 2015 (472.747 nell’ultimo anno) hanno utilizzato il lavoro accessorio. Il numero medio per committente di lavoratori utilizzati nel 2015 è 3,7, per una media di 186 voucher utilizzati da ogni committente. Quasi il 65 per cento di questi utilizza i buoni lavoro in modo marginale, retribuendo fino a 5 lavoratori con al massimo 70 voucher a testa, mentre meno del 15 per cento dei committenti utilizza più di 300 voucher per lavoratore. Il committente tipo non è certo la famiglia, bensì piccole aziende con o senza dipendenti, in primis del comparto alberghiero-ristorazione le quali necessitano di un’ampia flessibilità che segua gli imprevisti delle stagioni turistiche e del meteo. Molto meno numerose invece le grandi aziende che utilizzano voucher, esse rappresentano una quota residuale.

PUNTA DELL’ICEBERG

Infine uno dei temi più dibattuti: l’eventuale effetto emersione del lavoro nero, obiettivo dichiarato al momento dell’introduzione. I ricercatori Inps la definiscono niente meno che un’ “irrealistica aspettativa” e spiegano che invece di emersione siamo di fronte a una “regolarizzazione minuscola in grado di occultare la parte più consistente di attività in nero”. Nella pratica, numerosi committenti acquisterebbero voucher per poter coprire lavoratori in nero presenti sul posto di lavoro al momento di un possibile controllo a sorpresa. Per scongiurare il rischio a settembre 2016 è stato emanato un nuovo decreto legislativo a correzione del Jobs Act, come spiegato sull’Unità dal professore Filippo Taddei. Staremo a vedere se, questa volta, gli effetti saranno quelli sperati.

ABOLIRLI?

I numeri lo dimostrano: i voucher sono un fenomeno in crescita, introdotto e potenziato da governi di centro-destra e centro-sinistra, che si presta ad alcuni pericolosi abusi, ma che non rappresenta certo la maggiore preoccupazione per il mercato del lavoro italiano, né la maggiore forma di precarizzazione. E riguardo ad una possibile abolizione, come proposto dalla Cgil? La ricerca dell’INPS lo spiega meglio di chiunque altro: “Anche i voucher possono essere aboliti. Ma ciò che non può essere abolito è il problema sottostante: come si pagano le attività di breve durata”.

Perché il problema dei voucher è ampiamente sopravvalutato

La verità sul Jobs Act. Un fact checking per smontare le rispettive partigianerie sul lavoro

ARTICOLO PUBBLICATO SU IL FOGLIO IL 18 OTTOBRE 2016.


Grande è la confusione sotto il cielo del Jobs Act. Da anni ormai ogni comunicato dell’Istat, dell’Inps e del Ministero del Lavoro è preso d’assalto dalle tifoserie del web – da una parte e dall’altra – per farne l’ennesimo trend topic su Twitter. Il mercato del lavoro tuttavia non è così semplice e lineare ed i suoi mutamenti non possono essere valutati sulla base di una semplice variazione trimestrale né tanto meno mensile.

A dimostrazione di una semplificazione estrema che talvolta sfocia in vere e proprie bufale, il confronto televisivo a Ottoemezzo tra Matteo Renzi e Marco Travaglio vide i due ospiti dividersi proprio sui numeri del mercato del lavoro. In particolare quest’ultimo sostenne che “sono nati più nuovi posti di lavoro” a tempo indeterminato “nel 2014 quando non c’era il Jobs Act che nel 2015, quando c’era”. Il presidente del consiglio rispose così: “l’Istat […] dice che dal febbraio 2014 ad oggi si sono avuti 585 000 posti di lavoro in più, di cui per il 70 per cento a tempo indeterminato dal momento in cui entra in vigore il Jobs Act. […] Il 2015 è l’anno con il maggior incremento di posti di lavoro. La sfido al duello del fact checking“.

Prima di tutto è necessaria una distinzione. Una cosa è la decontribuzione – introdotta con la legge di stabilità – per cui lo Stato si fa carico per tre anni dei contributi previdenziali per i nuovi assunti a tempo indeterminato nel corso del 2015, fino a un massimo di 8 000 € a dipendente (limite ridotto al 40% quest’anno). Un’altra il contratto a tutele crescenti – introdotto dal decreto 23/2015 – che modifica la normativa sul licenziamento dei dipendenti a tempo indeterminato.

Analizziamo ora le varie dichiarazioni. Il direttore de Il Fatto Quotidiano affermò che sono nati più posti di lavoro a tempo indeterminato nel 2014 rispetto all’anno successivo, volendo dimostrare l’inefficacia del combinato disposto di decontribuzione e contratto a tutele crescenti. Tuttavia i dati Istat (Tab3) dimostrano come nel 2014 i posti di lavoro stabili siano aumentati di sole 45 mila unità (14,533 milioni versus 14,488), mentre nel corso del 2015 i posti a tempo indeterminato sono cresciuti di 237 mila (14,770 milioni versus 14,533). La dichiarazione di Travaglio non è quindi fondata. Ha ragione invece Renzi nel citare il dato Istat sull’incremento degli occupati a partire da febbraio 2014, cioè dall’entrata in carica del suo governo: +585 mila, dato sul quale si trova d’accordo lo stesso giornalista.

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Veniamo dunque alla percentuale di lavoratori a tempo indeterminato. Il premier probabilmente intese affermare che il 70 per cento dei nuovi dipendenti assunti a partire dall’entrata in vigore del Jobs Act (marzo 2015) gode di un contratto a tempo indeterminato. In questo caso le serie storiche dell’istituto di statistica (Tab3) confermano la sua versione: su un aumento di posti di lavoro subordinati pari a 449 mila unità, 335 mila di questi è a tempo indeterminato, vale a dire il 74,6 per cento. Se invece dovessimo seguire alla lettera la dichiarazione di Renzi – confrontando quindi il totale degli occupati con i dipendenti a tempo indeterminato – questa si dimostrerebbe infondata (pare tuttavia una strada non percorribile poiché all’interno degli occupati compaiono anche i lavoratori autonomi, che non rientrano ovviamente nella categoria dei dipendenti alla quale si rivolge il Jobs Act).

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Infine l’ultima dichiarazione di Matteo Renzi: “Il 2015 è l’anno con il maggior incremento di posti di lavoro”. Questa volta non è corretta: se prendiamo in considerazione gli occupati totali – come pare intendere il presidente del consiglio – basta verificare che nel 2014 la crescita di posti di lavoro è stata più sostenuta rispetto all’anno scorso (+219 mila contro +137 mila). Il 2015 non è quindi certo l’anno con il maggior incremento di occupati, come dichiarò il segretario del PD.

Insomma, qualche visita in più al sito dell’Istat avrebbe certamente giovato ad entrambi.

La verità sul Jobs Act. Un fact checking per smontare le rispettive partigianerie sul lavoro

C’è stata davvero #lasvoltabuona? Cosa ha fatto e cosa no Renzi in due anni e mezzo

Articolo pubblicato su Il Foglio il 15 settembre 2016.


Il Governo nei giorni scorsi ha pubblicato 30 slide per dimostrare l’efficacia della propria azione politica. Il gioco è semplice: si prende un dato relativo al 2014, anno di insediamento, e lo si compara con il relativo livello attuale. C’è un po’ di tutto: dall’occupazione, agli accessi ai musei, alla banda larga, fino agli investimenti esteri. Ma altre slide sono ancora più interessanti, quelle delle promesse che il premier annunciò il 12 marzo 2014, nella roboante conferenza stampa che verrà ricordata – fra tutto il resto – per il bonus 80€ ai lavoratori dipendenti e per l’hashtag #lasvuoltabuona. Si trattava di annunci per i primi 100 giorni, verifichiamo con un fact checking quali sono stati mantenuti e gli effetti anche sui nostri giorni.

Iniziamo dalla slide numero 5. Primo obiettivo: recuperare 50 posizioni (dal 65° del 2014 al 15° nel 2018) nel “Doing Business Index”, del World Bank Group. Si tratta di un ranking in grado di misurare l’attrattività economica di un paese. Nel 2015 l’Italia si posizionò al 44esimo posto, recuperando ben 21 posizioni in un solo anno; nel 2016 tuttavia perde una posizione, peggiorando tutti i criteri al di fuori di un consistente passo in avanti sulla regolamentazione del mercato del lavoro (effetto Jobs Act?). Secondo il ranking, il nostro paese è affossato in particolare dal complicato accesso al credito, dalla pressione fiscale (137esimo posto su 189!) e dalla regolamentazione dei contratti. Lo spettro temporale è il 2018, oggi possiamo solo dire che con questo ritmo l’obiettivo del 15esimo posto non sarà raggiunto.

La seconda promessa è una nuova legge elettorale, quello che sarà l’Italicum. Nelle slide viene descritta, ancora sotto forma di disegno di legge approvato in prima lettura, con queste caratteristiche: “mai più larghe intese”, “chi vince governa 5 anni”, “stop ai ricatti dei micro-partiti” e “candidati legati al territorio”. Effettivamente i primi tre impegni vengono – potenzialmente, perché le regole non risolvono i problemi politici – mantenuti, grazie al ballottaggio e al premio alla lista; mentre, sul quarto punto potrebbero esserci dei dubbi, vista la scelta dei capilista bloccati. Ad ogni modo, la legge attende un giudizio di costituzionalità dalla Corte e sempre più spesso si parla di modifiche. Staremo a vedere.

Le slide successive riguardano invece la riforma della Costituzione, proprio quella oggi in attesa di referendum. Qui gli impegni furono l’abolizione del bicameralismo paritario, il taglio dei senatori, un procedimento legislativo più veloce, la riforma del Titolo V e l’abolizione del CNEL e delle province. Ci siamo, sempre che Renzi riesca a vincere il referendum in autunno.

Slide 15. Raffaele Cantone viene proposto come presidente della Autorità Nazionale Anticorruzione. Promessa mantenuta il mese successivo.

Andiamo avanti, passiamo alle auto blu. “Venghino signori venghino”, così parlò Matteo Renzi annunciando un’asta di 100 autoblu su Ebay. Risultati ad oggi? Grazie a questa ed aste successive Palazzo Chigi certifica 107 auto vendute e 857.508 euro di ricavi. Non solo: il 25 settembre 2014 la Ministra Madia ha emesso un decreto per tagliare le auto blu dedicate agli enti nazionali, imponendo un tetto massimo di 5 auto. Insomma: con tempi un po’ più lunghi del previsto, il risultato è raggiunto.

Altra slide, altra promessa: finalmente si tocca l’economia. Renzi promise lo sblocco “immediato e totale” del pagamento dei debiti della Pubblica Amministrazione, annunciando 68 miliardi di euro alle imprese entro luglio. Non tutti soldi stanziati da Renzi, anzi. Prima di tutto la cifra dei 68 miliardi non ha più riscontro nemmeno nelle comunicazioni del Governo (si parla invece di 56), in secondo luogo bisogna tenere conto dei 47,2 miliardi già stanziati dai Governi precedenti; il nuovo Esecutivo stanziò perciò soltanto 9,3 miliardi di fondi aggiuntivi. Nonostante ciò, la scadenza del pagamento totale alle imprese è prima passata da luglio a settembre, fino a far perdere le proprie tracce. Oggi la pagina del sito del Ministero dell’Economia dedicata al monitoraggio della restituzione dei debiti non è più aggiornata da luglio 2015. I dati di allora indicano come su 56 miliardi stanziati 44,6 sono stati resi disponibili e 38,6 effettivamente erogati ai creditori. Il Mef afferma quindi che “rispetto al picco del debito, stimato dalla Banca d’Italia a fine 2012 in circa 91 miliardi, risulterebbe assorbita dagli enti debitori una somma corrispondente a […] poco più della metà del debito complessivo”, precisando inoltre che oltre alle risorse aggiuntive stanziate dal Governo gli enti debitori hanno potuto fare fronte al debito anche con fondi propri. Il Ministero ha ormai aperto un nuovo fronte per affrontare il tema: la fatturazione elettronica entro 30 giorni. Ad oggi ad utilizzarla con frequenza sono il 35 % degli enti pubblici, per un pagamento medio entro 46 giorni. Renzi affermò in conferenza stampa che questo provvedimento è “fondamentale per dare un segnale che lo Stato rispetta i patti”. Nonostante ciò – anche per la mancata trasparenza – la promessa non è mantenuta.

Procediamo. “Rafforzare il fondo di garanzia per il credito” per le PMI. In effetti il Ministero per lo Sviluppo Economico certifica che nel 2014 le domande di credito accolte sono aumentate dell’11,7 %rispetto all’anno precedente; pure i finanziamenti – pari a 8,4 miliardi – aumentarono di quasi il 20 %. Trend che si confermò anche nel 2015: +19 % di domande accolte e 10,2 miliardi di finanziamenti garantiti. Impegno mantenuto.

Passiamo ora a edilizia scolastica e tutela del territorio. Renzi promise 3,5 miliardi di euro per la prima e 1,5 per la seconda. Per l’edilizia scolastica – fra risorse fresche e sblocco di fondi già stanziati – la struttura di missione della Presidenza del Consiglio certifica 4,2 miliardi di fondi mobilitati a maggio 2016, grazie ai vari progetti “Scuole Nuove”, “Scuole Belle”, “Scuole Sicure”, “Mutuo Bei”, “Fondo Kyoto”, “Sblocca Scuole”, l’intervento della “Buona Scuola” ed i finanziamenti dei Fonti Strutturali Europei. Sulla tutela del territorio invece dalla nascita della struttura di missione competente sono stati sbloccati 642 cantieri in tutto il territorio per 1,07 miliardi di euro spesi. Per quanto riguarda la prevenzione delle alluvioni nelle grandi città, con il Piano nazionale 2015-2020 contro il dissesto idrogeologico sono stati messi a disposizione 1,3 miliardi. Il tempo dirà come e quanti di questi fondi verranno spesi, per ora le premesse ci sono tutte: certo è che se ancora una volta i soldi non verranno effettivamente spesi la politica perderà definitivamente di credibilità su questo tema.

Inizia il capitolo tasse: -10 % delle aliquote Irap per le aziende e rimodulazione della tassazione sulle rendite finanziarie dal 20 al 26 % entro il primo maggio 2014. Promessa che fu apparentemente mantenuta con il decreto legge n. 66/2014, emanato ad aprile. Tuttavia il taglio Irap non diverrà mai realtà; nella legge di stabilità 2015 infatti la riduzione viene modificata nella forma ed applicata al solo lavoro a tempo indeterminato, una misura da 5 miliardi. Il taglio per il 2014 invece previsto dal decreto n. 66 non verrà mai applicato, facendo perdere 2 miliardi di sconto fiscale alle imprese. Impegno mantenuto a metà, con l’aggravio dell’incertezza fiscale per le imprese.

Slide 25: “-10% costo dell’energia per le PMI, entro il primo maggio 2014”. Ufficializzato con il decreto legge competitività, i cui decreti attuativi furono pubblicati solo a metà ottobre, diversi mesi in ritardo rispetto alla dead line. Si diffusero inoltre critiche per via della copertura: taglio – anche retroattivo – agli incentivi per le rinnovabili.

Arriva il pezzo forte. +1.000 euro netti all’anno a chi guadagna meno di 1.500 € al mese. Tutti sappiamo come è andata a finire: impegno mantenuto e apprezzato.

Slide 28. Il programma europeo Garanzia Giovani, rivolto ai giovani che non lavorano e non studiano (i Neet), partì ufficialmente l’1 maggio 2014, come annunciato da Renzi. Il miliardo e mezzo di copertura sono fondi europei. Tuttavia i risultati non saranno esaltanti: oggi – a più di due anni dal lancio – i giovani registrati al portale sono 1.118.253, quelli presi a carico 742.351 e 375.528 coloro a cui è stata offerta almeno una misura di formazione e lavoro (dati aggiornati al 4 agosto 2016). Soltanto 1 su 3.

Renzi non lasciò a bocca asciutta nemmeno la ricerca. Anzi, annunciò il raddoppio del credito d’imposta per giovani ricercatori, misura che dovrebbe portare a “100.000 occupati” aggiuntivi nel settore entro il 2018. La misura fu prevista in legge di stabilità ed a maggio 2015 finalmente arrivò il decreto attuativo. Ma le conseguenze sull’occupazione non sono ancora verificabili: nel 2013 si trattava del 3,9 % degli occupati. Vedremo.

Ed infine il Jobs Act, con la “semplificazione dell’apprendistato”, un “nuovo codice del lavoro in 6 mesi” e la “tutela delle donne in maternità”. Provvedimento approvato sotto forma di legge delega il 10 dicembre 2014.


Insomma, se è possibile tentare un bilancio bisognerebbe affermare che i capisaldi di quella conferenza stampa sono stati realmente rispettati e implementati nelle politiche pubbliche del governo. Se qualcosa si è perso per strada, oltre a diversi termini temporali non rispettati, è semmai la spinta propulsiva e propositiva dell’esecutivo. E per ritrovarla non basteranno delle slide.

C’è stata davvero #lasvoltabuona? Cosa ha fatto e cosa no Renzi in due anni e mezzo