Se Matteo Renzi amministra davvero Matteo Renzi News

Negli ultimi tre giorni si è parlato e scritto moltissimo riguardo ad un fotomontaggio, pubblicato dalla pagina Facebook Matteo Renzi News. Eccolo:

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I messaggi su Facebook e Twitter sono stati numerosissimi: d’altronde cosa meglio dell’ennesima polemica sui social per combattere la noia del lunedì pomeriggio? Tra i tanti: ne hanno scritto il Corriere.it, Massimo Mantellini su manteblog, il Movimento 5 Stelle sul blog di Grillo e quelli di Submarine qui.

E così una pagina Facebook da 67mila like – un risultato modesto nell’oceano dei social network – ha raggiunto una popolarità insperata. Ma le schermaglie tra renziani imbarazzati e militanti di altri partiti non hanno tardato a comparire, con giustificazioni da parte dei primi sempre molto simili: “Renzi non c’entra“, “si tratta di un gruppo di sostegno“, “non è una pagina ufficiale“, “sono più renziani di Renzi“. Si tratterebbe dunque di una pagina di fan, come ne esistono tante altre.

Ebbene, così non è: la pagina Matteo Renzi News è amministrata da collaboratori stretti dell’ex premier, probabilmente in forma organizzata.

Alla stessa conclusione sono giunti anche Il Fatto Quotidiano e Linkiesta.it, senza tuttavia riuscire a provarlo. A confermare la vicinanza della pagina allo staff di Renzi sono fonti tra chi si è occupato della pagina in passato, che indicano nella figura di Alessio De Giorgi uno dei gestori. De Giorgi, “renziano della prima ora” e fondatore di Gay.it, è stato collaboratore di Matteo Renzi a Palazzo Chigi da maggio dell’anno scorso, per occuparsi di “comunicazione digitale, Internet e social network. Quelli suoi, del premier, non quelli di Palazzo Chigi“, come ha affermato lui stesso in un’intervista a Repubblica di maggio 2016. Proprio qualche mese più tardi la pagina – che aveva il nome di “Matteo Renzi è il nostro Presidente“, fondata nel 2014 – sarebbe passata nelle sue mani, grazie ad uno scambio con i precedenti amministratori. E’ da quel momento, in piena campagna referendaria, che i toni diventano più accesi e gentisti, lo storytelling sul premier più incisivo ed il linguaggio si avvicina prepotentemente allo stile del Movimento 5 Stelle. Compaiono gli incessanti inviti a CONDIVIDERE i post e la grafica ed il lettering divengono via via più accurati e selezionati. Iniziano ad essere condivisi anche numerosi video sottotitolati, visibili in particolare navigando da smartphone, sempre più simili per grafica e contenuti a quelli condivisi dagli altri canali vicini al Renzi ed al PD. Il numero dei contenuti cresce fino a 8-9 post al giorno, quasi sempre foto modificate e infografiche: materiale che richiede una quantità di tempo rilevante per essere editato con una grafica accattivante.

Solo nelle ultime 24 ore la pagina ha pubblicato ben 12 post: si va dall’attacco a Beppe Grillo per le vacanze in yacht, seguite dalle parole di Matteo Richetti sugli ultimi dati sul mercato del lavoro, ed a scorrere fino all’attacco a Virginia Raggi per la sua indisponibilità a dimettersi nel caso di rinvio a giudizio ed alla condivisione di ogni video e diretta postato dal profilo del segretario PD. Chiaramente un carico di lavoro insostenibile per semplici militanti e volontari, per di più considerando lo sforzo economico per promuoverla con sponsorizzazioni e inserzioni su Facebook. A lavorarci, assieme a De Giorgi, sono infatti uno sparuto gruppo di amministratori: tutti fiorentini e tutti saliti sul palco della Leopolda, assicurano voci fondate. Ed i risultati sono evidenti: Matteo Renzi News passa da 7.000 like ad agosto 2016 fino agli attuali 67.559.

Lo stesso De Giorgi ha oggi affrontato l’argomento rispondendo ad un commento su Facebook: “Anche a me imbarazzano alcuni contenuti delle nostre pagine non ufficiali – che non sto gestendo, sia chiaro -, ma credo anche che qualche scivolone ci possa stare e sia tutto sommato anche innocuo, fosse solo che sappiamo bene che il dibattito di queste ultime 24 ore rimane confinato nella bolla della bolla della bolla“. Tuttavia l’ultimo post pubblicato dallo stesso De Giorgi dalla pagina Matteo Renzi News risale ad appena 3 giorni fa: è chiaro l’intento di nascondere il collegamento tra lo staff del premier e la pagina, definita “non ufficiale“.

Ma a cosa serve una fanpage non ufficiale a Matteo Renzi, già ben fornito di organi di informazione – personali e del partito – da cui inviare i propri messaggi? Probabilmente Matteo Renzi News fa parte di una strategia di comunicazione precisa, per riconquistare lo spazio su web, a detta di Renzi lasciato eccessivamente in mano al Movimento 5 Stelle. Una strategia, spiegata sapientemente da Leonardo Bianchi su Vice, basata su tre pilastri: 1) maggiore organizzazione e quantità di messaggi, in particolare video, 2) cambio di registro per una comunicazione basata sull’attacco agli avversari e sul tono urlato e canzonatorio, 3) ricerca di contenuti virali condivisi attraverso una base fidelizzata di contatti. Parte di questo disegno è anche Bob, la nuova piattaforma online del PD che per ora si è concretizzata in un un’app per smartphone ancora acerba. Andrea Coccia su Linkiesta.it scrive bene che “la prossima mossa di comunicazione di Renzi&Co è quella di mutuare il linguaggio e i modi degli odiati grillini per avvicinare il tanto stigmatizzato (quanto inesistente) popolo del web“, come ha scritto anche David Allegranti. In tutto ciò una pagina Facebook non ufficiale diviene preziosa per due motivi: il primo è la capacità di esprimere messaggi – più violenti con gli avversari e maggiormente esaltanti con Renzi e gli altri dirigenti democratici – che i canali ufficiali non si potrebbero permettere (l’accostamento tra Renzi e Totti ha fatto scalpore pubblicata da una pagina non ufficiale, figuriamoci l’avesse fatto il profilo del PD); in secondo luogo è un ottimo modo per testare nuovi stili, temi e linguaggi, verificarne gli effetti e l’eventuale approvazione da parte del pubblico, prima di estenderli ai canali principali. Una strategia, quella di adottare pagine non ufficiali, che il Movimento 5 Stelle non a caso pratica da anni.

Hanno acceso i motori: sarà una lunghissima campagna elettorale, anche online.


Alessio De Giorgi esclude – in un messaggio privato inviatomi che mi ha chiesto di rendere pubblico – di gestire la pagina e di esserne l’amministratore, “quanto meno dal suo punto di vista“. Questo tuttavia non corrisponde a quanto risulta da una verifica incrociata dei fatti. Primo fra tutti, l’account con cui risponde ai commenti (ora cancellati):

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Se Matteo Renzi amministra davvero Matteo Renzi News

Flixbus invita Matteo Renzi: “Venga a fare un giro sui nostri bus”

ARTICOLO PUBBLICATO SU IL FOGLIO IL 31/05/2017


Il Foglio ha raggiunto Andrea Incondi, trentunenne amministratore delegato di Flixbus Italia, nelle ore immediatamente successive alle dichiarazioni di Matteo Renzi che testimoniano la solidarietà dell’ex premier all’azienda di trasporti e auspicano un intervento politico a difesa dei valori della concorrenza e del libero mercato. La multinazionale tedesca del trasporto su gomma è infatti nuovamente a rischio nel mercato italiano per via un emendamento presentato dal Partito Democratico alla “manovrina”, come ha ricostruito Luciano Capone su Il Foglio.

Sono felice che Matteo Renzi abbia risposto al nostro appello e mi considero soddisfatto della risposta, dalla quale emerge che la posizione di alcuni singoli esponenti del Partito Democratico non coincide assolutamente con la posizione del partito né tanto meno del suo segretario” esordisce Incondi. “Questo ci rende ottimisti sul fatto che questi vincoli vengano eliminati nel più breve tempo possibile, anche perché la posizione di questi singoli contraddice quella del governo, del MIT e del MISE, l’Antritrust, dell’Autorità dei Regolazione dei Trasporti, del TAR del Lazio con le sentenza che sono emerse ieri, degli oltre sessantamila firmatari della petizione per salvare Flixbus e in generale dell’opinione pubblica e della stampa, che hanno legittimato il modello di Flixbus in Italia. Ora auspichiamo che il PD intervenga per rimuovere questi vincoli che colpiscono soprattutto i giovani, ai quali per sua natura e orientamento dovrebbe prestare più attenzione”.

Il manager ora punta in alto e lancia un nuovo appello a Renzi, che invita a toccare con mano la realtà di Flixbus: “mi piacerebbe incontrare Matteo per raccontargli la nostra storia e di come in questo Paese l’innovazione venga osteggiata dalle corporazioni che spesso trovano una sponda politica. Lo vorrei portare su uno dei nostri autobus, fare un viaggio insieme durante il quale gli posso raccontare come è nato il nostro progetto, i ragazzi che ci lavorano dentro, la visione che abbiamo, tutta questa bellezza che sposa benissimo il pensiero che lui ha sull’Europa, sul futuro, sui giovani, sul digitale, sulla mobilità”.

Non manca invece una stoccata a Francesco Boccia, presidente della Commissione Bilancio: “innanzitutto l’emendamento attuale non regolamenta affatto il mercato, ma pone solo dei vincoli ad un’azienda. Siamo favorevoli ad un tavolo dove si parli di mercato, essere gli attori del futuro di questo settore, di come renderlo vicino agli utenti finali. Le parole di Boccia sono una mancanza di rispetto a chi lavora al Ministero dei Trasporti e vanno contro una sentenza del Tar del Lazio che proprio ieri ha dato piena legittimità alle nostre autorizzazioni. Abbiamo cercato di metterci in contatto con i protagonisti di questa vicenda politica, senza tuttavia riuscirci” afferma Incondi. L’amministratore delegato respinge anche le critiche di non pagare le tasse in Italia: “Flixbus Italia è un’azienda completamente italiana, che paga le tasse in questo paese come anche i nostri partner. Non siamo certo noi a voler abbandonare il mercato italiano”.

E’ difficile capire per noi chi ci sia dietro a tutto questo. C’è poca trasparenza, anzi opacità. Ci sono emendamenti approvati durante la notte, non alla luce del sole, di cui nessuno vuole prendersi la paternità. Non siamo contro le lobby, perché non abbiamo nulla da nascondere e perché riteniamo che potrebbero apportare informazioni importanti al decisore” incalza Incondi.

In effetti la regolamentazione delle lobby in Italia stenta ancora, come riporta OpenPolis nel suo rapporto. Eppure i gruppi di pressione sono elementi fisiologici in una democrazia rappresentativa: non a caso nei paesi anglosassoni, ma anche nello stesso Europarlamento, non esiste alcuna accezione negativa nella parola “lobbysta”. In Italia invece, in cui questa attività è ancora coperta da scarsa trasparenza, solleva sospetti e zone d’ombra. Negli ultimi anni sono stati compiuti passi in avanti importanti, in particolare dalla Camera dei Deputati che si è fornita di un regolamento che prevede un albo dei lobbysti, spazi appositi, tesserini e sanzioni per chi non rispetta le regole. La Camera è stata seguita anche dal Ministero dello Sviluppo Economico, che a settembre 2016 ha lanciato il proprio portale. In attesa di una legge quadro per garantire la trasparenza dei processi decisionali ed evitare corto circuiti del sistema, come avvenuto per i due emendamenti anti-Flixbus.

Flixbus invita Matteo Renzi: “Venga a fare un giro sui nostri bus”

Se per Renzi il buco dell’Etruria è poca cosa

ARTICOLO PUBBLICATO SU LAVOCE.INFO IL 25/05/2017


Ritorna il fact-checking de lavoce.info. Passiamo al setaccio le dichiarazioni di politici, imprenditori e sindacalisti per stabilire, con numeri e fatti, se hanno detto il vero o il falso. Questa volta tocca a Matteo Renzi e alle sue dichiarazioni sulle perdite di Banca Etruria.

Se per Renzi il buco dell’Etruria è poca cosa

Dopo 804 giorni cosa è rimasto del DDL Concorrenza

ARTICOLO PUBBLICATO SU IL FOGLIO IL 05/05/2017


Nell’arco di 804 giorni le nostre vite possono essere stravolte: si tratta di un periodo di tempo considerevole. Ancor più lo è in politica, sempre più fluida e repentina. Il disegno di legge Concorrenza è in discussione in Parlamento dal 20 febbraio 2015 – 804 giorni fa, appunto –, quando è stato approvato dal Consiglio dei Ministri. Un’era politica fa: al Ministero dello Sviluppo Economico sedeva ancora Federica Guidi.

Da allora Camera e Senato hanno approvato due volte il testo, ed ora la parola tornerà a Montecitorio. In due passaggi parlamentari gli articoli sono aumentati dai 32 del testo del Governo ai 74 attuali. Proprio questa, assieme ad altre, è una delle motivazioni che allarmano periodicamente economisti ed addetti ai lavori sulla bontà di un provvedimento che si dà l’obiettivo di liberalizzare mercati chiave per l’Italia. L’ultima polemica – rilanciata anche il garante della privacy Antonello Soro – riguarda la liberalizzazione selvaggia del telemarketing, per via dell’eliminazione del requisito del consenso preventivo per le chiamate promozionali prevista nel DDL.

Certo è che in più di due anni di discussione e votazioni le modifiche sono innumerevoli: più di 200 emendamenti sono stati approvati tra Camera e Senato. Sarà riuscito il Parlamento a resistere alle lusinghe di lobby e gruppi di interesse? Come aveva promesso roboante l’allora Presidente del Consiglio, secondo cui questo disegno di legge “incontrerà in Parlamento le resistenze delle lobby, e noi le sfideremo”. Non della stessa opinione Giovanni Pitruzzella, presidente dell’Antitrust, che nel dicembre scorso dichiarò: “Sembra che il DDL per la concorrenza si sia trasformato in qualcos’altro e forse questo una riflessione la deve porre”. Ecco dunque, tema per tema, una verifica di cosa è cambiato dalla versione originale, in meglio ed in peggio per i consumatori.

1. RC AUTO

Il mercato delle agenzie assicurative sull’autoveicolo occupa una parte considerevole del disegno di legge governativo, dall’articolo 2 al 14. La prima versione conteneva la possibilità di ottenere sconti dalle agenzie a fronte dell’installazione di scatole nere e misuratori del tasso alcolico sui veicoli e misure, piuttosto generali, per garantire una maggiore correlazione del premio assicurativo con la classe di merito assegnata al cliente assicurato.

Questa prima parte dell’articolato in realtà non ha ricevuto modifiche significative nel corso della discussione in Parlamento. Il cambiamento più importante è la migliore precisazione sugli sconti dovuti dalle compagnie assicurative agli automobilisti virtuosi – chi cioè non causa incidenti da almeno quattro anni – che vivono nelle province in cui la frequenza di incidenti stradali è maggiore. C’è chi si lamenta dell’eccessiva discrezionalità lasciata alle agenzie nella determinazione degli sconti, come Il Fatto Quotidiano: tuttavia una più precisa indicazione avrebbe rischiato di sostituire il mercato nella politica di prezzo. Niente di più anti-concorrenziale.

2. BANCHE

Il DDL prevedeva un motore di ricerca indipendente dei servizi bancari offerti, con particolare riguardo alle carte di pagamento, per consentire un confronto rapido ed imparziale ai clienti. Nulla di significativo è cambiato dalla prima versione.

3. COMUNICAZIONI

Sul settore delle comunicazioni, con gli articoli 16, 17 e 23, il DDL Guidi-Renzi eliminava i vincoli ed imponeva maggiore trasparenza sulle penali per il cambio di gestore telefonico, fisso e mobile, e degli abbonamenti televisivi. Prevedeva inoltre l’eliminazione dei costi eccessivi pert le chiamate ai numeri verde delle società bancarie e di gestione di carte di credito, da parte degli utenti.

Da allora il Parlamento ha introdotto la possibilità di pagare biglietti teatrali e del cinema tramite le Sim dei nostri smartphone e previsto un registro delle opposizioni anche contro l’invio di pubblicità indesiderata tramite posta. Non è mancata tuttavia una polemica per un emendamento approvato che avrebbe introdotto la possibilità di far pagare agli utenti le spese di recesso e trasferimento ad altro operatore, differentemente dal decreto Bersani del 2007 che vietò ogni pagamento per il recesso da un operatore.

4. POSTE

Poste Italiane non avrà più il monopolio dell’invio ai cittadini delle multe e delle notifiche giudiziarie. Questo prevedeva il DDL Concorrenza, prima che la Camera posticipasse il provvedimento al 10 giugno 2017 ed il Senato di ulteriori tre mesi. Si tratta in realtà di semplici accorgimenti tecnici dovuti al ritardo nell’approvazione della legge.

5. FORNITURA DI GAS ED ENERGIA ELETTRICA

Su gas ed energia elettrica il Governo proponeva di ridurre progressivamente, fino all’abolizione definitiva a luglio 2018, il regime di maggior tutela per aprire il mercato dell’energia all’intera platea di consumatori. Il Senato ha successivamente modificato la norma, posticipando la novità a luglio 2019, sul modello di quanto accaduto per il monopolio di Poste.

6. AVVOCATI

Buona parte del disegno di legge di iniziativa governativa trattava di professionisti, in particolare avvocati e notai. Per incentivare la concorrenza nella classe forense, con l’obiettivo di ridurre le parcelle ed eliminare rendite di posizione, si è proposto di abrogare l’obbligo di tenere domicilio professionale presso la sede dell’associazione di avvocati di cui si fa parte e si è aperta la possibilità anche per non iscritti all’albo di entrare nel capitale sociale.  Il governo aveva previsto inoltre l’obbligo di presentare un preventivo della parcella prima dell’avvio della collaborazione e – pezzo forte presentato da Renzi – la possibilità di certificare la compravendita di immobili non ad uso abitativo di valore catastale inferiore ai 100.000 euro davanti ad un avvocato e non più ad un notaio.

Novità tuttavia in parte rientrate nei passaggi parlamentari: gli avvocati non potranno certificare l’acquisto (e le successive azioni giuridiche) per gli immobili non ad uso abitativo e l’ingresso di capitali esterni nelle associazioni forensi non dovrà superare un terzo del totale, garantendo il controllo dei due terzi agli iscritti all’albo degli avvocati.

7. NOTAI

Anche sui notai le novità a favore del mercato e dei consumatori erano molte: erano stati ridefiniti i criteri della distribuzione geografica, allargandoli dall’area di competenze delle Costi d’Appello alle regioni, ed eliminato il reddito minimo di 50.000 euro annuo. Introdotta inoltre la possibilità di aprire una società a responsabilità limitata (Srl) con una semplice scrittura privata, mantenendo tuttavia l’obbligo di registrazione presso il registro delle imprese.

Proprio quest’ultima novità è saltata in Commissione Industria al Senato, su segnalazione della Procura Nazionale Antimafia, preoccupata della tracciabilità degli atti utile contro le attività della criminalità organizzata ed il riciclaggio di denaro.

8. FONDI PENSIONE

L’articolo 15 del primo articolato prevedeva la portabilità completa tra i vari fondi pensionistici complementari e l’impossibilità di deroghe contrarie inserite nei contratti nazionali.

Novità saltata in parte, per la quota del datore di lavoro la cui portabilità continuerà ad essere a discrezione degli accordi sindacali.

9. FARMACIE

Anche sulle farmacie lo sforzo dell’allora Governo era stato deciso: veniva rimosso il limite massimo delle quattro licenze in capo ad un unico soggetto, per consentire benefiche economie di scala. Era inoltre consentito l’ingresso di soci di capitali alla titolarità delle farmacie.

Una misura dimezzata dal Senato che – per evitare distorsioni – ha imposto un tetto regionale del 20 per cento oltre il quale il controllo delle farmacie in mano a società di capitali non potrà spingersi. Non è stato inoltre approvato l’emendamento presentato da Scelta Civica alla Camera per la liberalizzazione dei farmaci di fascia C, oggi venduti solo nelle strutture farmacistiche.

10. ALTRO

Il Parlamento oltre alla modifica degli articoli scritti dal Governo si è dedicato anche all’introduzione di alcune novità: prima fra tutte l’abolizione del parity rate, vale a dire la possibilità per gli alberghi di offrire tariffe più basse rispetto a quelle proposte da Booking.com e altri intermediari online, un tema caro anche alla Commissione Europea. È stata inoltre inserita una delega legislativa di dodici mesi entro i quali il Governo è chiamato a riordinare il tema scottante delle norme sugli autoservizi pubblici non di linea, quindi Ncc ed Uber.

Secondo Salvatore Tomaselli, sentito da Il Foglio in quanto relatore del testo, “non ci sono stati condizionamenti impropri da parte di associazioni di categoria e lobby. Abbiamo ascoltato tutti nelle audizioni in Commissione, alla luce del sole.” Attribuisce invece i ritardi nell’approvazione del testo alla politica, in particolare ai “cambi di ministri ed alle scadenze elettorali”. È la politica che deve essere in grado di fare sintesi fra posizioni ed interessi contrapposti, – afferma Tomaselli – ed in questo senso il percorso del DDL Concorrenza è stato faticoso”. E cosa ancora manca nel DDL? “Se devo indicare due temi su cui ho auspicato che si possa fare di più e sui quali credo che il dibattito sia maturo al giorno d’oggi sono la regolamentazione delle lobby e la regolamentazione della sharing economy”. Alla Camera l’onere di approvare in fretta il disegno di legge, per non avere – dopo il governo – anche la legge dai “mille giorni”.

Dopo 804 giorni cosa è rimasto del DDL Concorrenza

Sulla crescita italiana Renzi questa volta la spara grossa

ARTICOLO PUBBLICATO SU IL FOGLIO L’11/04/2017


La campagna per le primarie del Partito Democratico è ormai entrata nel vivo (mancano poco più di due settimane all’appuntamento con i gazebo fissato per il 30 aprile) e – come in ogni campagna elettorale che si rispetti – bufale ed informazioni scorrette cominciano già a diffondersi. Chi questa volta la spara grossa è Matteo Renzi. Proprio lui che, da Presidente del Consiglio, ed ancor più oggi attraverso l’app per smartphone appena lanciata non perde occasione per annunciare campagne contro le bufale diffuse, in particolare, dal Movimento 5 Stelle.

Ebbene, l’ex premier, ospite di Porta a Porta, ha dichiarato: “Non è vero che la crescita è lenta: la crescita è passata dal -2 per cento al +1. Nessun paese nello stesso periodo ha fatto un balzo così grande. Nessuno ha avuto un tasso di miglioramento come l’Italia. Perché siamo partiti dal -2 mentre gli altri erano al +1. […] Siamo cresciuti +1 per cento all’anno, da meno due a più uno in tre anni sono tre punti”. Parole che hanno fatto sobbalzare Antonio Polito, vicedirettore del Corriere della Sera, il quale tuttavia non ha saputo replicare lasciando gli spettatori privi degli strumenti per verificare la realtà dei fatti.

Per iniziare, accertiamo il trend delle variazioni annuali del prodotto interno lordo italiano, dal 2013 al 2016, comparato alla crescita media dell’Eurozona. È vero – come afferma Renzi, decimale più, decimale meno – che il nostro Paese è passato da una variazione annuale negativa del -1,7 per cento nel 2013 ad una positiva dello 0,9 l’anno scorso.

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L’Italia non è tuttavia lo stato – presumiamo europeo – che è cresciuto di più nei quattro anni presi in considerazione, né il paese membro che ha visto i propri tassi di crescita migliorare in modo più netto. Fermo restando che il metodo di calcolo della crescita dell’ex premier non è corretto: Renzi sembra contare la crescita italiana pluriennale a partire dalle percentuali di variazione annuale, ma non c’è niente di più scorretto dal punto di vista statistico. Le percentuali si riferiscono a totali differenti, e non possono quindi essere comparate individuando lo scarto fra loro.

Per Eurostat, il Pil italiano è cresciuto dal 2013 al 2016, in termini reali (cioè a prezzi costanti fissati al 2010), dell’1,78 per cento; non del 3 per cento totale e non dell’1 per cento annuo come sostenuto dall’ex Presidente. La crescita media dell’Eurozona è stata superiore al 5 per cento, in Germania del 5,26, in Spagna dell’8, in Francia del 3,13: è perciò facilmente comprensibile la fallacia dell’argomentazione. Prendiamo ora in considerazione invece lo scarto tra le variazioni annuali del prodotto interno lordo; poiché sono progressivamente crescenti in quasi tutta Europa potrebbero essere un ulteriore indicatore del percorso di crescita di un paese. Ebbene, sempre secondo Eurostat e prendendo in considerazione solo i paesi che nel 2013 si trovavano in recessione, la Spagna ha fatto meglio di noi, partendo dallo stesso livello (-1,7) è cresciuta fino al 3,2 per cento nel 2016, il Portogallo dal -1,1 ad una crescita di un punto e mezzo percentuale, la Slovenia dal -1,1 al 2,5 e perfino il piccolo Cipro è passato dal -6 per cento ad una crescita del 2,8. Come è comprensibile dai dati, queste variazioni sono davvero poco indicative nel confronto tra paesi membri: ma pur accettando il criterio la dichiarazione dell’ex premier rimane inesatta.

Sulla crescita italiana Renzi questa volta la spara grossa

Tutti i “danni” provocati dalla vittoria del No al referendum

ARTICOLO PUBBLICATO SU IL FOGLIO IL 05/04/2017


Sembra un’èra, ma sono trascorsi solo quattro mesi da quel referendum costituzionale che (quasi) tutto ha cambiato nella politica italiana. Un lasso di tempo ragionevole per trarne i primi bilanci e verificare la fondatezza di alcune affermazioni e previsioni dei due opposti schieramenti: troppo spesso alla classe politica è concesso parlare in libertà, senza alcuna pretesa di correttezza. Ma d’altra parte l’accountability non va applicata ai soli politici, ma pure agli stessi cittadini. È stata infatti la maggioranza assoluta degli elettori a determinare la vittoria del No, che non può certo essere esentata dal principio di rendicontazione e verifica degli effetti.

Vista la netta vittoria del fronte contrario alla riforma, tre sono le situazioni che possono essere poste sotto la lente del fact checking: le previsioni del fronte del Sì in caso di bocciatura della riforma, le soluzioni alternative proposte dal No alla riforma Renzi-Boschi e gli effetti diretti verificabili della vittoria del No sulla vita di ciascuno di noi. Non compiti semplici, in particolare il terzo, per via delle innumerevoli variabili che determinano la nostra quotidianità ed anche la politica: non saranno perciò verificabili la caduta del governo Renzi, né la scissione del Pd, e ancora la manovra aggiuntiva di 3,4 miliardi richiesta dalla Commissione. Questo per via della regola aurea della statistica: “correlation does not imply causation”, per cui una correlazione anche temporale tra due avvenimenti non può definirsi di per sé in un effetto di causa-effetto.

FALSI PRESAGI DEL Sì

Gran parte della retorica a favore della riforma costituzionale era basata sugli effetti negativi che avrebbe portato una vittoria del No. Tanto che in piena campagna referendaria scattò l’allarme dalla sala dei bottoni renziana per evitare l’effetto Brexit – per cui tutto l’establishment finanziario e politico presagì effetti economici disastrosi in caso di fuoriuscita dall’Europa – tanto da provocare un effetto di orgoglio e sfida negli elettori. In tanti ricorderanno per esempio le previsioni economiche del centro studi di Confindustria in caso di vittoria del No: recessione nel 2017, meno 4 per cento del PIL in tre anni, perdita di 600mila occupati, crollo del 17 per cento degli investimenti e aumento di quasi mezzo milione di poveri. Un bollettino di guerra che oggi appare distante dalla realtà. In attesa dei nuovi dati del Documento di economia e finanza, le ultime stime della Commissione Europea aggiornate a febbraio prevedono una crescita del PIL dello 0,9 per cento per l’anno in corso e dell’1,1 per il 2018. Gli investimenti dovrebbero crescere del 2,7 per cento nel 2017 e non è prevista nessuna perdita di posti di lavoro, anzi.

Ma quella di Confindustria non è la sola previsione economica andata a vuoto: l’ex premier Matteo Renzi dichiarò il 14 novembre scorso che lo spread sarebbe stato destinato a salire, soprattutto in caso di vittoria del No. Sembrerebbe tuttavia non facile individuare una correlazione netta tra la vittoria del No (linea rossa) e l’aumento dello spread, il quale sembra invece subire più le vicende internazionali: l’insediamento di Donald Trump (linea azzurra) e l’inizio della campagna di Marine Le Pen in Francia (linea verde).

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Andamento dello spread BTP Italia/BUND 10 anni – da ilsole24ore.com (rielaborato)

 

LE PROMESSE MANCATE DEL NO

Le promesse mancate del No sono forse quelle che più hanno ricevuto attenzione dopo il 4 dicembre: come dimenticare la promessa d’agosto di Massimo D’Alema, per una nuova “riforma di tre articoli” che avrebbe potuto vedere la luce entro sei mesi. Il Foglio ne ha riportato il countdown per settimane: ad oggi mancano solo due mesi. Ce la farà il Baffino della politica italiana? Ci sono tutte le condizioni per dubitarne.

COSA CI SIAMO PERSI (O POTEVAMO RISPARMIARCI)

Ma il piatto più succulento è la verifica di cosa avremmo potuto risparmiarci, o al contrario cosa ci siamo persi, nel caso in cui la riforma fosse stata approvata.

Di certo, ci saremmo evitati il ricorso alla Corte costituzionale da parte della Regione Puglia contro la costruzione del Tap (Trans-Adriatic Pipeline). L’opera da giorni occupa le pagine di cronaca per alcune centinaia di manifestanti che protestano contro lo spostamento temporaneo di 211 alberi di ulivo, necessario per la costruzione dell’infrastruttura. Il nuovo articolo 117 della Costituzione avrebbe assegnato al governo le deleghe alla “produzione, trasporto e distribuzione nazionali dell’energia” e alle “infrastrutture strategiche”. D’altra parte il ricorso di Michele Emiliano sembra contradditorio, dal momento che le autorizzazioni rilasciate alla società costruttrice Trans Adriatic Pipeline per l’espianto degli ulivi sono state rilasciate da due enti regionali: il Servizio provinciale Agricoltura di Lecce e l’Osservatorio fitosanitario regionale.

Ci saremmo potuti evitare anche l’ ”House of Cnel”, raccontata da David Allegranti in alcuni articoli: serie tv tutta italiana che racconta la guerra a colpi di carte bollate tra Delio Napoleone, presidente facente funzione del Cnel, e Franco Massi, segretario generale dell’ente che sarebbe stato cancellato dalla riforma costituzionale. Uno scontro arrivato fino al licenziamento di Massi per mano di Napoleone: una vera e propria damnatio memoriae, con conseguente disattivazione del badge e cancellazione del profilo dal sito internet. L’ultima puntata ha visto il collegio dei revisori annullare l’atto del presidente, tornando perciò al punto di partenza.

Che altro? Con un Sì ci saremmo persi le lamentele affidate a Twitter di Luigi Di Maio per la mancata abolizione delle province. E’ un punto da sempre caro al Movimento 5 stelle, ma quasi dimenticato durante la campagna referendaria per la conferma di una riforma costituzionale che ne prevedeva la soppressione definitiva.

Non avesse vinto il No, avremmo tolto pane dai denti di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella. I due giornalisti, in occasione dei dieci anni dalla pubblicazione de “La Casta” (ricordato di recente anche nello speciale del Foglio con Francesco Cundari) e solo a poco più di tre mesi dal referendum confermativo, sono nuovamente tornati a occuparsi sul Corriere di consiglieri regionali e dei loro super-stipendi. La riforma – tra le sue numerose modifiche – avrebbe tagliato per quasi la metà gli stipendi dei consiglieri regionali, e con loro assestato un duro colpo alla fortuna editoriale dei primi paladini dell’anti-casta.

Anche quanto accaduto alla società tedesca di trasporto Flixbus può insegnarci qualcosa dell’Italia post 4 dicembre. Il 15 febbraio è approvato in commissione Affari costituzionali del Senato un emendamento apparentemente innocuo al decreto Milleproroghe, a firma di quattro senatori pugliesi del gruppo Conservatori e riformisti di Fitto. Si scopre ben presto tuttavia che il testo approvato limita l’accesso alle licenze per effettuare trasporto interregionale di passeggeri a quelle aziende la cui attività principale è il “trasporto di passeggeri su strada”, mettendo fuori legge Flixbus che non esegue personalmente il trasporto ma organizza i viaggi commissionandoli a piccole-medie aziende italiane. Un sistema che riesce ad attivare benefiche economie di scala, gestito da un software a cui gli utenti possono accedere tramite app dal proprio smartphone. Una novità evidentemente non apprezzata da un’azienda di trasporti pugliese che, infastidita dalla inaspettata concorrenza sui prezzi, è riuscita nella sua azione di lobbying parlamentare a mettere al tappeto il nuovo concorrente. Ok, ma che c’azzecca questo con la riforma costituzionale? C’entra eccome, perché è un ottimo esempio – ahinoi – delle distorsioni del bicameralismo paritario: un sistema che induce l’esecutivo a procedere nell’azione legislativa tramite decretazione d’urgenza, per essere certo di portare a casa i risultati al massimo entro 60 giorni. Decreti che sono treni da non lasciarsi sfuggire per i parlamentari, che tentano in ogni modo di salirvi facendo approvare i propri emendamenti – pure se completamente fuori contesto e surrettizi – come quello anti-Flixbus. Emendamenti che raramente riescono a essere cancellati e corretti: il decreto ha una data di scadenza e deve correre, mentre la correzione richiederebbe un nuovo passaggio parlamentare. Le leggi dunque sono approvate anche se sbagliate – d’altronde meglio una legge imperfetta, che nessuna legge – e al governo è successivamente chiesto di intervenire tramite ordini del giorno e mozioni parlamentari. Ecco quindi l’origine della stratificazione di leggi, regolamenti e circolari – spesso in contrasto fra loro – che mette in pericolo la certezza dell’ordinamento giuridico italiano. Flixbus da febbraio ha bloccato ogni nuovo investimento nel nostro paese ed è ancora in attesa di conoscere la sua sorte e quella dei suoi dipendenti e dell’indotto. Nel frattempo non ci resta che affidarci alle petizioni online.

Lo stesso Italicum avrebbe avuto maggiori possibilità di salvarsi – se non interamente, almeno in parte –davanti alla Corte Costituzionale, con il Sì al referendum. La Corte ha infatti sottolineato nella sentenza numero 151 del 2017 di non poter “esimersi dal sottolineare che l’esito del referendum […] del 4 dicembre 2016 ha confermato un assetto costituzionale basato sulla parità di posizione e funzioni delle due Camere elettive. In tale contesto, la Costituzione […] esige che, al fine di non compromettere il corretto funzionamento della forma di governo parlamentare, i sistemi adottati, pur se differenti, non ostacolino, all’esito delle elezioni, la formazione di maggioranze parlamentari omogenee“. Un messaggio chiaro: non è possibile un secondo turno con ballottaggio alla Camera – dichiarato illegittimo dalla Corte anche per altre ragioni – e un turno unico al Senato. Certo, alcuni non resteranno soddisfatti del ritorno al proporzionale e del fallimento del “combinato disposto”: forse anche chi, di fronte al Patto del Nazareno, affermò che “è sparita la dialettica tra maggioranza e opposizione” e auspicò il governo dell’alternanza e l’addio ai grandi inciuci e al consociativismo (Travaglio, 2015 a Servizio Pubblico). Ops.

Per finire, con il No ci siamo persi una novità che avrebbe potuto valere l’intera riforma. In Germania esiste da 15 anni: un’unica agenzia del lavoro che si occupi di contrasto alla disoccupazione e di politiche attive del lavoro. Oggi in Italia la delega alle politiche attive è in mano alle 20 regioni italiane (21, tenendo conto anche dell’Alto Adige) e i servizi sono frammentati e inefficienti. Una distorsione che la riforma costituzionale avrebbe sanato con il nuovo Titolo V (art. 117): sappiamo come è andata a finire. Come argomentato dal docente di diritto del lavoro Guido Canavesi, il risultato è l’immobilismo, tra le politiche passive (i sussidi) gestite a livello centrale e quelle attive distribuite fra le 21 realtà regionali. Tanto che di fronte a una prima sperimentazione dell’Agenzia per le Politiche attive – nata dal Jobs Act – per 30 mila assegni di ricollocamento, la regione Lombardia ha già minacciato ricorso alla Corte costituzionale. Per i disoccupati forse, che secondo Ipsos hanno votato per il 78 per cento No, #bastavaunSì.

Tutti i “danni” provocati dalla vittoria del No al referendum

Renzi1 vs Renzi2: come sono cambiate le mozioni congressuali per la conquista del Pd

ARTICOLO PUBBLICATO SU IL FOGLIO IL 17/03/2017


Il weekend del Lingotto a Torino ha centrato il suo obiettivo: modificare a favore di Matteo Renzi il frame entro il quale si sviluppa il dibattito pubblico. Nell’ultima settimana si è parlato sempre meno dell’inchiesta Consip e di Tiziano Renzi, per dare invece spazio alle primarie ed alle polemiche in Parlamento. La kermesse torinese è stata l’occasione per imprimere una svolta alla comune percezione su Renzi ed il suo stile di leadership. I giornaloni che hanno titolato “Renzi, leader col trolley, passa dall’io al noi”, come il Corriere della Sera, sono fonte di ossigeno fresco per la propaganda renziana arrivata a pezzi al 4 dicembre. Obiettivo centrato dunque, non senza sforzi se è vero – come ha riportato l’Huffington Post – che il leader appena sceso dal palco dopo il discorso di venerdì ha affermato: “Ho appena tenuto il discorso più noioso della mia vita”. La comunicazione appare cambiata, come pure l’approccio – oggi più collegiale, e non potrebbe essere altrimenti vista la batosta del referendum -, ma le proposte concrete sono davvero state modificate? Una domanda cruciale, per assicurarci che il cambio di paradigma promesso al Lingotto sia concreto e non solo una mera strategia di comunicazione.

Il metro di paragone più efficace è il raffronto delle mozioni congressuali presentate dal comitato di Matteo Renzi per la conquista del partito, nel 2013 e ieri nel 2017; Renzi1 e Renzi2 a confronto. Prima di tutto un dato di quantità: la mozione congressuale di quattro anni fa conta 18 pagine, quella pubblicata ieri più del doppio. Ed in effetti l’approfondimento ed il grado di dettaglio delle proposte concrete ne guadagnano parecchio rispetto al passato, quando la mozione assomigliava più ad un discorso a braccio del candidato piuttosto che a un vero documento programmatico. La cura Martina c’è e si vede.

Indicativo è anche l’ordine dei temi, a partire dall’Unione Europea. Se nel 2013 la visione europea e le proposte di maggiore integrazione occupavano l’ultimo capitolo della mozione, oggi sono saliti fino alle prime pagine di apertura. Opera del professor Sergio Fabbrini, impegnato in prima persona nella definizione del programma. Quattro anni fa la retorica si scagliava contro l’austerity e la subalternità culturale nei confronti di Bruxelles, proponendo d’altronde alcuni passi d’integrazione politica come l’elezione diretta del Presidente della Commissione ed un rafforzamento dei poteri del Parlamento, verso gli “Stati Uniti d’Europa”. Oggi invece spicca la proposta dell’Unione a più velocità, tra un’area a semplice integrazione economica ed un’altra destinata ad un’integrazione politica sempre maggiore, con un’elezione diretta del Presidente e contestuali primarie transnazionali per il candidato del Partito Socialista Europeo. Ma si va oltre: viene proposto con chiarezza di ridurre “l’area delle decisioni intergovernative” e di modificare i trattati per escludere dal Patto di Stabilità e Crescita gli investimenti nazionali in sicurezza, ricerca e cultura. Trova posto anche l’Europa sociale, con l’assicurazione europea contro la disoccupazione, portata al tavolo delle trattative alcuni mesi fa dal Ministro Padoan. Sull’Unione Europea dunque i cambiamenti non appaiono significativi, se non per il grado di approfondimento più marcato in quasi ogni paragrafo. Semplicemente: Renzi2 può raccogliere i frutti dei suoi predecessori al governo, in grado di ristabilire una credibilità diplomatica ed economica tanto da poter avanzare proposte e richieste di allentamento dei vincoli di bilancio.

La vera svolta è invece sul modello di partito. Il programma del 2013 era eloquente: il “Pd è lo strumento”, necessario a riconquistare i voti di Grillo ed acchiappare gli elettori di Berlusconi, comunicare le proposte del governo e del segretario, recuperare categorie mai attratte dalla sinistra e cullare quelle più radicate, come gli insegnanti (salvo il disastro della Buona Scuola). Oggi invece al partito è necessaria una “cura particolare, specialmente durante le stagioni di governo”: d’altronde – lo scriveva Claudio Cerasa venerdì scorso – Renzi, se eletto segretario, probabilmente non riuscirà a risalire a Palazzo Chigi in uno schema politico proporzionale ed avrà dunque bisogno di un partito forte e radicato al suo fianco. Ecco quindi che i circoli saranno dotati di “competenze e ruoli professionali dedicati”, e dovranno essere punto di riferimento per la comunità ed altre realtà associative; gli iscritti torneranno al centro del dibattito grazie a modalità periodiche di confronto con la base e alla formazione politica saranno destinati importanti investimenti, per seminari annuali, una summer school ed un sistema di aggiornamento continuo destinato agli amministratori. Non mancano tra le proposte un rafforzamento della comunicazione, soprattutto sui territori, e investimenti sull’albo degli elettori, il database-miniera d’oro dei milioni di elettori delle primarie mai realmente sfruttato dal Pd.

A Tommaso Nannicini è stato invece affidato il capitolo del welfare, tra cui anche l’atteso progetto del lavoro di cittadinanza. Quattro anni fa il programma era scarno: il terzo settore avrebbe dovuto diventare idealmente il primo, si proponeva un contributo di solidarietà sulle pensioni d’oro (poi bocciato dalla Corte Costituzionale) ed una riforma degli assegni sociali troppo iniqui. Oggi i riferimenti sono concreti: il contrasto alla povertà, la sfida demografica ed il cambiamento tecnologico. Come anticipato da Il Foglio, si intende abbandonare l’eccessiva categorialità per abbracciare un sistema più universale che possa fare da rete protettiva in un mondo sempre più precario e liquido. Si propone perciò di aumentare le risorse per il reddito di inclusione fino ad estenderlo a tutti i 4,6 milioni di individui in povertà assoluta, come anche di istituire un assegno universale per le famiglie con figli a carico. Il piano del lavoro di cittadinanza prosegue su questa strada, proponendo di rafforzare la formazione continua che segua l’individuo all’interno del mercato del lavoro – secondo il modello del long life learning a cui l’Economist ha dedicato la copertina qualche mese fa –, una decontribuzione strutturale di tre anni per i giovani lavoratori, una forma di sostegno al reddito integrata alla Naspi ed un ammortizzatore sociale rivolto anche ai lavoratori autonomi, sul modello proposto da Emmanuel Macron. Un’attenzione speciale quindi per i più deboli, la cui assenza nell’azione di governo è stata una delle cause riconosciute della disfatta del 4 dicembre. Su questo punto, la lezione appare compresa, seppur senza riuscire ad andare oltre gli iper-inflazionati “percorso di spending review già avviato”, “l’accelerazione nella digitalizzazione della Pa” ed i “recuperi di base imponibile” per quanto riguarda le coperture finanziarie necessarie.

La mozione 2017 propone ancora diverse misure concrete su fisco, giustizia e diritti civili e ambiente, dimostrando un approfondimento inaspettato dalla retorica renziana ed una leggera svolta a sinistra – ad esempio in tema di diritti civili, fino a sostenere il testamento biologico – che sarà apprezzata dalla base del Partito Democratico. Orizzonte di lungo periodo sull’Europa, un partito radicato e attenzione ai più deboli. Gli ingredienti per vincere le primarie del Partito Democratico ci sono tutti. Tornare al centro della scena politica nazionale sarà invece tutta un’altra partita.

Renzi1 vs Renzi2: come sono cambiate le mozioni congressuali per la conquista del Pd