La post-verità dei dati Istat sul mercato del lavoro

ARTICOLO PUBBLICATO SU IL FOGLIO IL 17 GENNAIO 2017


Da tre anni, ed in particolar modo dall’emanazione del Jobs Act, ogni pubblicazione di dati sul mondo del lavoro è causa di polemiche e confusione. Da questo punto di vista il bollettino unico di Istat, Ministero del Lavoro e Inps avrebbe dovuto semplificare il quadro e fornire risposte univoche, un obiettivo ad oggi lungi dall’essere raggiunto. Ennesimo casus belli è stata la pubblicazione da parte del nostro istituto nazionale di statistica dei dati relativi a novembre 2016. Su base annua, in sintesi: più 201 mila occupati, meno 469 mila inattivi (cioè coloro che non ricercano un’occupazione) e più 165 mila disoccupati.

Numeri che sembrerebbero far ben sperare. Tanto che il Partito Democratico ha fin da subito salutato con soddisfazione i nuovi dati statistici, attribuendone – come da anni a questa parte – il merito alla riforma del lavoro del governo Renzi. “Quando così tante persone che si erano rassegnate decidono di riiniziare a cercare lavoro è una bellissima notizia, si chiama fiducia nel futuro“, mentre “le polemiche su dati Istat lavoro e su Jobs Act sono davvero strumentali“. Infatti alle critiche di lievi flessioni su base mensile, i senatori PD hanno replicato che lo spettro da mettere sotto la lente di ingrandimento è quello annuale di medio periodo.

Ebbene, proviamoci: anche leggendo le variazioni su base annua in realtà lo scenario del mercato del lavoro non appare poi così florido. Il dato che dapprima salta all’occhio è relativo alla ripartizione anagrafica delle variazioni di posti di lavoro. Se infatti l’aumento occupazionale totale è – come già scritto – di 201 mila unità, i lavoratori over 50 guadagnano ben 453 mila posti di lavoro in più. I lettori meno avvezzi alle dinamiche del mercato del lavoro potrebbero trovare una contraddizione in questi numeri: non è così, poiché i lavoratori maturi crescono più del doppio rispetto al totale riassorbendo la perdita sostanziale di migliaia di posti di lavoro in tutte le altre fasce d’età. Non è quindi un caso se, su base annua, fra gli over 50 l’occupazione cresca del 2,1 per cento mentre fra i 25 ed i 34 anni decresca di mezzo punto percentuale. Dati che pur se corretti dalle dinamiche demografiche – per il semplice fatto che i giovani sono sempre di meno e gli anziani sempre di più – mantengono la propria rilevanza, come mostra questa tabella del quotidiano La Repubblica.

Ma le cattive notizie non si fermano qui. Senza candidarsi al titolo di gufo, forti dubbi sono legittimi anche per quanto riguarda la riduzione degli inattivi. A rigor di logica infatti è chiaro – come sostiene il Partito Democratico – che un minor numero di inattivi possa significare il rientro nel mercato del lavoro di individui scoraggiati; coerente con questa narrazione è l’aumento della disoccupazione, che dimostrerebbe l’effettivo aumento della domanda di lavoro. Tuttavia i dati, purtroppo, smentiscono in buona parte lo storytelling. Per quanto riguarda la riduzione degli inattivi, essa non è del tutto dovuta al ritorno nel mercato del lavoro; sono infatti 142 mila gli inattivi in meno per pensionamento, un effetto dovuto anche in gran parte all’aumento dell’età media e dell’età pensionabile. D’altra parte questo effetto si avrà, anche se non quantificabile, pure sugli occupati se come mostra Istat in questo grafico i pensionati dal 2012 ad oggi sono calati in modo sostanziale:

 Come ben spiega Mario Seminerio, commentatore economico su Radio24 e autore del blog liberista phastidio.net, siamo di fronte ad un effetto vasca, per cui “l’invecchiamento della popolazione e l’irrigidimento dei criteri di accesso alla pensione spiegano una parte non marginale dell’aumento del numero di occupati“.

Sul fronte disoccupazione invece i numeri li fornisce direttamente Istat. Se in un anno – dal terzo trimestre 2015 al relativo trimestre 2016 – si è gonfiata di 131 mila unità, la componente di disoccupazione legata all’uscita dall’inattività è rimasta stabile: poco più di mezzo milione sia nel penultimo trimestre del 2015 che 2016. È lievitato invece, seppur di poco, il numero di coloro che – compiendo il percorso inverso – si trovano disoccupati dopo essere stati espulsi dal mondo del lavoro: + 44 mila in un anno. Mentre aumentano più del doppio i disoccupati senza esperienza lavorativa, quindi i giovani, ancora una volta. Segnali di una situazione più precaria rispetto ad un anno fa.

Dunque, benché il governo e la sua maggioranza esaltino ogni movimento del mercato del lavoro – talvolta a ragione, altre volte meno – la soluzione è soltanto una: non fornire risposte semplici a scenari complessi. Perché la post-verità è dietro l’angolo, per tutti.

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La post-verità dei dati Istat sul mercato del lavoro

La verità sul Jobs Act. Un fact checking per smontare le rispettive partigianerie sul lavoro

ARTICOLO PUBBLICATO SU IL FOGLIO IL 18 OTTOBRE 2016.


Grande è la confusione sotto il cielo del Jobs Act. Da anni ormai ogni comunicato dell’Istat, dell’Inps e del Ministero del Lavoro è preso d’assalto dalle tifoserie del web – da una parte e dall’altra – per farne l’ennesimo trend topic su Twitter. Il mercato del lavoro tuttavia non è così semplice e lineare ed i suoi mutamenti non possono essere valutati sulla base di una semplice variazione trimestrale né tanto meno mensile.

A dimostrazione di una semplificazione estrema che talvolta sfocia in vere e proprie bufale, il confronto televisivo a Ottoemezzo tra Matteo Renzi e Marco Travaglio vide i due ospiti dividersi proprio sui numeri del mercato del lavoro. In particolare quest’ultimo sostenne che “sono nati più nuovi posti di lavoro” a tempo indeterminato “nel 2014 quando non c’era il Jobs Act che nel 2015, quando c’era”. Il presidente del consiglio rispose così: “l’Istat […] dice che dal febbraio 2014 ad oggi si sono avuti 585 000 posti di lavoro in più, di cui per il 70 per cento a tempo indeterminato dal momento in cui entra in vigore il Jobs Act. […] Il 2015 è l’anno con il maggior incremento di posti di lavoro. La sfido al duello del fact checking“.

Prima di tutto è necessaria una distinzione. Una cosa è la decontribuzione – introdotta con la legge di stabilità – per cui lo Stato si fa carico per tre anni dei contributi previdenziali per i nuovi assunti a tempo indeterminato nel corso del 2015, fino a un massimo di 8 000 € a dipendente (limite ridotto al 40% quest’anno). Un’altra il contratto a tutele crescenti – introdotto dal decreto 23/2015 – che modifica la normativa sul licenziamento dei dipendenti a tempo indeterminato.

Analizziamo ora le varie dichiarazioni. Il direttore de Il Fatto Quotidiano affermò che sono nati più posti di lavoro a tempo indeterminato nel 2014 rispetto all’anno successivo, volendo dimostrare l’inefficacia del combinato disposto di decontribuzione e contratto a tutele crescenti. Tuttavia i dati Istat (Tab3) dimostrano come nel 2014 i posti di lavoro stabili siano aumentati di sole 45 mila unità (14,533 milioni versus 14,488), mentre nel corso del 2015 i posti a tempo indeterminato sono cresciuti di 237 mila (14,770 milioni versus 14,533). La dichiarazione di Travaglio non è quindi fondata. Ha ragione invece Renzi nel citare il dato Istat sull’incremento degli occupati a partire da febbraio 2014, cioè dall’entrata in carica del suo governo: +585 mila, dato sul quale si trova d’accordo lo stesso giornalista.

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Veniamo dunque alla percentuale di lavoratori a tempo indeterminato. Il premier probabilmente intese affermare che il 70 per cento dei nuovi dipendenti assunti a partire dall’entrata in vigore del Jobs Act (marzo 2015) gode di un contratto a tempo indeterminato. In questo caso le serie storiche dell’istituto di statistica (Tab3) confermano la sua versione: su un aumento di posti di lavoro subordinati pari a 449 mila unità, 335 mila di questi è a tempo indeterminato, vale a dire il 74,6 per cento. Se invece dovessimo seguire alla lettera la dichiarazione di Renzi – confrontando quindi il totale degli occupati con i dipendenti a tempo indeterminato – questa si dimostrerebbe infondata (pare tuttavia una strada non percorribile poiché all’interno degli occupati compaiono anche i lavoratori autonomi, che non rientrano ovviamente nella categoria dei dipendenti alla quale si rivolge il Jobs Act).

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Infine l’ultima dichiarazione di Matteo Renzi: “Il 2015 è l’anno con il maggior incremento di posti di lavoro”. Questa volta non è corretta: se prendiamo in considerazione gli occupati totali – come pare intendere il presidente del consiglio – basta verificare che nel 2014 la crescita di posti di lavoro è stata più sostenuta rispetto all’anno scorso (+219 mila contro +137 mila). Il 2015 non è quindi certo l’anno con il maggior incremento di occupati, come dichiarò il segretario del PD.

Insomma, qualche visita in più al sito dell’Istat avrebbe certamente giovato ad entrambi.

La verità sul Jobs Act. Un fact checking per smontare le rispettive partigianerie sul lavoro