Quando Berlusconi parla di poveri

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Quando Berlusconi parla di poveri

“Povera” Italia?

ARTICOLO PUBBLICATO SU IL FOGLIO IL 07/03/2017


La vittoria del No al referendum del 4 dicembre ha amplificato il dibattito sull’emergenza povertà in Italia, individuata come una delle cause della disfatta renziana. Non a caso il Senato ha concluso l’esame del DDL delega con misure di contrasto alla povertà e giovedì mattina arriverà il voto finale. Ma di cosa parliamo quando trattiamo di povertà? Ecco qualche numero e qualche informazione per capirne di più.

POVERTÀ ASSOLUTA E POVERTÀ RELATIVA

Esistono differenti declinazioni di povertà e tra queste le più diffuse sono la soglia di povertà assoluta – sempre più usata negli ultimi anni – e quella di povertà relativa. Secondo l’Istat, la prima “rappresenta la spesa minima necessaria per acquisire i beni e servizi inseriti nel paniere di povertà assoluta”, vale a dire un valore in denaro necessario ad un sostentamento minimo. Si considera invece al di sotto della soglia di povertà relativa “una famiglia di due componenti con una spesa per consumi inferiore o uguale alla spesa media per consumi pro-capite”. Ciò significa che se un nucleo di due persone consuma meno della spesa media per consumi di una sola persona (nel 2015 1050,95 euro) è considerato povero. In questo modo si riescono a legare povertà e disuguaglianza: un paese complessivamente povero ma caratterizzato da una disuguaglianza molto ridotta avrà un tasso di povertà relativa poco rilevante poiché gran parte della popolazione vivrà secondo uno stile di vita non troppo differente rispetto ai più poveri.

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Percentuale di persone in povertà assoluta per età (fonte Istat, elaborazione grafica lavoce.info)

I POVERI IN ITALIA

Per Istat, in Italia nel 2015 gli individui residenti in condizione di povertà assoluta sono stati 4 milioni e 598 mila, praticamente raddoppiati dal 2005 ad oggi, mentre quelli in condizione di povertà relativa 8 milioni 307 mila, pari al 13,7% delle persone residenti (in aumento rispetto al 12,9% del 2014). Secondo Tito Boeri, presidente dell’Inps, “la povertà aumenta solo al di sotto dell’età pensionabile”, a differenza di quanto farebbe propendere il recente intervento del governo Renzi sulle pensioni minime. Come afferma Massimo Baldini su lavoce.info, se prima della Grande Crisi i pensionati subivano un’incidenza della povertà superiore a tutte le altre classi d’età oggi vantano la percentuale minore; l’indigenza è invece aumentata in particolare nelle famiglie con due o più figli a carico, in particolare nel Mezzogiorno. Un’emergenza doppia: i figli cresciuti all’interno di famiglie in difficoltà sono destinati a vivere un’esistenza ai margini della società.

Altra categoria particolarmente a rischio sono gli stranieri residenti, tra i quali l’incidenza della povertà assoluta è aumentata drammaticamente negli ultimi anni. Se infatti la povertà assoluta fra le sole famiglie italiane tocca il 4,4 per cento, tra le famiglie miste raggiunge il 14,1 e per quelle composte da soli stranieri addirittura il 28,3. Sbaglia quindi Matteo Salvini a chiedere che i “milioni di italiani a rischio povertà” divengano una priorità dell’agenda politica a discapito dell’accoglienza dei migranti e dei profughi. I bollettini Istat, e quindi i dati a cui l’eurodeputato si riferisce, prendono infatti in considerazione gli individui e le famiglie residenti in Italia, stranieri compresi. I quali, paradossalmente, se la passano peggio di tutti gli altri.

QUANTO E COME SPENDIAMO

Di fronte ad una emergenza di tali dimensioni, le risorse messe in campo dal settore pubblico ammontavano nel 2014 a 72 miliardi di euro, tra spese sociali, integrazioni delle pensioni minime, assegni famigliari, detrazioni Irpef per carichi di famiglia e spesa sanitaria per la non autosufficienza. Si tratta di una spesa in gran parte statale (62 miliardi) e costituita in netta superiorità da trasferimenti in moneta; solo il 15 per cento della spesa è invece costituita da offerta di servizi, gestiti dai Comuni e quindi caratterizzata per sua natura da un’elevata disparità territoriale. La frammentazione e categorialità dei programmi di spesa, la scarsa coordinazione ed il ricorso a criteri selettivi di accesso non omogenei sono caratteristiche tipiche della spesa assistenziale italiana, che sconta una sotto-dotazione di risorse rispetto alla media europea. Caratteristiche che portano il sistema italiano ad essere assai inefficace nel suo obiettivo di redistribuzione: secondo Eurostat l’azione redistributiva pubblica incide per poco più del 5 per cento sul rischio povertà, che coinvolgerebbe il 24,7 della popolazione senza trasferimenti pubblici e che si attesta invece – dopo l’intervento pubblico – al 19,4 per cento. Il confronto europeo è impietoso: l’effetto redistributivo della media EU raggiunge il 9 per cento, il welfare francese incide per l’11,5 per cento e quello della Gran Bretagna, patria di Adam Smith e della “mano invisibile”, addirittura per il 13 per cento.

REDDITO DI BASE VS REDDITO MINIMO

Il dibattito su come risolvere il problema si è ultimamente concentrato su alcune proposte cardine: reddito minimo versus reddito di base incondizionato, anche chiamato reddito di cittadinanza. La recente pubblicazioneReddito di cittadinanza o reddito minimo?” di Stefano Toso tenta di porre chiarezza. Il reddito di base è un sussidio erogato indistintamente a tutti i residenti sul territorio nazionale, privo di alcuna forma di selettività basata sul reddito o altri criteri. Si tratta di una soluzione di una grande semplicità: non richiede infatti alcuna complessa procedura amministrativa, non lede la privacy dei cittadini per conoscere lo status economico e può incentivare la ricerca di un’attività lavorativa più congeniale per via della protezione garantita dal sussidio. Ma è ad oggi impraticabile, per via dei suoi costi esorbitanti – nell’ordine delle centinaia di miliardi – e dell’inefficienza per il contrasto alla povertà. Estendendo infatti il sussidio a quasi tutta la popolazione le risorse destinate sarebbero inesorabilmente di minor impatto rispetto ad un sussidio destinato ai soli poveri, tra l’altro più propensi a consumare il reddito ricevuto. Sono stati espressi anche dubbi di natura etica, oltre che economica: il filoso Jonh Rawls si chiedeva infatti che senso avesse dare soldi ai “surfisti di Malibu”, ovvero a quei cittadini che per loro scelta si astengono dal lavoro e dalla partecipazione alla società. Per tutti questi motivi il reddito di cittadinanza non esiste in alcun paese al mondo, eccetto all’Alaska che lo distribuisce ai suoi 736.732 abitanti grazie alle royalty del petrolio. I lettori più attenti avranno già colto il paradosso: la proposta del Movimento 5 Stelle di reddito di cittadinanza non corrisponde affatto a questa descrizione. Sebbene il nome tragga in inganno (volutamente), si tratta infatti di un reddito minimo di importo piuttosto elevato, fino a 780 euro al mese, che tra l’altro presenta diverse criticità.

Il reddito minimo, secondo Stefano Toso, è invece una “prestazione in moneta […] che svolge la funzione di rete di sicurezza sociale di ultima istanza e di contrasto alla povertà estrema. È erogato subordinatamente alla verifica della condizione economica del beneficiario e presuppone la disponibilità a lavorare o comunque a partecipare ad attività di reinserimento sociale e/o lavorativo”. Non richiede quindi il versamento pregresso di contributi, come invece le forme di sostegno alla disoccupazione in Italia oggi raccolte sotto il nome di Naspi, ed è rivolta a tutti quegli individui con un reddito più basso di una determinata soglia. Una misura sollecitata più volte dall’Unione Europea fin dal 1992, ed adottato in tutti i paesi membri al di fuori di Italia e Grecia. Nel Regno Unito è stato introdotto nel 1988 e prevede per un single un sussidio base di 300 sterline, in Francia è stato riformato nel 2009 e copre circa 4,9 milioni di individui con un beneficio massimo a individuo di 514 euro al mese, in Germania vige un reddito minimo dall’importo massimo mensile per una persona sola di 399 euro. In tutti e tre i casi il sussidio è subordinato ad una soglia minima di reddito famigliare e viene maggiorato nel caso di figli a carico, gravidanze e disabilità. Ai beneficiari è d’altra parte richiesto uno sforzo per rientrare all’interno della sfera sociale, accompagnati attraverso un percorso individualizzato con l’obiettivo di reinserimento nel mercato del lavoro.

IL REDDITO MINIMO IN ITALIA

A livello nazionale oggi due sono gli strumenti che più vi assomigliano, senza corrispondere alla definizione per via della mancata universalità e per i tanti criteri categoriali. Il Sostegno per l’Inclusione Attiva (Sia) è una misura universale di contrasto alla povertà e di riattivazione sociale, subordinata alla verifica del reddito (ISEE inferiore ai 3000 euro) e del patrimonio, oltre che alla presenza in famiglia di un minore, un figlio disabile o una donna in stato di gravidanza. È stato introdotto dal governo Letta e, dopo una sperimentazione nelle principali città italiane, dal settembre 2016 esteso su tutto il territorio nazionale. L’importo del sussidio dipende dall’ampiezza del nucleo famiglia: da 80 euro al mese per un single fino a 400 per cinque o più membri, e l’anno scorso le domande presentate sono state 208 mila, di cui meno di un terzo sono state accolte. L’Assegno Sociale di Disoccupazione (Asdi) è invece una misura assistenziale rivolta ai disoccupati di lunga durata, introdotta dal Jobs Act. Si applica cioè a quei disoccupati con un ISEE inferiore a 5000 euro che dopo aver beneficiato della Naspi non hanno ancora trovato un’occupazione. I criteri di assegnazione sono la presenza nel nucleo famigliare di almeno un figlio minore, oppure il superamento dei 55 anni d’età. Nel 2016 sono state presentate solo 4447 domande per un costo totale di 11 milioni, a fronte di uno stanziamento originario di 380. In entrambi i casi le adesioni sono rimaste ben al di sotto delle aspettative ma ciò non significa però che non sia possibile trarne delle utili lezioni. Boeri al Senato ha affermato che “l’esperienza dell’Asdi e del Sia può suggerire che sia meglio non appesantire troppo le regole d’accesso e la condizionalità, almeno in una fase di avvio, in cui la complessità amministrativa può diventare un ostacolo al raggiungimento delle persone in condizione di bisogno”. Proprio la direzione verso la quale si orienta la delega al governo sul contrasto alla povertà.

ORA TOCCA AL GOVERNO

Una misura contenuta nel disegno di legge delega n. 2494 presentato dal governo Renzi che – entro sei mesi dall’approvazione – andrà a sostituirsi ai precedenti strumenti di contrasto alla povertà. Tre sono le azioni previste nella legge: introdurre un reddito di inclusione e contrasto alla povertà assoluta uniforme in tutto il territorio nazionale, riordinare le prestazioni di natura assistenziale e rafforzare il coordinamento degli interventi in materia di servizi sociali tra Stato, enti locali ed enti del Terzo Settore. Il reddito di inclusione, sotto forma sia di sostegno economico che di servizi, sarebbe universale e condizionato alla prova dei mezzi (tramite l’indicatore ISEE) e all’adesione ad un progetto personalizzato di attivazione ed inclusione sociale e lavorativa. I fondi a disposizione provengono dal Fondo per la lotta alla povertà e all’inclusione sociale, creato ad hoc dalla legge di stabilità 2016: 600 milioni per l’anno scorso, poco più di un miliardo strutturale per gli anni successivi. Nella legge di stabilità 2018 si prevede un aumento fino a 1,8 miliardi, mentre Enrico Morando – viceministro dell’economia – agli incontri organizzati sul territorio dai circoli PD promette uno stanziamento fino a 3,5 miliardi entro il 2020 (a fronte dei 7 miliardi necessari stimati per coprire tutti i poveri assoluti in Italia).

La misura è riconosciuta dagli esperti come una delle più coraggiose iniziative tanto che l’Alleanza contro la povertà – l’agglomerato di organizzazioni che ha ispirato la norma – la definisce “il più significativo intervento mai deciso in Italia contro la povertà”. Non mancano tuttavia le critiche. Tra gli addetti ai lavori aleggia il timore che il percorso di reinserimento possa non essere abbastanza efficace: le esperienze di politiche attive in Italia non sono certo rassicuranti, per di più dopo il 4 dicembre quando è stata bocciata dai cittadini la proposta di centralizzare la competenza oggi divisa fra le venti regioni italiane (sì, anche questo era nella riforma costituzionale). Staremo a vedere i decreti attuativi, perché, si sa, il diavolo si nasconde nei dettagli. Per quanto sappiamo oggi, le risorse sono insufficienti per sostenere i 4 milioni e mezzo di soggetti in povertà assoluta: se il miliardo oggi disponibile venisse esteso a tutti i possibili beneficiari il sussidio si ridurrebbe a poco più di 17 euro al mese, come ha fatto notare il senatore leghista Sergio Divina. È chiaro quindi che il governo, almeno nei primi anni di attuazione, limiterà l’accesso al reddito di inclusione a determinate fasce: il disegno di legge prevede l’estensione graduale con priorità alle famiglie con figli minori o con disabilità gravi o con donne in gravidanza o con persone disoccupate in età avanzata. Gli stessi criteri del Sia e dell’Asdi, proprio per dare continuità al supporto dei beneficiari delle misure che saranno mano a mano fatte rientrare nel reddito di inclusione. In questo modo tuttavia ne beneficerebbero solo 3 poveri su 10 (circa 1,3 milioni), come sottolinea l’Alleanza contro la povertà, che evidenzia la necessità di rendere realmente universale l’aiuto statale ed abbattere gli eccessivi criteri selettivi, al di fuori del reddito, che hanno portato al fallimento dei precedenti tentativi. Ma d’altronde, come diceva negli anni ’60 l’allora ministro del Welfare inglese Wilbur Cohen, “un programma di trasferimenti pubblici per i poveri finisce per essere un programma povero”. Al governo ed al Parlamento l’onere di smentirlo.

Articolo scritto assieme a Francesco Armillei

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