Lotta alla disuguaglianza: se Boschi gonfia i risultati

ARTICOLO PUBBLICATO SU LAVOCE.INFO IL 30/06/2017


SECONDO ISTAT LO STATO RIDUCE LE DISEGUAGLIANZE

Post e tweet euforici degli esponenti Pd (e non solo) hanno tempestato i social mercoledì 21 giugno, giorno in cui l’Istat ha pubblicato una simulazione sulla redistribuzione del reddito in Italia. Nel documento, l’istituto di via Balbo stima quanto l’intervento pubblico, ossia la somma dei trasferimenti e dei prelievi fiscali, abbia influenzato nel 2016 la distribuzione del reddito e i livelli di disuguaglianza.

La metodologia usata nella simulazione è la seguente: si prende in considerazione il sistema economico prima dell’intervento dello stato e se ne stima la disuguaglianza. Poi, la si confronta con quella che è osservabile a seguito dell’intervento pubblico, per comprendere se l’azione compiuta dallo stato abbia diminuito, aumentato o lasciato invariato il grado di disuguaglianza presente nel sistema.
I risultati dello studio ci dicono che l’azione dello stato ha effetti rilevanti in termini di una più equa distribuzione del reddito. Solo nel 2016 l’indice di Gini – la misura più utilizzata per calcolare le disuguaglianze, che varia da 0, eguaglianza, a 100, massima concentrazione dei redditi – è diminuito di 15,1 punti (da 45,2 a 30,1) a seguito dell’intervento pubblico.

Oltre a sottolineare nel dettaglio quali siano le categorie di reddito e di età più avvantaggiate dall’azione dello stato, il rapporto prende in considerazione anche gli effetti di tre misure adottate nel triennio 2014-2016: il bonus di 80 euro, l’aumento della quattordicesima per i pensionati e l’implementazione parziale del sostegno di inclusione attiva (Sia, una misura sperimentale contro la povertà ora sostituita dal reddito di inclusione). Anche in questo caso sembrerebbe che tutte e tre le misure abbiano svolto un ruolo importante nella lotta contro le disuguaglianze e la povertà. Così infatti recita il documento diffuso dall’Istat:

“Le principali politiche redistributive del periodo 2014-2016 (bonus di 80 euro, aumento della quattordicesima per i pensionati e sostegno di inclusione attiva), hanno aumentato l’equità della distribuzione dei redditi disponibili nel 2016 (l’indice di Gini è passato dal 30,4 al 30,1) e ridotto il rischio di povertà (dal 19,2 al 18,4%)”

COSA HA DETTO BOSCHI

Questa notizia, come facilmente prevedibile, ha suscitato la reazione entusiasta di numerosi esponenti della maggioranza che sostenne tali provvedimenti e, in particolare, del Partito Democratico. Per esempio, ecco cosa ha pubblicato sul suo profilo facebook il Sottosegretario di Palazzo Chigi Maria Elena Boschi:

Cattura

Tuttavia, nel post ci sono tre punti su cui è utile fare qualche precisazione.

Per prima cosa Boschi dichiara che l’Istat avrebbe pubblicato dei dati. Come sappiamo, in realtà, lo studio in questione non si basa su un’analisi empirica, vale a dire su una valutazione di dati osservati nella realtà, quanto piuttosto su una microsimulazione teorica.
Non che questo sia un punto debole per il report dell’Istat, le microsimulazioni sono anzi utilizzate in tutta Europa per valutare l’efficacia delle policy. Al contrario di un’analisi empirica infatti, dove ogni elemento è il risultato dell’azione di molti fattori, le microsimulazioni riescono a isolare gli effetti dei singoli provvedimenti, controllando così l’azione esercitata dalle altre variabili. È molto difficile ottenere questo risultato quando ci si approccia a dei dati reali ed è per questo che i modelli teorici possono essere molto utili anche nel dibattito politico. Tuttavia, è importante sottolineare la differenza tra delle simulazioni teoriche e delle analisi di contabilità nazionale. Ed è lo stesso Roberto Monducci, direttore del dipartimento per la produzione statistica dell’Istat, che in un’intervista al Fatto smorza l’eccessivo entusiasmo che alcuni esponenti Pd avevano mostrato a seguito del report:

“Si tratta di esercizi, di un modello zeppo di ipotesi che stiamo sfruttando anche a fini informativi. Ma non è contabilità nazionale, non è una statistica. Lo riteniamo interessante anche per restituire un quadro informativo, anche in alcuni altri Paesi come la Francia lo fanno… però va preso per quello che è”.

Come a dire: è vero che parliamo di modelli molto affidabili e largamente usati in tutta Europa, ma va comunque ricordato che restano modelli, ossia strumenti che replicano la realtà senza una pretesa di completezza. Le informazioni che ne possiamo trarre sono quindi utili, ma necessitano di una contestualizzazione approfondita per non incappare in conclusioni politiche troppo affrettate.

Il secondo elemento su cui Boschi commette alcune imprecisioni riguarda la scomposizione degli effetti redistributivi delle tre misure adottate. Lo studio infatti non specifica quanto i provvedimenti abbiano influito singolarmente sulla diminuzione dell’indice di Gini e del rischio di povertà. E anche il post di Boschi si riferisce alle tre misure come se fossero una sola, alimentando non poca confusione sull’efficacia individuale dei provvedimenti. Confusione a cui mette ordine lo stesso Monducci, il quale arricchendo le informazioni fornite dallo studio rivela sempre al Fatto:

“Il bonus degli 80 euro “ha ridotto la disuguaglianza dal 30,4% al 30,2% e il rischio di povertà dal 19,2% al 18,5%”. Invece, aggiunge, “la quattordicesima ai pensionati riduce lievemente solo il rischio di povertà (dal 19,2% al 19,1%) e il Sia, entrato in vigore solo nella seconda metà del 2016, al momento non sembra aver prodotto effetti significativi”.

(Ansa)

Va ricordato che il Sia non nasce con l’obiettivo di diminuire l’indice di Gini o la diffusione della povertà, relativa o assoluta che sia, quanto con quello di limitare l’intensità della povertà assoluta (obiettivo su cui sembrerebbe aver raggiunto risultati considerevoli). Proprio per questo motivo, la diminuzione dello 0,3 dell’indice di Gini è imputabile principalmente al solo bonus degli 80 euro, e non all’insieme delle tre misure, come trapelerebbe invece dal post di Boschi. A sua discolpa, bisogna comunque far notare che le dichiarazioni di Monducci sono state rilasciate dopo la pubblicazione del post del Sottosegretario, che comunque non ha rilasciato alcuna dichiarazione per precisare o rettificare il contenuto del suo post.

UNA VALUTAZIONE TROPPO AFFRETTATA

Un terzo punto che merita di essere analizzato è quando Boschi scrive che il report di Istat certifica il successo delle tre misure. Nel dettaglio, il post recita:

“Oggi però #Istat pubblica dei dati che ci dicono che le principali politiche redistributive del periodo 2014-2016 hanno funzionato”.

In questa breve frase, Maria Elena Boschi considera positive le tre politiche attuate nel triennio 2014-2016 nella misura in cui queste abbiano diminuito la disuguaglianza del sistema. Il Sottosegretario cioè utilizza il solo parametro dell’efficacia redistributiva per valutare la bontà delle policy: in altri termini, maggiore è l’azione perequativa e migliore sarà per Boschi la valutazione.

Tuttavia le sue dichiarazioni suscitano un altro interrogativo: se le tre politiche vengono interpretate in chiave redistributiva, e vengono valutate positivamente perché hanno reso più eguale la nostra economia, è lecito chiedersi se a costi invariati si sarebbe potuto raggiungere un risultato migliore. Possiamo cioè chiederci se con le risorse utilizzate per i tre provvedimenti si sarebbe potuto attuare una policy alternativa che avrebbe generato risultati più soddisfacenti.
Prenderemo come controesempio il reddito di cittadinanza proposto dal Movimento 5 Stelle. Ovviamente sono misure diverse, nate con obiettivi differenti: il bonus degli 80 euro vuole infatti aiutare le famiglie con redditi medio-bassi, mentre la proposta pentastellata le famiglie più povere. Tuttavia noi qui adotteremo esclusivamente il metro utilizzato da Boschi nel suo post, senza svolgere analisi su parametri aggiuntivi: valuteremo migliore la proposta che riduce maggiormente la disuguaglianza.

Il costo complessivo degli 80 euro, dell’aumento della quattordicesima e del Sia ammonta a 10,72 miliardi di euro e ha ridotto l’indice di Gini di 0,3. La proposta pentastellata, già al centro di un nostro fact-checking, prevede l’erogazione di un sussidio che colmi il divario tra il reddito percepito e il livello di povertà. L’Istat ha stimato che nel 2015 questa misura sarebbe costata 14,9 miliardi e avrebbe ridotto l’indice di Gini di 1,8.

A fronte quindi di un 39 per cento di costi in più si sarebbe ridotto l’indice Gini per un valore pari a 6 volte la variazione prodotta dai tre provvedimenti, con una differenza quindi del +500%.

Sebbene queste stime si riferiscano a due anni diversi (i costi e gli effetti delle tre misure sono relativi al 2016, mentre le stime sul reddito di cittadinanza riguardano il 2015), emerge una chiara differenza tra i risultati.
Il Reddito di Cittadinanza riuscirebbe con una cifra vicina a quei 10,72 miliardi utilizzati per i tre provvedimenti a diminuire la disuguaglianza in maniera significativamente più rilevante.
È ovvio che tale comparazione non ha l’ambizione di trarre conclusioni definitive su quale provvedimento sia il migliore. Tuttavia se adottiamo esclusivamente il metro valutativo utilizzato da Boschi, i risultati sono abbastanza evidenti.

Nonostante gli effetti positivi evidenziati, sembra dunque che l’entusiasmo suscitato dal documento dell’Istat sia stato probabilmente eccessivo.
Tornando alla dichiarazione di Maria Elena Boschi, il giudizio non può essere però eccessivamente negativo. Il Sottosegretario del Governo sbaglia nel chiamare dati ciò che non lo è, e nel considerare come una sola cosa i tre provvedimenti. La dichiarazione di Maria Elena Boschi è quindi QUASI VERA. L’errore di valutazione politica, che quindi esula dal fact-checking, è semmai quello di misurare l’efficacia di una policy esclusivamente sul parametro dell’efficacia redistributiva, che, come abbiamo dimostrato, si presta a paragoni che non dovrebbero lasciare del tutto soddisfatti gli esponenti Pd.

Ecco come facciamo il fact-checking.

Articolo scritto assieme a Mariasole Lisciandro e Gabriele Guzzi

Lotta alla disuguaglianza: se Boschi gonfia i risultati

Le bugie del M5s sul reddito di cittadinanza

ARTICOLO PUBBLICATO SU IL FOGLIO IL 17/05/2017


Se il Movimento 5 Stelle è riuscito ad imporre nel dibattito pubblico nazionale una sua proposta economica questa è certamente il “reddito di cittadinanza”. Depositata da anni in Parlamento, rappresenta la priorità per il movimento fondato da Beppe Grillo, seppur presenti diverse criticità tecniche come sottolineato su Il Foglio da Luciano Capone. Tanto che dal 2015 – per sottolineare la sua valenza francescana– il Movimento organizza una marcia per promuoverlo, di 24 chilometri da Perugia ad Assisi. Marcia che tornerà anche il prossimo 20 maggio: da giorni il Blog sta pubblicizzando l’evento con brevi video come questo, in cui Isabella Adinolfi e Laura Agea – due eurodeputate – affermano: “Da 7 anni l’Europa chiede all’Italia di garantire il reddito di cittadinanza agli italiani che non raggiungono la soglia minima di povertà ma i partiti italiani continuano a ripetere che non si può fare, come se vivessero fuori dal mondo o semplicemente fuori dall’Europa, visto che il reddito di cittadinanza esiste in ben 26 Paesi europei su 28”. Le asserzioni sono tre: 1) il reddito di cittadinanza si applicherebbe solo a chi vive sotto la soglia minima di povertà; 2) l’Unione Europea ha raccomandato all’Italia ed agli altri paesi membri di adottare un reddito di cittadinanza; 3) l’istituto del reddito di cittadinanza è previsto in 26 paesi membri su 28. Verifichiamole una per una.

  1. Un reddito incondizionato garantito a tutti gli individui, senza verifica di requisiti o la richiesta di lavorare”: questo è il reddito di cittadinanza (o reddito di base), come spiega Stefano Toso, professore di scienze delle finanze all’Università di Bologna, nel breve saggio “Reddito di cittadinanza, o reddito minimo?” pubblicato da Il Mulino e recensito su Il Foglio da Andrea Garnero. Per verificarlo basta anche una meno impegnativa visita alla voce su Wikipedia. Ciò che invece il Movimento 5 Stelle chiama reddito di cittadinanza altro non è che un reddito minimo, cioè distribuito successivamente alla prova dei mezzi: prima di tutto una verifica del reddito che non può essere superiore a 600 euro al mese (soglia di povertà relativa dell’Unione Europea per un nucleo famigliare monoreddito), ed inoltre dell’appartenenza alle seguenti categorie: cittadini italiani maggiorenni o stranieri residenti lavoratori in Italia da almeno due anni, e – dai 18 ai 25 anni – il requisito di un diploma superiore. Il reddito minimo proposto dal Movimento propone un’integrazione del reddito famigliare, fino al raggiungimento della soglia di povertà relativa. Il reddito di cittadinanza così inteso dalla comunità scientifica è invece privo di tali condizioni: viene distribuito a tutti, ricchi e poveri, lavoratori e non lavoratori, nella stessa misura. Il reddito di cittadinanza del Movimento 5 Stelle non è dunque un reddito di cittadinanza.
  2. Anche sulle richieste europee le due eurodeputate incorrono nello stesso errore: le istituzioni europee non hanno mai raccomandato l’adozione di un reddito di base agli stati membri, come invece ha più volte affermato il blog di Beppe Grillo nel 2015 e nel 2016 (salvo poi specificare nel testo che in realtà le raccomandazioni sono per un reddito minimo, alimentando ancor più la confusione). Tanto è vero che quando per la prima volta il Parlamento europeo ha avuto la possibilità di prendere in considerazione l’adozione di un reddito di base – all’interno della relazione sulla regolamentazione della robotica di gennaio – la proposta è stata bocciata dalla maggioranza. Il reddito minimo invece viene – questo sì – viene promosso fin dal 1992.
  3. Non è perciò vero nemmeno che il reddito di cittadinanza “esiste in ben 26 paesi europei su 28, come affermano Adinolfi ed Agea: è vero invece che il reddito minimo è diffuso in 26 paesi dell’Unione Europea, a cui presto si potrebbe aggiungere anche l’Italia. Il Parlamento ha infatti approvato una legge delega per introdurre il Reddito di Inclusione, che se andrà a regime in qualche anno potrebbe far recuperare il terreno perso sul contrasto alla povertà. Un provvedimento sul quale – secondo OpenParlamento – otto senatori del Movimento 5 Stelle hanno votato contro, ed i restanti si sono astenuti.
Le bugie del M5s sul reddito di cittadinanza

“Povera” Italia?

ARTICOLO PUBBLICATO SU IL FOGLIO IL 07/03/2017


La vittoria del No al referendum del 4 dicembre ha amplificato il dibattito sull’emergenza povertà in Italia, individuata come una delle cause della disfatta renziana. Non a caso il Senato ha concluso l’esame del DDL delega con misure di contrasto alla povertà e giovedì mattina arriverà il voto finale. Ma di cosa parliamo quando trattiamo di povertà? Ecco qualche numero e qualche informazione per capirne di più.

POVERTÀ ASSOLUTA E POVERTÀ RELATIVA

Esistono differenti declinazioni di povertà e tra queste le più diffuse sono la soglia di povertà assoluta – sempre più usata negli ultimi anni – e quella di povertà relativa. Secondo l’Istat, la prima “rappresenta la spesa minima necessaria per acquisire i beni e servizi inseriti nel paniere di povertà assoluta”, vale a dire un valore in denaro necessario ad un sostentamento minimo. Si considera invece al di sotto della soglia di povertà relativa “una famiglia di due componenti con una spesa per consumi inferiore o uguale alla spesa media per consumi pro-capite”. Ciò significa che se un nucleo di due persone consuma meno della spesa media per consumi di una sola persona (nel 2015 1050,95 euro) è considerato povero. In questo modo si riescono a legare povertà e disuguaglianza: un paese complessivamente povero ma caratterizzato da una disuguaglianza molto ridotta avrà un tasso di povertà relativa poco rilevante poiché gran parte della popolazione vivrà secondo uno stile di vita non troppo differente rispetto ai più poveri.

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Percentuale di persone in povertà assoluta per età (fonte Istat, elaborazione grafica lavoce.info)

I POVERI IN ITALIA

Per Istat, in Italia nel 2015 gli individui residenti in condizione di povertà assoluta sono stati 4 milioni e 598 mila, praticamente raddoppiati dal 2005 ad oggi, mentre quelli in condizione di povertà relativa 8 milioni 307 mila, pari al 13,7% delle persone residenti (in aumento rispetto al 12,9% del 2014). Secondo Tito Boeri, presidente dell’Inps, “la povertà aumenta solo al di sotto dell’età pensionabile”, a differenza di quanto farebbe propendere il recente intervento del governo Renzi sulle pensioni minime. Come afferma Massimo Baldini su lavoce.info, se prima della Grande Crisi i pensionati subivano un’incidenza della povertà superiore a tutte le altre classi d’età oggi vantano la percentuale minore; l’indigenza è invece aumentata in particolare nelle famiglie con due o più figli a carico, in particolare nel Mezzogiorno. Un’emergenza doppia: i figli cresciuti all’interno di famiglie in difficoltà sono destinati a vivere un’esistenza ai margini della società.

Altra categoria particolarmente a rischio sono gli stranieri residenti, tra i quali l’incidenza della povertà assoluta è aumentata drammaticamente negli ultimi anni. Se infatti la povertà assoluta fra le sole famiglie italiane tocca il 4,4 per cento, tra le famiglie miste raggiunge il 14,1 e per quelle composte da soli stranieri addirittura il 28,3. Sbaglia quindi Matteo Salvini a chiedere che i “milioni di italiani a rischio povertà” divengano una priorità dell’agenda politica a discapito dell’accoglienza dei migranti e dei profughi. I bollettini Istat, e quindi i dati a cui l’eurodeputato si riferisce, prendono infatti in considerazione gli individui e le famiglie residenti in Italia, stranieri compresi. I quali, paradossalmente, se la passano peggio di tutti gli altri.

QUANTO E COME SPENDIAMO

Di fronte ad una emergenza di tali dimensioni, le risorse messe in campo dal settore pubblico ammontavano nel 2014 a 72 miliardi di euro, tra spese sociali, integrazioni delle pensioni minime, assegni famigliari, detrazioni Irpef per carichi di famiglia e spesa sanitaria per la non autosufficienza. Si tratta di una spesa in gran parte statale (62 miliardi) e costituita in netta superiorità da trasferimenti in moneta; solo il 15 per cento della spesa è invece costituita da offerta di servizi, gestiti dai Comuni e quindi caratterizzata per sua natura da un’elevata disparità territoriale. La frammentazione e categorialità dei programmi di spesa, la scarsa coordinazione ed il ricorso a criteri selettivi di accesso non omogenei sono caratteristiche tipiche della spesa assistenziale italiana, che sconta una sotto-dotazione di risorse rispetto alla media europea. Caratteristiche che portano il sistema italiano ad essere assai inefficace nel suo obiettivo di redistribuzione: secondo Eurostat l’azione redistributiva pubblica incide per poco più del 5 per cento sul rischio povertà, che coinvolgerebbe il 24,7 della popolazione senza trasferimenti pubblici e che si attesta invece – dopo l’intervento pubblico – al 19,4 per cento. Il confronto europeo è impietoso: l’effetto redistributivo della media EU raggiunge il 9 per cento, il welfare francese incide per l’11,5 per cento e quello della Gran Bretagna, patria di Adam Smith e della “mano invisibile”, addirittura per il 13 per cento.

REDDITO DI BASE VS REDDITO MINIMO

Il dibattito su come risolvere il problema si è ultimamente concentrato su alcune proposte cardine: reddito minimo versus reddito di base incondizionato, anche chiamato reddito di cittadinanza. La recente pubblicazioneReddito di cittadinanza o reddito minimo?” di Stefano Toso tenta di porre chiarezza. Il reddito di base è un sussidio erogato indistintamente a tutti i residenti sul territorio nazionale, privo di alcuna forma di selettività basata sul reddito o altri criteri. Si tratta di una soluzione di una grande semplicità: non richiede infatti alcuna complessa procedura amministrativa, non lede la privacy dei cittadini per conoscere lo status economico e può incentivare la ricerca di un’attività lavorativa più congeniale per via della protezione garantita dal sussidio. Ma è ad oggi impraticabile, per via dei suoi costi esorbitanti – nell’ordine delle centinaia di miliardi – e dell’inefficienza per il contrasto alla povertà. Estendendo infatti il sussidio a quasi tutta la popolazione le risorse destinate sarebbero inesorabilmente di minor impatto rispetto ad un sussidio destinato ai soli poveri, tra l’altro più propensi a consumare il reddito ricevuto. Sono stati espressi anche dubbi di natura etica, oltre che economica: il filoso Jonh Rawls si chiedeva infatti che senso avesse dare soldi ai “surfisti di Malibu”, ovvero a quei cittadini che per loro scelta si astengono dal lavoro e dalla partecipazione alla società. Per tutti questi motivi il reddito di cittadinanza non esiste in alcun paese al mondo, eccetto all’Alaska che lo distribuisce ai suoi 736.732 abitanti grazie alle royalty del petrolio. I lettori più attenti avranno già colto il paradosso: la proposta del Movimento 5 Stelle di reddito di cittadinanza non corrisponde affatto a questa descrizione. Sebbene il nome tragga in inganno (volutamente), si tratta infatti di un reddito minimo di importo piuttosto elevato, fino a 780 euro al mese, che tra l’altro presenta diverse criticità.

Il reddito minimo, secondo Stefano Toso, è invece una “prestazione in moneta […] che svolge la funzione di rete di sicurezza sociale di ultima istanza e di contrasto alla povertà estrema. È erogato subordinatamente alla verifica della condizione economica del beneficiario e presuppone la disponibilità a lavorare o comunque a partecipare ad attività di reinserimento sociale e/o lavorativo”. Non richiede quindi il versamento pregresso di contributi, come invece le forme di sostegno alla disoccupazione in Italia oggi raccolte sotto il nome di Naspi, ed è rivolta a tutti quegli individui con un reddito più basso di una determinata soglia. Una misura sollecitata più volte dall’Unione Europea fin dal 1992, ed adottato in tutti i paesi membri al di fuori di Italia e Grecia. Nel Regno Unito è stato introdotto nel 1988 e prevede per un single un sussidio base di 300 sterline, in Francia è stato riformato nel 2009 e copre circa 4,9 milioni di individui con un beneficio massimo a individuo di 514 euro al mese, in Germania vige un reddito minimo dall’importo massimo mensile per una persona sola di 399 euro. In tutti e tre i casi il sussidio è subordinato ad una soglia minima di reddito famigliare e viene maggiorato nel caso di figli a carico, gravidanze e disabilità. Ai beneficiari è d’altra parte richiesto uno sforzo per rientrare all’interno della sfera sociale, accompagnati attraverso un percorso individualizzato con l’obiettivo di reinserimento nel mercato del lavoro.

IL REDDITO MINIMO IN ITALIA

A livello nazionale oggi due sono gli strumenti che più vi assomigliano, senza corrispondere alla definizione per via della mancata universalità e per i tanti criteri categoriali. Il Sostegno per l’Inclusione Attiva (Sia) è una misura universale di contrasto alla povertà e di riattivazione sociale, subordinata alla verifica del reddito (ISEE inferiore ai 3000 euro) e del patrimonio, oltre che alla presenza in famiglia di un minore, un figlio disabile o una donna in stato di gravidanza. È stato introdotto dal governo Letta e, dopo una sperimentazione nelle principali città italiane, dal settembre 2016 esteso su tutto il territorio nazionale. L’importo del sussidio dipende dall’ampiezza del nucleo famiglia: da 80 euro al mese per un single fino a 400 per cinque o più membri, e l’anno scorso le domande presentate sono state 208 mila, di cui meno di un terzo sono state accolte. L’Assegno Sociale di Disoccupazione (Asdi) è invece una misura assistenziale rivolta ai disoccupati di lunga durata, introdotta dal Jobs Act. Si applica cioè a quei disoccupati con un ISEE inferiore a 5000 euro che dopo aver beneficiato della Naspi non hanno ancora trovato un’occupazione. I criteri di assegnazione sono la presenza nel nucleo famigliare di almeno un figlio minore, oppure il superamento dei 55 anni d’età. Nel 2016 sono state presentate solo 4447 domande per un costo totale di 11 milioni, a fronte di uno stanziamento originario di 380. In entrambi i casi le adesioni sono rimaste ben al di sotto delle aspettative ma ciò non significa però che non sia possibile trarne delle utili lezioni. Boeri al Senato ha affermato che “l’esperienza dell’Asdi e del Sia può suggerire che sia meglio non appesantire troppo le regole d’accesso e la condizionalità, almeno in una fase di avvio, in cui la complessità amministrativa può diventare un ostacolo al raggiungimento delle persone in condizione di bisogno”. Proprio la direzione verso la quale si orienta la delega al governo sul contrasto alla povertà.

ORA TOCCA AL GOVERNO

Una misura contenuta nel disegno di legge delega n. 2494 presentato dal governo Renzi che – entro sei mesi dall’approvazione – andrà a sostituirsi ai precedenti strumenti di contrasto alla povertà. Tre sono le azioni previste nella legge: introdurre un reddito di inclusione e contrasto alla povertà assoluta uniforme in tutto il territorio nazionale, riordinare le prestazioni di natura assistenziale e rafforzare il coordinamento degli interventi in materia di servizi sociali tra Stato, enti locali ed enti del Terzo Settore. Il reddito di inclusione, sotto forma sia di sostegno economico che di servizi, sarebbe universale e condizionato alla prova dei mezzi (tramite l’indicatore ISEE) e all’adesione ad un progetto personalizzato di attivazione ed inclusione sociale e lavorativa. I fondi a disposizione provengono dal Fondo per la lotta alla povertà e all’inclusione sociale, creato ad hoc dalla legge di stabilità 2016: 600 milioni per l’anno scorso, poco più di un miliardo strutturale per gli anni successivi. Nella legge di stabilità 2018 si prevede un aumento fino a 1,8 miliardi, mentre Enrico Morando – viceministro dell’economia – agli incontri organizzati sul territorio dai circoli PD promette uno stanziamento fino a 3,5 miliardi entro il 2020 (a fronte dei 7 miliardi necessari stimati per coprire tutti i poveri assoluti in Italia).

La misura è riconosciuta dagli esperti come una delle più coraggiose iniziative tanto che l’Alleanza contro la povertà – l’agglomerato di organizzazioni che ha ispirato la norma – la definisce “il più significativo intervento mai deciso in Italia contro la povertà”. Non mancano tuttavia le critiche. Tra gli addetti ai lavori aleggia il timore che il percorso di reinserimento possa non essere abbastanza efficace: le esperienze di politiche attive in Italia non sono certo rassicuranti, per di più dopo il 4 dicembre quando è stata bocciata dai cittadini la proposta di centralizzare la competenza oggi divisa fra le venti regioni italiane (sì, anche questo era nella riforma costituzionale). Staremo a vedere i decreti attuativi, perché, si sa, il diavolo si nasconde nei dettagli. Per quanto sappiamo oggi, le risorse sono insufficienti per sostenere i 4 milioni e mezzo di soggetti in povertà assoluta: se il miliardo oggi disponibile venisse esteso a tutti i possibili beneficiari il sussidio si ridurrebbe a poco più di 17 euro al mese, come ha fatto notare il senatore leghista Sergio Divina. È chiaro quindi che il governo, almeno nei primi anni di attuazione, limiterà l’accesso al reddito di inclusione a determinate fasce: il disegno di legge prevede l’estensione graduale con priorità alle famiglie con figli minori o con disabilità gravi o con donne in gravidanza o con persone disoccupate in età avanzata. Gli stessi criteri del Sia e dell’Asdi, proprio per dare continuità al supporto dei beneficiari delle misure che saranno mano a mano fatte rientrare nel reddito di inclusione. In questo modo tuttavia ne beneficerebbero solo 3 poveri su 10 (circa 1,3 milioni), come sottolinea l’Alleanza contro la povertà, che evidenzia la necessità di rendere realmente universale l’aiuto statale ed abbattere gli eccessivi criteri selettivi, al di fuori del reddito, che hanno portato al fallimento dei precedenti tentativi. Ma d’altronde, come diceva negli anni ’60 l’allora ministro del Welfare inglese Wilbur Cohen, “un programma di trasferimenti pubblici per i poveri finisce per essere un programma povero”. Al governo ed al Parlamento l’onere di smentirlo.

Articolo scritto assieme a Francesco Armillei

“Povera” Italia?