Tutti i “danni” provocati dalla vittoria del No al referendum

ARTICOLO PUBBLICATO SU IL FOGLIO IL 05/04/2017


Sembra un’èra, ma sono trascorsi solo quattro mesi da quel referendum costituzionale che (quasi) tutto ha cambiato nella politica italiana. Un lasso di tempo ragionevole per trarne i primi bilanci e verificare la fondatezza di alcune affermazioni e previsioni dei due opposti schieramenti: troppo spesso alla classe politica è concesso parlare in libertà, senza alcuna pretesa di correttezza. Ma d’altra parte l’accountability non va applicata ai soli politici, ma pure agli stessi cittadini. È stata infatti la maggioranza assoluta degli elettori a determinare la vittoria del No, che non può certo essere esentata dal principio di rendicontazione e verifica degli effetti.

Vista la netta vittoria del fronte contrario alla riforma, tre sono le situazioni che possono essere poste sotto la lente del fact checking: le previsioni del fronte del Sì in caso di bocciatura della riforma, le soluzioni alternative proposte dal No alla riforma Renzi-Boschi e gli effetti diretti verificabili della vittoria del No sulla vita di ciascuno di noi. Non compiti semplici, in particolare il terzo, per via delle innumerevoli variabili che determinano la nostra quotidianità ed anche la politica: non saranno perciò verificabili la caduta del governo Renzi, né la scissione del Pd, e ancora la manovra aggiuntiva di 3,4 miliardi richiesta dalla Commissione. Questo per via della regola aurea della statistica: “correlation does not imply causation”, per cui una correlazione anche temporale tra due avvenimenti non può definirsi di per sé in un effetto di causa-effetto.

FALSI PRESAGI DEL Sì

Gran parte della retorica a favore della riforma costituzionale era basata sugli effetti negativi che avrebbe portato una vittoria del No. Tanto che in piena campagna referendaria scattò l’allarme dalla sala dei bottoni renziana per evitare l’effetto Brexit – per cui tutto l’establishment finanziario e politico presagì effetti economici disastrosi in caso di fuoriuscita dall’Europa – tanto da provocare un effetto di orgoglio e sfida negli elettori. In tanti ricorderanno per esempio le previsioni economiche del centro studi di Confindustria in caso di vittoria del No: recessione nel 2017, meno 4 per cento del PIL in tre anni, perdita di 600mila occupati, crollo del 17 per cento degli investimenti e aumento di quasi mezzo milione di poveri. Un bollettino di guerra che oggi appare distante dalla realtà. In attesa dei nuovi dati del Documento di economia e finanza, le ultime stime della Commissione Europea aggiornate a febbraio prevedono una crescita del PIL dello 0,9 per cento per l’anno in corso e dell’1,1 per il 2018. Gli investimenti dovrebbero crescere del 2,7 per cento nel 2017 e non è prevista nessuna perdita di posti di lavoro, anzi.

Ma quella di Confindustria non è la sola previsione economica andata a vuoto: l’ex premier Matteo Renzi dichiarò il 14 novembre scorso che lo spread sarebbe stato destinato a salire, soprattutto in caso di vittoria del No. Sembrerebbe tuttavia non facile individuare una correlazione netta tra la vittoria del No (linea rossa) e l’aumento dello spread, il quale sembra invece subire più le vicende internazionali: l’insediamento di Donald Trump (linea azzurra) e l’inizio della campagna di Marine Le Pen in Francia (linea verde).

1491304640403
Andamento dello spread BTP Italia/BUND 10 anni – da ilsole24ore.com (rielaborato)

 

LE PROMESSE MANCATE DEL NO

Le promesse mancate del No sono forse quelle che più hanno ricevuto attenzione dopo il 4 dicembre: come dimenticare la promessa d’agosto di Massimo D’Alema, per una nuova “riforma di tre articoli” che avrebbe potuto vedere la luce entro sei mesi. Il Foglio ne ha riportato il countdown per settimane: ad oggi mancano solo due mesi. Ce la farà il Baffino della politica italiana? Ci sono tutte le condizioni per dubitarne.

COSA CI SIAMO PERSI (O POTEVAMO RISPARMIARCI)

Ma il piatto più succulento è la verifica di cosa avremmo potuto risparmiarci, o al contrario cosa ci siamo persi, nel caso in cui la riforma fosse stata approvata.

Di certo, ci saremmo evitati il ricorso alla Corte costituzionale da parte della Regione Puglia contro la costruzione del Tap (Trans-Adriatic Pipeline). L’opera da giorni occupa le pagine di cronaca per alcune centinaia di manifestanti che protestano contro lo spostamento temporaneo di 211 alberi di ulivo, necessario per la costruzione dell’infrastruttura. Il nuovo articolo 117 della Costituzione avrebbe assegnato al governo le deleghe alla “produzione, trasporto e distribuzione nazionali dell’energia” e alle “infrastrutture strategiche”. D’altra parte il ricorso di Michele Emiliano sembra contradditorio, dal momento che le autorizzazioni rilasciate alla società costruttrice Trans Adriatic Pipeline per l’espianto degli ulivi sono state rilasciate da due enti regionali: il Servizio provinciale Agricoltura di Lecce e l’Osservatorio fitosanitario regionale.

Ci saremmo potuti evitare anche l’ ”House of Cnel”, raccontata da David Allegranti in alcuni articoli: serie tv tutta italiana che racconta la guerra a colpi di carte bollate tra Delio Napoleone, presidente facente funzione del Cnel, e Franco Massi, segretario generale dell’ente che sarebbe stato cancellato dalla riforma costituzionale. Uno scontro arrivato fino al licenziamento di Massi per mano di Napoleone: una vera e propria damnatio memoriae, con conseguente disattivazione del badge e cancellazione del profilo dal sito internet. L’ultima puntata ha visto il collegio dei revisori annullare l’atto del presidente, tornando perciò al punto di partenza.

Che altro? Con un Sì ci saremmo persi le lamentele affidate a Twitter di Luigi Di Maio per la mancata abolizione delle province. E’ un punto da sempre caro al Movimento 5 stelle, ma quasi dimenticato durante la campagna referendaria per la conferma di una riforma costituzionale che ne prevedeva la soppressione definitiva.

Non avesse vinto il No, avremmo tolto pane dai denti di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella. I due giornalisti, in occasione dei dieci anni dalla pubblicazione de “La Casta” (ricordato di recente anche nello speciale del Foglio con Francesco Cundari) e solo a poco più di tre mesi dal referendum confermativo, sono nuovamente tornati a occuparsi sul Corriere di consiglieri regionali e dei loro super-stipendi. La riforma – tra le sue numerose modifiche – avrebbe tagliato per quasi la metà gli stipendi dei consiglieri regionali, e con loro assestato un duro colpo alla fortuna editoriale dei primi paladini dell’anti-casta.

Anche quanto accaduto alla società tedesca di trasporto Flixbus può insegnarci qualcosa dell’Italia post 4 dicembre. Il 15 febbraio è approvato in commissione Affari costituzionali del Senato un emendamento apparentemente innocuo al decreto Milleproroghe, a firma di quattro senatori pugliesi del gruppo Conservatori e riformisti di Fitto. Si scopre ben presto tuttavia che il testo approvato limita l’accesso alle licenze per effettuare trasporto interregionale di passeggeri a quelle aziende la cui attività principale è il “trasporto di passeggeri su strada”, mettendo fuori legge Flixbus che non esegue personalmente il trasporto ma organizza i viaggi commissionandoli a piccole-medie aziende italiane. Un sistema che riesce ad attivare benefiche economie di scala, gestito da un software a cui gli utenti possono accedere tramite app dal proprio smartphone. Una novità evidentemente non apprezzata da un’azienda di trasporti pugliese che, infastidita dalla inaspettata concorrenza sui prezzi, è riuscita nella sua azione di lobbying parlamentare a mettere al tappeto il nuovo concorrente. Ok, ma che c’azzecca questo con la riforma costituzionale? C’entra eccome, perché è un ottimo esempio – ahinoi – delle distorsioni del bicameralismo paritario: un sistema che induce l’esecutivo a procedere nell’azione legislativa tramite decretazione d’urgenza, per essere certo di portare a casa i risultati al massimo entro 60 giorni. Decreti che sono treni da non lasciarsi sfuggire per i parlamentari, che tentano in ogni modo di salirvi facendo approvare i propri emendamenti – pure se completamente fuori contesto e surrettizi – come quello anti-Flixbus. Emendamenti che raramente riescono a essere cancellati e corretti: il decreto ha una data di scadenza e deve correre, mentre la correzione richiederebbe un nuovo passaggio parlamentare. Le leggi dunque sono approvate anche se sbagliate – d’altronde meglio una legge imperfetta, che nessuna legge – e al governo è successivamente chiesto di intervenire tramite ordini del giorno e mozioni parlamentari. Ecco quindi l’origine della stratificazione di leggi, regolamenti e circolari – spesso in contrasto fra loro – che mette in pericolo la certezza dell’ordinamento giuridico italiano. Flixbus da febbraio ha bloccato ogni nuovo investimento nel nostro paese ed è ancora in attesa di conoscere la sua sorte e quella dei suoi dipendenti e dell’indotto. Nel frattempo non ci resta che affidarci alle petizioni online.

Lo stesso Italicum avrebbe avuto maggiori possibilità di salvarsi – se non interamente, almeno in parte –davanti alla Corte Costituzionale, con il Sì al referendum. La Corte ha infatti sottolineato nella sentenza numero 151 del 2017 di non poter “esimersi dal sottolineare che l’esito del referendum […] del 4 dicembre 2016 ha confermato un assetto costituzionale basato sulla parità di posizione e funzioni delle due Camere elettive. In tale contesto, la Costituzione […] esige che, al fine di non compromettere il corretto funzionamento della forma di governo parlamentare, i sistemi adottati, pur se differenti, non ostacolino, all’esito delle elezioni, la formazione di maggioranze parlamentari omogenee“. Un messaggio chiaro: non è possibile un secondo turno con ballottaggio alla Camera – dichiarato illegittimo dalla Corte anche per altre ragioni – e un turno unico al Senato. Certo, alcuni non resteranno soddisfatti del ritorno al proporzionale e del fallimento del “combinato disposto”: forse anche chi, di fronte al Patto del Nazareno, affermò che “è sparita la dialettica tra maggioranza e opposizione” e auspicò il governo dell’alternanza e l’addio ai grandi inciuci e al consociativismo (Travaglio, 2015 a Servizio Pubblico). Ops.

Per finire, con il No ci siamo persi una novità che avrebbe potuto valere l’intera riforma. In Germania esiste da 15 anni: un’unica agenzia del lavoro che si occupi di contrasto alla disoccupazione e di politiche attive del lavoro. Oggi in Italia la delega alle politiche attive è in mano alle 20 regioni italiane (21, tenendo conto anche dell’Alto Adige) e i servizi sono frammentati e inefficienti. Una distorsione che la riforma costituzionale avrebbe sanato con il nuovo Titolo V (art. 117): sappiamo come è andata a finire. Come argomentato dal docente di diritto del lavoro Guido Canavesi, il risultato è l’immobilismo, tra le politiche passive (i sussidi) gestite a livello centrale e quelle attive distribuite fra le 21 realtà regionali. Tanto che di fronte a una prima sperimentazione dell’Agenzia per le Politiche attive – nata dal Jobs Act – per 30 mila assegni di ricollocamento, la regione Lombardia ha già minacciato ricorso alla Corte costituzionale. Per i disoccupati forse, che secondo Ipsos hanno votato per il 78 per cento No, #bastavaunSì.

Annunci
Tutti i “danni” provocati dalla vittoria del No al referendum

“Se vince il No, lascio la politica”

O facciamo le riforme o non ha senso che io stia al governo. Se non passa la riforma del Senato, finisce la mia storia politica.”

Non è difficile immaginare chi ha pronunciato queste parole: Matteo Renzi, appena divenuto Presidente del Consiglio in un’intervista al Tg2. Insomma, la personalizzazione è stata da sempre un elemento chiave del Governo Renzi, fin dalla sua nascita.

Oggi tuttavia Renzi sembra essere in contraddizione con le tante parole spese in campagna elettorale riguardo al proprio futuro. Si è dimesso da Presidente del Consiglio, certo, un gesto che in passato in pochi hanno avuto la coerenza di compiere. Ma non ha lasciato la segreteria del Partito Democratico – come invece aveva promesso il primo giugno a Virus – né, pare, tornerà a vita privata abbandonando la politica. Eppure non sono state poche le dichiarazioni in tal senso: almeno sette volte il Presidente del Consiglio dimissionario aveva promesse di smettere di fare politica, qui la lista completa a cura dell’agenza Agi. Promessa ripetuta anche a Il Foglio, nell’intervista del 2 giugno 2016, con il mantra “o cambio l’Italia o cambio mestiere”, preso in prestito dalla campagna elettorale per la conquista del comune di Firenze nel 2008. Uno slogan certamente efficace per un giovane politico outsider, non per un Presidente del Consiglio con un gradimento popolare del 40 per cento.

Ma Renzi non è stato il solo ad aver promesso di dimettersi e tornare a vita privata nel caso di vittoria del No il 4 dicembre. Anche Maria Elena Boschi a “In ½” su Rai 3 a domanda precisa se avrebbe lasciato la scena politica rispose “Sì ovviamente, è un lavoro che abbiamo fatto assieme”. E pure un alto pasdaran renziano, Ernesto Carbone, promise di lasciare la politica in caso di vittoria del No a “L’aria che Tira” su La7.

Ma certo non solo i sostenitori del Sì hanno tradito – per ora – la promessa. La recente storia politica italiana è costellata di esempi: lo stesso Beppe Grillo, prima delle europee del 2014, dichiarò: “Io, se perdiamo le elezioni, non ho assolutamente più voglia di continuare”. Le elezioni le perse sonoramente – 40 per cento a 20 – senza abbandonare la scena politica né la guida del Movimento 5 Stelle. Anche Silvio Berlusconi, oggi nuovamente ago della bilancia della scena politica, dichiarò più volte l’intenzione di “farsi da parte” e lasciare la scena al delfino di turno, per poi – in occasione degli snodi chiave – tornare in campo e rivelarsi ogni volta determinante. Come lui pure Sandro Bondi, che nel 2013 dichiarò ad “Omnibus” che avrebbe smesso con la politica nel caso Silvio Berlusconi fosse stato condannato in via definitiva. Oggi non solo non ha mantenuto fede alla parola data, ma – assieme alla moglie – è passato tra le file della maggioranza al Senato, abbandonando la “musa poetica” Berlusconi.

Non sembra tuttavia un vizio solo italiano: Nicolas Sarkozy, dopo la sconfitta del 2012 contro Hollande, disse “per me si chiude un capitolo, non sarò candidato alle legislative né in future elezioni. State tranquilli rinnoverò la tessera dell’Ump e pagherò la quota, ma non sarò più operativo” salvo poi ripensarci e candidarsi alle primarie del centro-destra francese nel 2016, ottenendo un misero 20 per cento. Nuova disfatta, nuova promessa di farsi da parte e lasciare la politica. Questa volta per davvero?

Non è certo una novità che i politici promettano senza – spesso – tenere fede alle promesse. Già Napoleone ripeteva “Se vuoi avere successo a questo mondo, prometti tutto e non mantenere nulla”. Per qualcuno la formula ha funzionato; solo il tempo ci dirà se anche Matteo Renzi ne beneficerà.

“Se vince il No, lascio la politica”

Le certezze di Di Battista sul referendum smontate una per una

ARTICOLO PUBBLICATO SU IL FOGLIO IL 30 NOVEMBRE 2016


L’onorevole Alessandro Di Battista ha una grande dote: è capace di concentrare in poche parole un notevole numero di slogan e semplificazioni, che – preso dalla foga – si scoprono spesso essere errori e bufale. Una capacità preziosa nella società della post-verità, ormai ufficializzata dalla vittoria di Trump.

Un limpido esempio lo osserviamo durante la puntata di Piazza Pulita, su La7, lo scorso sabato. Di Battista, rispondendo a una domanda di Corrado Formigli sul referendum costituzionale, ha affermato “Mi dovrei vergognare a difendere la Costituzione del boom economico o la Costituzione approvata a suffragio universale nel ’48?”. Qui è disponibile il video. In diciannove parole ritroviamo ben tre errori, concedendo al deputato il beneficio del dubbio ed escludendo quindi che siano vere e proprie bugie intenzionali.

Primo. La Costituzione non è stata approvata a suffragio universale, ma dall’Assemblea Costituente composta da 556 membri, eletti – questi sì – a suffragio universale il 2 giugno 1946 (secondo il decreto legislativo luogotenenziale 151/1944), in contemporanea al referendum che sancì la forma di governo.

Secondo. La Costituente approvò la carta costituzionale non nel 1948, bensì il 22 dicembre 1947 con 453 voti a favore e 62 contrari. Dopo il voto in Assemblea, entrò in vigore ufficialmente il primo gennaio 1948.

Terzo. La riforma costituzionale Renzi-Boschi non modifica la Costituzione nelle parti originali del 1948, se non per via di accorgimenti tecnici (ad esempio il secondo comma dell’articolo 61, che dall’originale “Finché non siano riunite le nuove Camere sono prorogati i poteri delle precedenti” viene modificato cambiando la frase al singolare e riferendosi alla sola Camera dei Deputati) e ridotte modifiche condivise in larghissima parte (parità di genere nella rappresentanza, trasparenza della pubblica amministrazione, abbassamento del quorum abrogativo, referendum propositivi). Invece, i due pilastri della revisione costituzionale su cui siamo chiamati ad esprimerci il 4 dicembre – Senato e Titolo V – vanno a modificare revisioni posteriori avvenute negli anni successivi al 1948. In particolare, il funzionamento del Senato fu modificato nel 1963 tramite le leggi costituzionali 2 e 3, che equipararono il mandato del Senato a quello della Camera, portandolo da sei a cinque anni. L’Assemblea Costituente dibatté a lungo sul funzionamento del Senato della Repubblica, proponendo prima che un terzo dei suoi componenti fossero eletti dalle assemblee regionali e due terzi dai consigli comunali, e poi che un terzo fosse scelto dalle regioni ed i due terzi dai cittadini tramite collegi uninominali (a differenza della Camera, eletta con metodo proporzionale). Questo per differenziare le due camere evitando il rischio di creare quello che il costituente Ambrosini definiva un “doppione”. Il Titolo V è invece storia nota: nel 2001 la legge costituzionale n. 3 lo modificò profondamente, garantendo alle regioni diverse competenze e definendo le competenze esclusive dello Stato, quelle concorrenti e quelle residuali, affidate appunto alle autonomie regionali.

È perciò falso affermare che la riforma Renzi-Boschi vada a stravolgere l’impianto del testo della Costituzione del ’48: semplicemente perché quel testo è già stato modificato e questa riforma va proprio a correggere tali cambiamenti successivi.

Le certezze di Di Battista sul referendum smontate una per una

Quando Camusso si batteva per la riforma costituzionale

ARTICOLO PUBBLICATO SU IL FOGLIO IL 21 NOVEMBRE 2016


Il referendum confermativo del 4 dicembre nei giorni scorsi ci ha offerto una nuova polemica social fra il fronte del Sì e quello del No. I fatti: nei giorni scorsi il comitato ufficiale per il Sì, Basta un Sì, pubblica un breve articolo sulla posizione della CGIL – risalente a un paio di anni fa – sulle riforme costituzionali necessarie per l’Italia, espressa nella tesi congressuale di Susanna Camusso. L’obiettivo, chiaro, è voler mostrare una palese contraddizione fra tale posizione e quella assunta più recentemente dal più grande sindacato italiano, marcatamente schiarato sul No. Infatti il comitato del Sì scrive che nel 2014 la CGIL avrebbe auspicato “il superamento del bicameralismo paritario perfetto con l’istituzione di una camera rappresentativa delle regioni e autonomie locali”, “il riordino delle competenze di Stato e Regioni disciplinate dall’articolo 117 nell’ambito della riforma del Titolo V, a competenza esclusiva statale alcune materie di legislazione concorrente rafforzando la funzione regolatrice nazionale” ed infine una “legge nazionale (…) sulla riforma dell’istituto referendario che introduca il ‘quorum mobile’ (legato all’influenza registrata nell’ultima elezione dell’organismo che ha legiferato)”. In effetti tutte modifiche contenute nella riforma costituzionale su cui siamo chiamati ad esprimerci il 4 dicembre. Al che – il 15 novembre – l’account Twitter della CGIL denuncia una manipolazione del documento, al punto da accusare il comitato del Sì di aver taroccato il testo per farlo apparire più vicino alle proprie posizioni. La convinzione è tale da mettere pubblicamente a confronto le due versioni, come prova provata dell’inganno:

1479741941274Un’accusa grave, quella di aver falsato le fonti per dimostrare in modo fittizio le proprie tesi, che metterebbe in grave imbarazzo – se verificata – il comitato per il Sì. In quanto tale va quindi analizzata nella sua fondatezza.

Zoomando le due immagini a confronto ci si accorge tuttavia della assoluta uguaglianza tra i due documenti, che si differenziano semplicemente per l’impaginazione e la numerazione. Sono due documenti identici, nessun taroccamento. È possibile controllare in prima persona: ecco il documento caricato dal comitato per il Sì e quello della CGIL. Ciò nonostante, vista la durezza del tweet da cui traspare un elevato grado di certezza, è bene andare a fondo e togliersi ogni dubbio. Qui è scaricabile quindi l’intera documentazione conclusiva del XVII congresso del 2014, in cui risultò vincente Camusso: in realtà questo ulteriore documento – nelle parti relative alle riforme costituzionali – appare effettivamente più prolisso e completo, ma non differente nella sostanza. Anche qui ritroviamo, letterali, le proposte sull’abolizione del bicameralismo paritario, l’accentramento delle competenze concorrenti e l’introduzione del “quorum mobile” per i referendum abrogativi. Identiche alle due precedenti versioni. Non solo, il documento differisce da quelli postati su Twitter: sia da quello che la Cgil indica come originale, sia da quello che sarebbe stato taroccato (che, come già scritto, sono identici), i quali probabilmente sono una sintesi rispetto all’originale.

Probabilmente accortisi della buccia di banana, lo stesso account del sindacato qualche ora più tardi ha pubblicato una nuovo foto. Questa volta più recente: si tratta della presa di posizione per il No al referendum, dell’8 settembre scorso. Sintetizzando, una presa di posizione che si esprime in modo favorevole rispetto agli obiettivi della riforma Renzi-Boschi ma non ne condivide le soluzioni concrete individuate. Legittimo, come è legittimo modificare la propria posizione nel corso di due anni: un lasso di tempo enorme in politica. Meno legittimo invece avanzare accuse gravissime senza alcun fondamento. Qualche social media manager avrà probabilmente passato un brutto quarto d’ora.

Quando Camusso si batteva per la riforma costituzionale

Quelli che le sparano grosse sulla Costituente alla prova del fact checking

ARTICOLO PUBBLICATO SU IL FOGLIO IL 10 OTTOBRE 2016.


Povera Assemblea Costituente, tirata per la giacchetta da una parte e dall’altra nel dibattito sul referendum costituzionale, per giustificare il cambiamento oppure per argomentare le ragioni del No. Uno degli ultimi esempi lo abbiamo avuto su La7, a Tagadà. La scena è questa: Gaetano Quagliariello, senatore e professore di storia presso la LUISS, sobbalza sulla sedia alle parole di una giornalista, la quale aveva appena affermato che il bicameralismo paritario – come gran parte della seconda parte della Carta – fosse stato frutto della sfiducia reciproca tra gli schieramenti della DC e del PCI.

Sennò me levano la cattedra di storia, intona Quagliariello in romanaccio iniziando quella che pare una breve lezione di storia in diretta. Il senatore afferma che “Degasperi (allora leader della DC ndr) non è mai intervenuto alla Costituente. La Costituzione Degasperi non l’ha fatta ed è stata votata anche dai comunisti.” Alle orecchie della maggior parte degli ascoltatori probabilmente nulla di strano, tanto che pure la giornalista – seppur polemica – conferma la ricostruzione di Quagliariello.

Tuttavia la realtà dei fatti è diversa. Alcide Degasperi intervenne diverse volte all’Assemblea Costituente. La prima il 25 marzo 1947, riguardo la stesura dell’articolo 5 (che diverrà poi l’articolo 7) sui rapporti Stato-Chiesa. La seconda il 20 dicembre dello stesso anno, riguardo le disposizioni transitorie e finali della nuova Carta. Ulteriori interventi toccarono invece altri temi, ad esempio la ratifica del trattato di Pace stipulato con gli Alleati e di quello relativo all’autonomia di Alto Adige e Trentino.

Chiarito ciò, davvero lo statista trentino non prese parte ai processi decisionali per la formulazione della nuova Costituzione? In effetti, alcuni storici ritengono che Degasperi si sia completamente astratto dai lavori della Costituente. Altri invece – tra cui Paolo Pombeni che ha da poco pubblicato il suo nuovo libro “La questione costituzionale in Italia” per Il Mulino – sostengono che tale scelta fu soppesata e dovuta alla volontà di estraniarsi il più possibile dalla battaglia costituzionale e politica, ritirandosi sul fronte del consolidamento della Repubblica, il vero obiettivo di tutta l’opera politica post-bellica dello statista. Ma non si può certo dire che “Degasperi la Costituzione non l’ha fatta”, come sostiene il Quagliariello, poiché invece se ne occupò eccome ma più nel senso di costruzione del tessuto sociale nell’Italia del secondo Dopoguerra e dell’organizzazione del sistema di potere pubblico, piuttosto che concentrandosi sulle semplici questioni dottrinali del diritto.

Si auspica dunque che il senatore Quagliariello, nel momento in cui tornerà ad essere il professor Quagliariello, abbandoni gli slogan tipici della retorica politica e riabbracci l’approfondimento dovuto agli studenti dall’altra parte della cattedra.

Quelli che le sparano grosse sulla Costituente alla prova del fact checking

La riforma costituzionale fa bene anche alle nostre tasche? La verifica del fact checking

ARTICOLO PUBBLICATO SU IL FOGLIO IL 4 OTTOBRE 2016.


Al 4 dicembre mancano ormai meno di due mesi e il dibattito sugli effetti della riforma costituzionale rimane in primo piano. Molto si è discusso ad esempio dei risparmi attesi nel caso al referendum prevalesse il Sì. Il Governo, così come il Comitato nazionale del Sì, ha annunciato 500 milioni di tagli, mentre il comitato del No – citando un parere della Ragioneria dello Stato per la verità mai reso pubblico – si ostina a ribattere che i numeri sono molto più esigui: solo 57,7 milioni di euro.

Ma cosa ci dicono i fatti? Il taglio dei costi non è certo il punto centrale del testo di riforma costituzionale ma – si sa – i fact checker hanno un debole per i numeri e, ancor più, per la verità. Cerchiamo quindi di valutare, per ogni voce di spesa, il risparmio stimato confrontandolo con le dichiarazioni di Matteo Renzi a Quinta Colonna nella puntata di lunedì 26 settembre.

Prima di iniziare una precisazione: tutti i risparmi sono stati calcolati al lordo dell’imposizione fiscale. Bisogna quindi tenere conto anche di un possibile minor gettito per l’erario, che in alcuni casi raggiunge percentuali non risibili.

INDENNITÀ SENATORI

Cominciamo con il taglio alle indennità dei Senatori: il Presidente del Consiglio promette un risparmio di 42 milioni di euro. Il dato, secondo il bilancio del Senato 2015, è corretto: per la precisione si parla di 42 milioni 205 mila e rotti. Tutto cio è prevsto dall’articolo 9 della riforma costituzionale, il quale garantisce una indennità ai soli Deputati della Camera. Per il momento Renzi è promosso.

RIMBORSI AI SENATORI

Sui rimborsi ai Senatori iniziano i problemi. Il Premier annuncia un taglio di 37 milioni, considerando una loro eliminazione totale. Tuttavia ciò è irrealistico: vista la riduzione del numero dei Senatori (da 315 a 95)  e dell’attività del nuovo Senato i rimborsi si assottiglieranno ma rimarranno. Calcolando dunque il risparmio in proporzione al taglio dei Senatori, si ottiene una cifra intorno ai 24 milioni di euro, distanti dai 37 promessi.

TRASFERIMENTI AI GRUPPI PARLAMENTARI

Altro capitolo: il Premier afferma che dai trasferimenti ai gruppi parlamentari del Senato verranno risparmiati 20 milioni di euro, con un taglio pari al 100 per cento. Renzi è sicuro: “c’è scritto in legge, basta leggere”. Tuttavia, la ministra Boschi l’8 giugno 2016 alla Camera parlava di “riduzione” e non di abolizione totale. Tralasciando la confusione delle dichiarazioni governative, il dato di fatto è che i trasferimenti ai gruppi parlamentari rimarranno in essere, anche se in forma minore: questa voce di spesa, essendo normata dal regolamento del Senato (all’articolo 16) e non dalla Costituzione, non viene toccata dalla riforma. Tenendo conto perciò della riduzione del numero dei Senatori, i risparmi potrebbero aggirarsi attorno ai 14 milioni euro. Ancora numeri distanti da quelli del Governo.

SPESE PER IL PERSONALE

Sulle spese per il personale del Senato il discorso si fa più complicato. Il Presidente parla infatti di un risparmio di 20 milioni, su una spesa totale di 120 milioni di euro. Tuttavia l’esborso si divide tra i salari dei dipendenti a tempo indeterminato (per 100 milioni), che non potranno essere tagliati se non nel lungo periodo, e gli stipendi di personale precario (circa 16 milioni, Renzi li riporta sotto la voce “segreterie istituzionali”). Solo quest’ultima potrà essere erosa nel breve periodo, con un risparmio di circa 12 milioni di euro, calcolato mantenendo i rapporti utilizzati per calcolare la riduzione dei rimborsi ai Senatori e dei trasferimenti ai gruppi. Se prendiamo invece in considerazione un periodo più lungo, le spese si assottiglieranno in modo più deciso: verrà infatti istituito un ruolo unico dei dipendenti del Senato e della Camera e verrà favorita la messa in comune di servizi e attività (articolo 40 comma 3 della riforma), aumentando l’efficienza.

CNEL

Il Consiglio Nazionale Energia Lavoro verrà abolito dal giorno dopo il referendum; è uno dei pochi cambiamenti che entrerebbero da subito a regime, e non soltanto dopo il termine della legislatura. Il bilancio disponibile sul sito dell’ente certifica poco meno di 9 milioni di spese. Ed è esattamente quanto il segretario PD correttamente comunica. Curiosità: Maria Elena Boschi aveva tuttavia parlato alla Camera di un risparmio di 20 milioni, e non di 9. Perché questa discrasia? Probabilmente per via di dati non aggiornati al Ministero per le Riforme. Il costo del CNEL è stato infatti ridotto di circa 10 milioni di euro dalla legge di stabilità 2015, arrivando perciò agli 8,7 milioni odierni. Certo tale scarsa accuratezza (fortunatamente oggi corretta) non può che gettare in ombra gran parte dei dati forniti dal Governo in materia.

PROVINCE

Sul tema province regna l’incertezza. Matteo Renzi promette 350 milioni di taglio ai costi della politica, in realtà già contabilizzati a bilancio grazie alla legge Delrio (n. 56/2014), che ha eliminato gli organi elettivi di questi enti locali. Il Premier tuttavia afferma che questi risparmi verrebbero persi in caso di vittoria del No al referendum: la legge Delrio in più punti rimanda infatti ad una futura riforma del Titolo V e della seconda parte della Costituzione. Il Governo pare quindi alludere al rischio di ricorsi volti a ripristinare il precedente sistema organizzativo in caso di fallimento della riforma. Vari costituzionalisti interpellati direttamente – anche favorevoli al Sì – non credono tuttavia possibile un simile scenario. Da parte sua Roberto Perotti, ex consulente per la spending review,  ha affermato in un’intervista: “I risparmi dall’abolizione delle Province sono esclusi: sono già stati attuati e conteggiati, non si può utilizzarli due volte.” Ma, al netto di tutto ciò, a quanto ammonterebbero le minori spese? Anche su questo i dati non sono certi. Renzi parla di 350 milioni, Boschi di 320, Delrio nel 2014 dichiarava 160 milioni, lavoce.info 113 milioni, la Corte dei Conti dai 100 ai 150 milioni. La parola definitiva la mette lo stesso Ministero per le Riforme, che getta la spugna e scrive alla Commissione Affari Costituzionali della Camera che i risparmi “non sono quantificabili” e che potranno essere quantificati “solo a completa attuazione della […] legge” Delrio.

RIMBORSI GRUPPI CONSIGLI REGIONALI

A Quinta Colonna il segretario PD quantifica in 36 milioni i risparmi derivanti dall’abolizione dei rimborsi ai gruppi nei Consigli regionali. Il taglio sarebbe immediatamente esecutivo, secondo l’articolo 40 comma 2 della riforma costituzionale. Su questo hanno ben lavorato gli amici di OpenPolis, che quantificano i rimborsi ai gruppi regionali in oltre 30 milioni all’anno, sulla base di dati del 2014 (2012 per la Regione Sardegna). Per la precisione il risparmio – spiegano – si aggirerebbe attorno ai 31-32 milioni, non lontani dai 36 di Renzi, se si tiene conto di un certo margine di errore dovuto all’ampia quantità di dati.

STIPENDIO CONSIGLIERI REGIONALI

Ultimo capitolo, quello degli emolumenti percepiti dai Consiglieri regionali. Essi dovrebbe essere adeguati   “nel limite dell’importo di quelli attribuiti ai sindaci dei Comuni capoluogo di Regione”, come recita l’ultimo comma dell’articolo 35 della riforma costituzionale. Il Presidente del Consiglio promette 36 milioni di risparmi da questa voce di spesa. Ma, come ci ricorda il servizio studi della Camera dei Deputati, questo taglio si applicherebbe alle sole regioni a statuto ordinario, in attesa che quelle a statuto speciale e le province autonome aggiornino i rispettivi statuti. Inoltre – dato ancora più rilevante – l’applicazione pratica non sarà immediata ma rimandata ad una successiva legge ordinaria, approvata con metodo bicamerale (come regolato dal nuovo articolo 70).

Tuttavia la realtà è che il risparmio sarà effettivo solo se il termine “emolumenti” verrà interpretato come comprensivo di indennità di carica, indennità di funzione e pure rimborsi spese. I dati, anche in questo caso, sono spesso disorganici e confusi. Ci affidiamo perciò a un’infografica del Secolo XIX pubblicata a gennaio, una delle poche fonti più o meno attendibili e complete reperibili in rete. Dopo qualche calcolo – considerando il termine “emolumenti” omnicomprensivo – si ottiene che la minore spesa potrebbe essere quantificata in circa 20 milioni; tenendo conto di un certo margine di errore, l’ordine di grandezza appare comunque distante dai numeri forniti da Matteo Renzi. Invece, nel caso in cui fossero tagliate le sole indennità e lasciati invariati i rimborsi spese, i risparmi sarebbe davvero esigui, se non in alcuni casi addirittura negativi con ulteriori possibili esborsi a carico dei contribuenti.

regioni2-k0yd-680x289lastampa_it-k0ud-600x255ilsecoloxixweb

Siamo dunque al bilancio finale. Escludendo i capitoli relativi alle province e agli stipendi dei Consiglieri regionali, troppo incerti per una comparazione, i risparmi per il Governo ammontano a 164 milioni; quelli calcolati nel corso dell’articolo 133. Una differenza di 31 milioni, il 19 per cento.

Questi, dunque, i fatti. Il giudizio, come sempre, ai lettori.

Articolo scritto assieme a Francesco Armillei

La riforma costituzionale fa bene anche alle nostre tasche? La verifica del fact checking

Quello che Tremonti non dice su referendum e competenza legislativa sull’Europa

Articolo pubblicato su Il Foglio il 9 settembre 2016.


Il 2016 assomiglia al XV secolo. Così sostiene Nate Silver, lo statistico americano del blog FiveThirtyEight, che compara la fase attuale agli anni di Johannes Gutenberg e dell’invenzione della stampa a caratteri mobili. Perché? Per via dell’aumento esponenziale della nostra capacità di comunicare e scambiarci informazioni, aumento paragonabile – in termini relativi – ai decenni successivi al 1455: oggi come allora l’uomo vive una fase di sovraesposizione all’informazione.

In un contesto simile diviene fondamentale analizzare e selezionare al meglio le informazioni su cui basare le proprie scelte. La rete d’altronde, oltre a inondarci di dati e di comunicazione, ci offre anche la possibilità di valutare la qualità e la fondatezza delle informazioni che riceviamo. A questo serve il fact checking, ossia la verifica delle informazioni e dei dati citati, pratica giornalistica particolarmente diffusa nel mondo anglosassone ed oggi ormai diffuso anche in Italia.

Come il fact checking, anche le risposte a tempo – asciutte e precise – del nuovo programma Rai “Politics di Gianluca Semprini nascono e si diffondono prima di tutto in America. Durante la puntata d’esordio, proprio nel corso di una di queste risposte, l’ospite Giulio Tremonti ha dichiarato (qui il video) che l’economia italiana, in caso di vittoria del Sì al referendum costituzionale, “cambia in peggio, perché tutta la competenza legislativa sull’Europa è affidata a un Senato, nominato da Comuni e Consigli regionali, che mette insieme 100 persone a cui dai un potere sconfinato sull’Europa senza neanche avere una maggioranza a cui chiedere la fiducia. Il Senato ha integrale, paritetica competenza legislativa sull’Europa”.

Proviamo ad analizzare questa dichiarazione; l’ex Ministro dell’Economia si riferisce alla riforma della Costituzione sottoposta a referendum confermativo (testo) ed in particolare all’articolo cost. 70 riformato, quello sul procedimento legislativo. Tale articolo differenzia le competenze di Camera dei Deputati e Senato della Repubblica andando a comporre un bicameralismo differenziato, prevedendo a proposito di Europa che “le norme generali, le forme e i termini della partecipazione dell’Italia alla formazione e all’attuazione della normativa e delle politiche dell’Unione europea” e “le leggi che autorizzano la ratifica dei trattati relativi all’appartenenza dell’Italia all’Unione europea” abbiano procedimento bicamerale paritario, con medesima competenza fra Camera e Senato (come è oggi). Ciò significa che il Senato godrà di competenza integrale su ogni atto riguardante l’Unione Europea e le sue direttive? La dichiarazione di Tremonti è stata se non altro poco specifica e nei peggiori dei casi sospettosamente opaca. Secondo la riforma della Costituzione, sarebbero di competenza bicamerale paritaria i futuri disegni di legge di modifica dell’attuale legge n. 234/2012, che (guarda caso) si intitola proprio “Norme generali sulla partecipazione dell’Italia alla formazione e all’attuazione della normativa e delle politiche dell’Unione europea” (essa stessa modifica delle leggi n. 11/2005 e n. 86/1989, tre interventi legislativi in quasi 30 anni) ed i trattati relativi all’appartenenza all’Unione Europea. Verrebbero perciò esclusi dal procedimento bicamerale paritario tutti i restanti atti di legge riguardanti l’Unione Europea e derivanti dal diritto comunitario, a partire dalle leggi annuali sulla delegazione europea e dalla legge europea, che regolano nel concreto come i singoli regolamenti e direttive europei vengono applicati nel nostro Paese. Al contrario di quanto Giulio Tremonti pare affermare.

Quello che Tremonti non dice su referendum e competenza legislativa sull’Europa