Le certezze di Di Battista sul referendum smontate una per una

ARTICOLO PUBBLICATO SU IL FOGLIO IL 30 NOVEMBRE 2016


L’onorevole Alessandro Di Battista ha una grande dote: è capace di concentrare in poche parole un notevole numero di slogan e semplificazioni, che – preso dalla foga – si scoprono spesso essere errori e bufale. Una capacità preziosa nella società della post-verità, ormai ufficializzata dalla vittoria di Trump.

Un limpido esempio lo osserviamo durante la puntata di Piazza Pulita, su La7, lo scorso sabato. Di Battista, rispondendo a una domanda di Corrado Formigli sul referendum costituzionale, ha affermato “Mi dovrei vergognare a difendere la Costituzione del boom economico o la Costituzione approvata a suffragio universale nel ’48?”. Qui è disponibile il video. In diciannove parole ritroviamo ben tre errori, concedendo al deputato il beneficio del dubbio ed escludendo quindi che siano vere e proprie bugie intenzionali.

Primo. La Costituzione non è stata approvata a suffragio universale, ma dall’Assemblea Costituente composta da 556 membri, eletti – questi sì – a suffragio universale il 2 giugno 1946 (secondo il decreto legislativo luogotenenziale 151/1944), in contemporanea al referendum che sancì la forma di governo.

Secondo. La Costituente approvò la carta costituzionale non nel 1948, bensì il 22 dicembre 1947 con 453 voti a favore e 62 contrari. Dopo il voto in Assemblea, entrò in vigore ufficialmente il primo gennaio 1948.

Terzo. La riforma costituzionale Renzi-Boschi non modifica la Costituzione nelle parti originali del 1948, se non per via di accorgimenti tecnici (ad esempio il secondo comma dell’articolo 61, che dall’originale “Finché non siano riunite le nuove Camere sono prorogati i poteri delle precedenti” viene modificato cambiando la frase al singolare e riferendosi alla sola Camera dei Deputati) e ridotte modifiche condivise in larghissima parte (parità di genere nella rappresentanza, trasparenza della pubblica amministrazione, abbassamento del quorum abrogativo, referendum propositivi). Invece, i due pilastri della revisione costituzionale su cui siamo chiamati ad esprimerci il 4 dicembre – Senato e Titolo V – vanno a modificare revisioni posteriori avvenute negli anni successivi al 1948. In particolare, il funzionamento del Senato fu modificato nel 1963 tramite le leggi costituzionali 2 e 3, che equipararono il mandato del Senato a quello della Camera, portandolo da sei a cinque anni. L’Assemblea Costituente dibatté a lungo sul funzionamento del Senato della Repubblica, proponendo prima che un terzo dei suoi componenti fossero eletti dalle assemblee regionali e due terzi dai consigli comunali, e poi che un terzo fosse scelto dalle regioni ed i due terzi dai cittadini tramite collegi uninominali (a differenza della Camera, eletta con metodo proporzionale). Questo per differenziare le due camere evitando il rischio di creare quello che il costituente Ambrosini definiva un “doppione”. Il Titolo V è invece storia nota: nel 2001 la legge costituzionale n. 3 lo modificò profondamente, garantendo alle regioni diverse competenze e definendo le competenze esclusive dello Stato, quelle concorrenti e quelle residuali, affidate appunto alle autonomie regionali.

È perciò falso affermare che la riforma Renzi-Boschi vada a stravolgere l’impianto del testo della Costituzione del ’48: semplicemente perché quel testo è già stato modificato e questa riforma va proprio a correggere tali cambiamenti successivi.

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Le certezze di Di Battista sul referendum smontate una per una

Quando Camusso si batteva per la riforma costituzionale

ARTICOLO PUBBLICATO SU IL FOGLIO IL 21 NOVEMBRE 2016


Il referendum confermativo del 4 dicembre nei giorni scorsi ci ha offerto una nuova polemica social fra il fronte del Sì e quello del No. I fatti: nei giorni scorsi il comitato ufficiale per il Sì, Basta un Sì, pubblica un breve articolo sulla posizione della CGIL – risalente a un paio di anni fa – sulle riforme costituzionali necessarie per l’Italia, espressa nella tesi congressuale di Susanna Camusso. L’obiettivo, chiaro, è voler mostrare una palese contraddizione fra tale posizione e quella assunta più recentemente dal più grande sindacato italiano, marcatamente schiarato sul No. Infatti il comitato del Sì scrive che nel 2014 la CGIL avrebbe auspicato “il superamento del bicameralismo paritario perfetto con l’istituzione di una camera rappresentativa delle regioni e autonomie locali”, “il riordino delle competenze di Stato e Regioni disciplinate dall’articolo 117 nell’ambito della riforma del Titolo V, a competenza esclusiva statale alcune materie di legislazione concorrente rafforzando la funzione regolatrice nazionale” ed infine una “legge nazionale (…) sulla riforma dell’istituto referendario che introduca il ‘quorum mobile’ (legato all’influenza registrata nell’ultima elezione dell’organismo che ha legiferato)”. In effetti tutte modifiche contenute nella riforma costituzionale su cui siamo chiamati ad esprimerci il 4 dicembre. Al che – il 15 novembre – l’account Twitter della CGIL denuncia una manipolazione del documento, al punto da accusare il comitato del Sì di aver taroccato il testo per farlo apparire più vicino alle proprie posizioni. La convinzione è tale da mettere pubblicamente a confronto le due versioni, come prova provata dell’inganno:

1479741941274Un’accusa grave, quella di aver falsato le fonti per dimostrare in modo fittizio le proprie tesi, che metterebbe in grave imbarazzo – se verificata – il comitato per il Sì. In quanto tale va quindi analizzata nella sua fondatezza.

Zoomando le due immagini a confronto ci si accorge tuttavia della assoluta uguaglianza tra i due documenti, che si differenziano semplicemente per l’impaginazione e la numerazione. Sono due documenti identici, nessun taroccamento. È possibile controllare in prima persona: ecco il documento caricato dal comitato per il Sì e quello della CGIL. Ciò nonostante, vista la durezza del tweet da cui traspare un elevato grado di certezza, è bene andare a fondo e togliersi ogni dubbio. Qui è scaricabile quindi l’intera documentazione conclusiva del XVII congresso del 2014, in cui risultò vincente Camusso: in realtà questo ulteriore documento – nelle parti relative alle riforme costituzionali – appare effettivamente più prolisso e completo, ma non differente nella sostanza. Anche qui ritroviamo, letterali, le proposte sull’abolizione del bicameralismo paritario, l’accentramento delle competenze concorrenti e l’introduzione del “quorum mobile” per i referendum abrogativi. Identiche alle due precedenti versioni. Non solo, il documento differisce da quelli postati su Twitter: sia da quello che la Cgil indica come originale, sia da quello che sarebbe stato taroccato (che, come già scritto, sono identici), i quali probabilmente sono una sintesi rispetto all’originale.

Probabilmente accortisi della buccia di banana, lo stesso account del sindacato qualche ora più tardi ha pubblicato una nuovo foto. Questa volta più recente: si tratta della presa di posizione per il No al referendum, dell’8 settembre scorso. Sintetizzando, una presa di posizione che si esprime in modo favorevole rispetto agli obiettivi della riforma Renzi-Boschi ma non ne condivide le soluzioni concrete individuate. Legittimo, come è legittimo modificare la propria posizione nel corso di due anni: un lasso di tempo enorme in politica. Meno legittimo invece avanzare accuse gravissime senza alcun fondamento. Qualche social media manager avrà probabilmente passato un brutto quarto d’ora.

Quando Camusso si batteva per la riforma costituzionale

Quelli che le sparano grosse sulla Costituente alla prova del fact checking

ARTICOLO PUBBLICATO SU IL FOGLIO IL 10 OTTOBRE 2016.


Povera Assemblea Costituente, tirata per la giacchetta da una parte e dall’altra nel dibattito sul referendum costituzionale, per giustificare il cambiamento oppure per argomentare le ragioni del No. Uno degli ultimi esempi lo abbiamo avuto su La7, a Tagadà. La scena è questa: Gaetano Quagliariello, senatore e professore di storia presso la LUISS, sobbalza sulla sedia alle parole di una giornalista, la quale aveva appena affermato che il bicameralismo paritario – come gran parte della seconda parte della Carta – fosse stato frutto della sfiducia reciproca tra gli schieramenti della DC e del PCI.

Sennò me levano la cattedra di storia, intona Quagliariello in romanaccio iniziando quella che pare una breve lezione di storia in diretta. Il senatore afferma che “Degasperi (allora leader della DC ndr) non è mai intervenuto alla Costituente. La Costituzione Degasperi non l’ha fatta ed è stata votata anche dai comunisti.” Alle orecchie della maggior parte degli ascoltatori probabilmente nulla di strano, tanto che pure la giornalista – seppur polemica – conferma la ricostruzione di Quagliariello.

Tuttavia la realtà dei fatti è diversa. Alcide Degasperi intervenne diverse volte all’Assemblea Costituente. La prima il 25 marzo 1947, riguardo la stesura dell’articolo 5 (che diverrà poi l’articolo 7) sui rapporti Stato-Chiesa. La seconda il 20 dicembre dello stesso anno, riguardo le disposizioni transitorie e finali della nuova Carta. Ulteriori interventi toccarono invece altri temi, ad esempio la ratifica del trattato di Pace stipulato con gli Alleati e di quello relativo all’autonomia di Alto Adige e Trentino.

Chiarito ciò, davvero lo statista trentino non prese parte ai processi decisionali per la formulazione della nuova Costituzione? In effetti, alcuni storici ritengono che Degasperi si sia completamente astratto dai lavori della Costituente. Altri invece – tra cui Paolo Pombeni che ha da poco pubblicato il suo nuovo libro “La questione costituzionale in Italia” per Il Mulino – sostengono che tale scelta fu soppesata e dovuta alla volontà di estraniarsi il più possibile dalla battaglia costituzionale e politica, ritirandosi sul fronte del consolidamento della Repubblica, il vero obiettivo di tutta l’opera politica post-bellica dello statista. Ma non si può certo dire che “Degasperi la Costituzione non l’ha fatta”, come sostiene il Quagliariello, poiché invece se ne occupò eccome ma più nel senso di costruzione del tessuto sociale nell’Italia del secondo Dopoguerra e dell’organizzazione del sistema di potere pubblico, piuttosto che concentrandosi sulle semplici questioni dottrinali del diritto.

Si auspica dunque che il senatore Quagliariello, nel momento in cui tornerà ad essere il professor Quagliariello, abbandoni gli slogan tipici della retorica politica e riabbracci l’approfondimento dovuto agli studenti dall’altra parte della cattedra.

Quelli che le sparano grosse sulla Costituente alla prova del fact checking

La riforma costituzionale fa bene anche alle nostre tasche? La verifica del fact checking

ARTICOLO PUBBLICATO SU IL FOGLIO IL 4 OTTOBRE 2016.


Al 4 dicembre mancano ormai meno di due mesi e il dibattito sugli effetti della riforma costituzionale rimane in primo piano. Molto si è discusso ad esempio dei risparmi attesi nel caso al referendum prevalesse il Sì. Il Governo, così come il Comitato nazionale del Sì, ha annunciato 500 milioni di tagli, mentre il comitato del No – citando un parere della Ragioneria dello Stato per la verità mai reso pubblico – si ostina a ribattere che i numeri sono molto più esigui: solo 57,7 milioni di euro.

Ma cosa ci dicono i fatti? Il taglio dei costi non è certo il punto centrale del testo di riforma costituzionale ma – si sa – i fact checker hanno un debole per i numeri e, ancor più, per la verità. Cerchiamo quindi di valutare, per ogni voce di spesa, il risparmio stimato confrontandolo con le dichiarazioni di Matteo Renzi a Quinta Colonna nella puntata di lunedì 26 settembre.

Prima di iniziare una precisazione: tutti i risparmi sono stati calcolati al lordo dell’imposizione fiscale. Bisogna quindi tenere conto anche di un possibile minor gettito per l’erario, che in alcuni casi raggiunge percentuali non risibili.

INDENNITÀ SENATORI

Cominciamo con il taglio alle indennità dei Senatori: il Presidente del Consiglio promette un risparmio di 42 milioni di euro. Il dato, secondo il bilancio del Senato 2015, è corretto: per la precisione si parla di 42 milioni 205 mila e rotti. Tutto cio è prevsto dall’articolo 9 della riforma costituzionale, il quale garantisce una indennità ai soli Deputati della Camera. Per il momento Renzi è promosso.

RIMBORSI AI SENATORI

Sui rimborsi ai Senatori iniziano i problemi. Il Premier annuncia un taglio di 37 milioni, considerando una loro eliminazione totale. Tuttavia ciò è irrealistico: vista la riduzione del numero dei Senatori (da 315 a 95)  e dell’attività del nuovo Senato i rimborsi si assottiglieranno ma rimarranno. Calcolando dunque il risparmio in proporzione al taglio dei Senatori, si ottiene una cifra intorno ai 24 milioni di euro, distanti dai 37 promessi.

TRASFERIMENTI AI GRUPPI PARLAMENTARI

Altro capitolo: il Premier afferma che dai trasferimenti ai gruppi parlamentari del Senato verranno risparmiati 20 milioni di euro, con un taglio pari al 100 per cento. Renzi è sicuro: “c’è scritto in legge, basta leggere”. Tuttavia, la ministra Boschi l’8 giugno 2016 alla Camera parlava di “riduzione” e non di abolizione totale. Tralasciando la confusione delle dichiarazioni governative, il dato di fatto è che i trasferimenti ai gruppi parlamentari rimarranno in essere, anche se in forma minore: questa voce di spesa, essendo normata dal regolamento del Senato (all’articolo 16) e non dalla Costituzione, non viene toccata dalla riforma. Tenendo conto perciò della riduzione del numero dei Senatori, i risparmi potrebbero aggirarsi attorno ai 14 milioni euro. Ancora numeri distanti da quelli del Governo.

SPESE PER IL PERSONALE

Sulle spese per il personale del Senato il discorso si fa più complicato. Il Presidente parla infatti di un risparmio di 20 milioni, su una spesa totale di 120 milioni di euro. Tuttavia l’esborso si divide tra i salari dei dipendenti a tempo indeterminato (per 100 milioni), che non potranno essere tagliati se non nel lungo periodo, e gli stipendi di personale precario (circa 16 milioni, Renzi li riporta sotto la voce “segreterie istituzionali”). Solo quest’ultima potrà essere erosa nel breve periodo, con un risparmio di circa 12 milioni di euro, calcolato mantenendo i rapporti utilizzati per calcolare la riduzione dei rimborsi ai Senatori e dei trasferimenti ai gruppi. Se prendiamo invece in considerazione un periodo più lungo, le spese si assottiglieranno in modo più deciso: verrà infatti istituito un ruolo unico dei dipendenti del Senato e della Camera e verrà favorita la messa in comune di servizi e attività (articolo 40 comma 3 della riforma), aumentando l’efficienza.

CNEL

Il Consiglio Nazionale Energia Lavoro verrà abolito dal giorno dopo il referendum; è uno dei pochi cambiamenti che entrerebbero da subito a regime, e non soltanto dopo il termine della legislatura. Il bilancio disponibile sul sito dell’ente certifica poco meno di 9 milioni di spese. Ed è esattamente quanto il segretario PD correttamente comunica. Curiosità: Maria Elena Boschi aveva tuttavia parlato alla Camera di un risparmio di 20 milioni, e non di 9. Perché questa discrasia? Probabilmente per via di dati non aggiornati al Ministero per le Riforme. Il costo del CNEL è stato infatti ridotto di circa 10 milioni di euro dalla legge di stabilità 2015, arrivando perciò agli 8,7 milioni odierni. Certo tale scarsa accuratezza (fortunatamente oggi corretta) non può che gettare in ombra gran parte dei dati forniti dal Governo in materia.

PROVINCE

Sul tema province regna l’incertezza. Matteo Renzi promette 350 milioni di taglio ai costi della politica, in realtà già contabilizzati a bilancio grazie alla legge Delrio (n. 56/2014), che ha eliminato gli organi elettivi di questi enti locali. Il Premier tuttavia afferma che questi risparmi verrebbero persi in caso di vittoria del No al referendum: la legge Delrio in più punti rimanda infatti ad una futura riforma del Titolo V e della seconda parte della Costituzione. Il Governo pare quindi alludere al rischio di ricorsi volti a ripristinare il precedente sistema organizzativo in caso di fallimento della riforma. Vari costituzionalisti interpellati direttamente – anche favorevoli al Sì – non credono tuttavia possibile un simile scenario. Da parte sua Roberto Perotti, ex consulente per la spending review,  ha affermato in un’intervista: “I risparmi dall’abolizione delle Province sono esclusi: sono già stati attuati e conteggiati, non si può utilizzarli due volte.” Ma, al netto di tutto ciò, a quanto ammonterebbero le minori spese? Anche su questo i dati non sono certi. Renzi parla di 350 milioni, Boschi di 320, Delrio nel 2014 dichiarava 160 milioni, lavoce.info 113 milioni, la Corte dei Conti dai 100 ai 150 milioni. La parola definitiva la mette lo stesso Ministero per le Riforme, che getta la spugna e scrive alla Commissione Affari Costituzionali della Camera che i risparmi “non sono quantificabili” e che potranno essere quantificati “solo a completa attuazione della […] legge” Delrio.

RIMBORSI GRUPPI CONSIGLI REGIONALI

A Quinta Colonna il segretario PD quantifica in 36 milioni i risparmi derivanti dall’abolizione dei rimborsi ai gruppi nei Consigli regionali. Il taglio sarebbe immediatamente esecutivo, secondo l’articolo 40 comma 2 della riforma costituzionale. Su questo hanno ben lavorato gli amici di OpenPolis, che quantificano i rimborsi ai gruppi regionali in oltre 30 milioni all’anno, sulla base di dati del 2014 (2012 per la Regione Sardegna). Per la precisione il risparmio – spiegano – si aggirerebbe attorno ai 31-32 milioni, non lontani dai 36 di Renzi, se si tiene conto di un certo margine di errore dovuto all’ampia quantità di dati.

STIPENDIO CONSIGLIERI REGIONALI

Ultimo capitolo, quello degli emolumenti percepiti dai Consiglieri regionali. Essi dovrebbe essere adeguati   “nel limite dell’importo di quelli attribuiti ai sindaci dei Comuni capoluogo di Regione”, come recita l’ultimo comma dell’articolo 35 della riforma costituzionale. Il Presidente del Consiglio promette 36 milioni di risparmi da questa voce di spesa. Ma, come ci ricorda il servizio studi della Camera dei Deputati, questo taglio si applicherebbe alle sole regioni a statuto ordinario, in attesa che quelle a statuto speciale e le province autonome aggiornino i rispettivi statuti. Inoltre – dato ancora più rilevante – l’applicazione pratica non sarà immediata ma rimandata ad una successiva legge ordinaria, approvata con metodo bicamerale (come regolato dal nuovo articolo 70).

Tuttavia la realtà è che il risparmio sarà effettivo solo se il termine “emolumenti” verrà interpretato come comprensivo di indennità di carica, indennità di funzione e pure rimborsi spese. I dati, anche in questo caso, sono spesso disorganici e confusi. Ci affidiamo perciò a un’infografica del Secolo XIX pubblicata a gennaio, una delle poche fonti più o meno attendibili e complete reperibili in rete. Dopo qualche calcolo – considerando il termine “emolumenti” omnicomprensivo – si ottiene che la minore spesa potrebbe essere quantificata in circa 20 milioni; tenendo conto di un certo margine di errore, l’ordine di grandezza appare comunque distante dai numeri forniti da Matteo Renzi. Invece, nel caso in cui fossero tagliate le sole indennità e lasciati invariati i rimborsi spese, i risparmi sarebbe davvero esigui, se non in alcuni casi addirittura negativi con ulteriori possibili esborsi a carico dei contribuenti.

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Siamo dunque al bilancio finale. Escludendo i capitoli relativi alle province e agli stipendi dei Consiglieri regionali, troppo incerti per una comparazione, i risparmi per il Governo ammontano a 164 milioni; quelli calcolati nel corso dell’articolo 133. Una differenza di 31 milioni, il 19 per cento.

Questi, dunque, i fatti. Il giudizio, come sempre, ai lettori.

Articolo scritto assieme a Francesco Armillei

La riforma costituzionale fa bene anche alle nostre tasche? La verifica del fact checking

C’è stata davvero #lasvoltabuona? Cosa ha fatto e cosa no Renzi in due anni e mezzo

Articolo pubblicato su Il Foglio il 15 settembre 2016.


Il Governo nei giorni scorsi ha pubblicato 30 slide per dimostrare l’efficacia della propria azione politica. Il gioco è semplice: si prende un dato relativo al 2014, anno di insediamento, e lo si compara con il relativo livello attuale. C’è un po’ di tutto: dall’occupazione, agli accessi ai musei, alla banda larga, fino agli investimenti esteri. Ma altre slide sono ancora più interessanti, quelle delle promesse che il premier annunciò il 12 marzo 2014, nella roboante conferenza stampa che verrà ricordata – fra tutto il resto – per il bonus 80€ ai lavoratori dipendenti e per l’hashtag #lasvuoltabuona. Si trattava di annunci per i primi 100 giorni, verifichiamo con un fact checking quali sono stati mantenuti e gli effetti anche sui nostri giorni.

Iniziamo dalla slide numero 5. Primo obiettivo: recuperare 50 posizioni (dal 65° del 2014 al 15° nel 2018) nel “Doing Business Index”, del World Bank Group. Si tratta di un ranking in grado di misurare l’attrattività economica di un paese. Nel 2015 l’Italia si posizionò al 44esimo posto, recuperando ben 21 posizioni in un solo anno; nel 2016 tuttavia perde una posizione, peggiorando tutti i criteri al di fuori di un consistente passo in avanti sulla regolamentazione del mercato del lavoro (effetto Jobs Act?). Secondo il ranking, il nostro paese è affossato in particolare dal complicato accesso al credito, dalla pressione fiscale (137esimo posto su 189!) e dalla regolamentazione dei contratti. Lo spettro temporale è il 2018, oggi possiamo solo dire che con questo ritmo l’obiettivo del 15esimo posto non sarà raggiunto.

La seconda promessa è una nuova legge elettorale, quello che sarà l’Italicum. Nelle slide viene descritta, ancora sotto forma di disegno di legge approvato in prima lettura, con queste caratteristiche: “mai più larghe intese”, “chi vince governa 5 anni”, “stop ai ricatti dei micro-partiti” e “candidati legati al territorio”. Effettivamente i primi tre impegni vengono – potenzialmente, perché le regole non risolvono i problemi politici – mantenuti, grazie al ballottaggio e al premio alla lista; mentre, sul quarto punto potrebbero esserci dei dubbi, vista la scelta dei capilista bloccati. Ad ogni modo, la legge attende un giudizio di costituzionalità dalla Corte e sempre più spesso si parla di modifiche. Staremo a vedere.

Le slide successive riguardano invece la riforma della Costituzione, proprio quella oggi in attesa di referendum. Qui gli impegni furono l’abolizione del bicameralismo paritario, il taglio dei senatori, un procedimento legislativo più veloce, la riforma del Titolo V e l’abolizione del CNEL e delle province. Ci siamo, sempre che Renzi riesca a vincere il referendum in autunno.

Slide 15. Raffaele Cantone viene proposto come presidente della Autorità Nazionale Anticorruzione. Promessa mantenuta il mese successivo.

Andiamo avanti, passiamo alle auto blu. “Venghino signori venghino”, così parlò Matteo Renzi annunciando un’asta di 100 autoblu su Ebay. Risultati ad oggi? Grazie a questa ed aste successive Palazzo Chigi certifica 107 auto vendute e 857.508 euro di ricavi. Non solo: il 25 settembre 2014 la Ministra Madia ha emesso un decreto per tagliare le auto blu dedicate agli enti nazionali, imponendo un tetto massimo di 5 auto. Insomma: con tempi un po’ più lunghi del previsto, il risultato è raggiunto.

Altra slide, altra promessa: finalmente si tocca l’economia. Renzi promise lo sblocco “immediato e totale” del pagamento dei debiti della Pubblica Amministrazione, annunciando 68 miliardi di euro alle imprese entro luglio. Non tutti soldi stanziati da Renzi, anzi. Prima di tutto la cifra dei 68 miliardi non ha più riscontro nemmeno nelle comunicazioni del Governo (si parla invece di 56), in secondo luogo bisogna tenere conto dei 47,2 miliardi già stanziati dai Governi precedenti; il nuovo Esecutivo stanziò perciò soltanto 9,3 miliardi di fondi aggiuntivi. Nonostante ciò, la scadenza del pagamento totale alle imprese è prima passata da luglio a settembre, fino a far perdere le proprie tracce. Oggi la pagina del sito del Ministero dell’Economia dedicata al monitoraggio della restituzione dei debiti non è più aggiornata da luglio 2015. I dati di allora indicano come su 56 miliardi stanziati 44,6 sono stati resi disponibili e 38,6 effettivamente erogati ai creditori. Il Mef afferma quindi che “rispetto al picco del debito, stimato dalla Banca d’Italia a fine 2012 in circa 91 miliardi, risulterebbe assorbita dagli enti debitori una somma corrispondente a […] poco più della metà del debito complessivo”, precisando inoltre che oltre alle risorse aggiuntive stanziate dal Governo gli enti debitori hanno potuto fare fronte al debito anche con fondi propri. Il Ministero ha ormai aperto un nuovo fronte per affrontare il tema: la fatturazione elettronica entro 30 giorni. Ad oggi ad utilizzarla con frequenza sono il 35 % degli enti pubblici, per un pagamento medio entro 46 giorni. Renzi affermò in conferenza stampa che questo provvedimento è “fondamentale per dare un segnale che lo Stato rispetta i patti”. Nonostante ciò – anche per la mancata trasparenza – la promessa non è mantenuta.

Procediamo. “Rafforzare il fondo di garanzia per il credito” per le PMI. In effetti il Ministero per lo Sviluppo Economico certifica che nel 2014 le domande di credito accolte sono aumentate dell’11,7 %rispetto all’anno precedente; pure i finanziamenti – pari a 8,4 miliardi – aumentarono di quasi il 20 %. Trend che si confermò anche nel 2015: +19 % di domande accolte e 10,2 miliardi di finanziamenti garantiti. Impegno mantenuto.

Passiamo ora a edilizia scolastica e tutela del territorio. Renzi promise 3,5 miliardi di euro per la prima e 1,5 per la seconda. Per l’edilizia scolastica – fra risorse fresche e sblocco di fondi già stanziati – la struttura di missione della Presidenza del Consiglio certifica 4,2 miliardi di fondi mobilitati a maggio 2016, grazie ai vari progetti “Scuole Nuove”, “Scuole Belle”, “Scuole Sicure”, “Mutuo Bei”, “Fondo Kyoto”, “Sblocca Scuole”, l’intervento della “Buona Scuola” ed i finanziamenti dei Fonti Strutturali Europei. Sulla tutela del territorio invece dalla nascita della struttura di missione competente sono stati sbloccati 642 cantieri in tutto il territorio per 1,07 miliardi di euro spesi. Per quanto riguarda la prevenzione delle alluvioni nelle grandi città, con il Piano nazionale 2015-2020 contro il dissesto idrogeologico sono stati messi a disposizione 1,3 miliardi. Il tempo dirà come e quanti di questi fondi verranno spesi, per ora le premesse ci sono tutte: certo è che se ancora una volta i soldi non verranno effettivamente spesi la politica perderà definitivamente di credibilità su questo tema.

Inizia il capitolo tasse: -10 % delle aliquote Irap per le aziende e rimodulazione della tassazione sulle rendite finanziarie dal 20 al 26 % entro il primo maggio 2014. Promessa che fu apparentemente mantenuta con il decreto legge n. 66/2014, emanato ad aprile. Tuttavia il taglio Irap non diverrà mai realtà; nella legge di stabilità 2015 infatti la riduzione viene modificata nella forma ed applicata al solo lavoro a tempo indeterminato, una misura da 5 miliardi. Il taglio per il 2014 invece previsto dal decreto n. 66 non verrà mai applicato, facendo perdere 2 miliardi di sconto fiscale alle imprese. Impegno mantenuto a metà, con l’aggravio dell’incertezza fiscale per le imprese.

Slide 25: “-10% costo dell’energia per le PMI, entro il primo maggio 2014”. Ufficializzato con il decreto legge competitività, i cui decreti attuativi furono pubblicati solo a metà ottobre, diversi mesi in ritardo rispetto alla dead line. Si diffusero inoltre critiche per via della copertura: taglio – anche retroattivo – agli incentivi per le rinnovabili.

Arriva il pezzo forte. +1.000 euro netti all’anno a chi guadagna meno di 1.500 € al mese. Tutti sappiamo come è andata a finire: impegno mantenuto e apprezzato.

Slide 28. Il programma europeo Garanzia Giovani, rivolto ai giovani che non lavorano e non studiano (i Neet), partì ufficialmente l’1 maggio 2014, come annunciato da Renzi. Il miliardo e mezzo di copertura sono fondi europei. Tuttavia i risultati non saranno esaltanti: oggi – a più di due anni dal lancio – i giovani registrati al portale sono 1.118.253, quelli presi a carico 742.351 e 375.528 coloro a cui è stata offerta almeno una misura di formazione e lavoro (dati aggiornati al 4 agosto 2016). Soltanto 1 su 3.

Renzi non lasciò a bocca asciutta nemmeno la ricerca. Anzi, annunciò il raddoppio del credito d’imposta per giovani ricercatori, misura che dovrebbe portare a “100.000 occupati” aggiuntivi nel settore entro il 2018. La misura fu prevista in legge di stabilità ed a maggio 2015 finalmente arrivò il decreto attuativo. Ma le conseguenze sull’occupazione non sono ancora verificabili: nel 2013 si trattava del 3,9 % degli occupati. Vedremo.

Ed infine il Jobs Act, con la “semplificazione dell’apprendistato”, un “nuovo codice del lavoro in 6 mesi” e la “tutela delle donne in maternità”. Provvedimento approvato sotto forma di legge delega il 10 dicembre 2014.


Insomma, se è possibile tentare un bilancio bisognerebbe affermare che i capisaldi di quella conferenza stampa sono stati realmente rispettati e implementati nelle politiche pubbliche del governo. Se qualcosa si è perso per strada, oltre a diversi termini temporali non rispettati, è semmai la spinta propulsiva e propositiva dell’esecutivo. E per ritrovarla non basteranno delle slide.

C’è stata davvero #lasvoltabuona? Cosa ha fatto e cosa no Renzi in due anni e mezzo

Quello che Tremonti non dice su referendum e competenza legislativa sull’Europa

Articolo pubblicato su Il Foglio il 9 settembre 2016.


Il 2016 assomiglia al XV secolo. Così sostiene Nate Silver, lo statistico americano del blog FiveThirtyEight, che compara la fase attuale agli anni di Johannes Gutenberg e dell’invenzione della stampa a caratteri mobili. Perché? Per via dell’aumento esponenziale della nostra capacità di comunicare e scambiarci informazioni, aumento paragonabile – in termini relativi – ai decenni successivi al 1455: oggi come allora l’uomo vive una fase di sovraesposizione all’informazione.

In un contesto simile diviene fondamentale analizzare e selezionare al meglio le informazioni su cui basare le proprie scelte. La rete d’altronde, oltre a inondarci di dati e di comunicazione, ci offre anche la possibilità di valutare la qualità e la fondatezza delle informazioni che riceviamo. A questo serve il fact checking, ossia la verifica delle informazioni e dei dati citati, pratica giornalistica particolarmente diffusa nel mondo anglosassone ed oggi ormai diffuso anche in Italia.

Come il fact checking, anche le risposte a tempo – asciutte e precise – del nuovo programma Rai “Politics di Gianluca Semprini nascono e si diffondono prima di tutto in America. Durante la puntata d’esordio, proprio nel corso di una di queste risposte, l’ospite Giulio Tremonti ha dichiarato (qui il video) che l’economia italiana, in caso di vittoria del Sì al referendum costituzionale, “cambia in peggio, perché tutta la competenza legislativa sull’Europa è affidata a un Senato, nominato da Comuni e Consigli regionali, che mette insieme 100 persone a cui dai un potere sconfinato sull’Europa senza neanche avere una maggioranza a cui chiedere la fiducia. Il Senato ha integrale, paritetica competenza legislativa sull’Europa”.

Proviamo ad analizzare questa dichiarazione; l’ex Ministro dell’Economia si riferisce alla riforma della Costituzione sottoposta a referendum confermativo (testo) ed in particolare all’articolo cost. 70 riformato, quello sul procedimento legislativo. Tale articolo differenzia le competenze di Camera dei Deputati e Senato della Repubblica andando a comporre un bicameralismo differenziato, prevedendo a proposito di Europa che “le norme generali, le forme e i termini della partecipazione dell’Italia alla formazione e all’attuazione della normativa e delle politiche dell’Unione europea” e “le leggi che autorizzano la ratifica dei trattati relativi all’appartenenza dell’Italia all’Unione europea” abbiano procedimento bicamerale paritario, con medesima competenza fra Camera e Senato (come è oggi). Ciò significa che il Senato godrà di competenza integrale su ogni atto riguardante l’Unione Europea e le sue direttive? La dichiarazione di Tremonti è stata se non altro poco specifica e nei peggiori dei casi sospettosamente opaca. Secondo la riforma della Costituzione, sarebbero di competenza bicamerale paritaria i futuri disegni di legge di modifica dell’attuale legge n. 234/2012, che (guarda caso) si intitola proprio “Norme generali sulla partecipazione dell’Italia alla formazione e all’attuazione della normativa e delle politiche dell’Unione europea” (essa stessa modifica delle leggi n. 11/2005 e n. 86/1989, tre interventi legislativi in quasi 30 anni) ed i trattati relativi all’appartenenza all’Unione Europea. Verrebbero perciò esclusi dal procedimento bicamerale paritario tutti i restanti atti di legge riguardanti l’Unione Europea e derivanti dal diritto comunitario, a partire dalle leggi annuali sulla delegazione europea e dalla legge europea, che regolano nel concreto come i singoli regolamenti e direttive europei vengono applicati nel nostro Paese. Al contrario di quanto Giulio Tremonti pare affermare.

Quello che Tremonti non dice su referendum e competenza legislativa sull’Europa

Quante balle sul referendum costituzionale (18 in 30 minuti)

EDIT 30/08/2016: Il Foglio ha pubblicato (inaspettatamente!) uno stralcio di questo post nella sua versione cartacea di sabato 27 agosto, eccolo qui.


Come forse qualcuno di voi saprà, il deputato Alessandro Di Battista – uno dei leader del Movimento 5 Stelle – ha deciso di girare l’Italia con uno scooter per spiegare le ragioni del No alla riforma costituzionale. Benissimo diranno alcuni, finalmente si entra nel merito delle questioni. Così potrebbe sembrare, fino a che non si ascolta uno dei comizi del deputato in giro per l’Italia. Trenta minuti pieni zeppi di slogan, di urla, di risposte populiste e demagogiche e di vere e proprie mezze bugie. Non dimentichiamoci d’altronde che Di Battista era entrato con tutti gli onori nella classifica globale del New York Times sulle bugie più imbarazzanti del 2014.

Quindi chiediamoci: ha davvero senso organizzare una campagna referendaria di questo tenore? Di ragioni per votare No al referendum costituzionale ve ne sono, legittime ed alcune persino condivisibili. Perché abbandonarsi agli slogan? Si ritengono forse troppo difficili e complicate per il “popolo” le argomentazioni tecniche e contenutistiche?

Sull’esempio dell’ottimo sito di fact-checking Pagella Politica, ho così deciso di analizzare minuto per minuto il comizio di Di Battista a Orbetello dello scorso 7 agosto, prima tappa del tour coast-to-coast che lo aspetta, evidenziando le falsità e mezze bugie (con vari gradi di gravità: bufala – bugia – mezza bugia – mezza verità) e pure alcune tra le più palesi contraddizioni (distinguendo fra le due: le prime sono chiare oggettive, le seconde invece dipendono dalla sensibilità di ciascuno). Certo, l’autore (cioè il sottoscritto) è di parte ed ha una chiara idea che risalta in vari passaggi. Per questo ho inserito le fonti delle risposte e per questo ciò che vi consiglio è di leggervi il testo della riforma costituzionale e di non fidarvi di nessuno, men che meno del sottoscritto. Il dubbio è la migliore arma per informarsi. Ecco dunque cosa ne è venuto fuori.

BUGIA 0:19[…] Premier non eletto da nessuno […]” – questo ormai è un cult. È necessario tuttavia far notare che la Costituzione italiana prevede una Repubblica parlamentare, in cui il Presidente del Consiglio viene nominato dal Presidente della Repubblica e successivamente fiduciato dal Parlamento. Lo enuncia l’articolo 94 della Costituzione italiana, che non è oggetto di modifiche in sensi differenti dalla riforma costituzionale.

BUGIA 1:26“[…] l’obbligo di discussione delle leggi di iniziativa popolare (cosa sono) in Parlamento […]” – si tratta di una delle modifiche proposte dalla riforma costituzionale, benché Di Battista sembri ignorarlo. La trovate al nuovo articolo 71 della Costituzione.

BUGIA 1:27 “[…] referendum propositivo […]” – altra novità della riforma costituzionale, che il deputato Di Battista spaccia per una proposta del Movimento. La trovate sempre al nuovo articolo 71.

BUGIA 1:30 “[…] referendum con quorum più basso, per ascoltare i cittadini […]” – come le precedenti, altra novità della riforma costituzionale che prevede un quorum più basso per i referendum abrogativi (cosa sono) che raggiungono le 800 000 firme raccolte. Secondo il nuovo articolo 75 (e non art. 71 come precedentemente ed erroneamente indicato, grazie a Emanuele Falzarano per la precisazione).

MEZZA BUGIA 1:49 “Pensate che modificando la Costituzione hanno inserito la possibilità ai cittadini di abolire le pensioni d’oro, con un referendum di abolire Equitalia o con un referendum di proporre il reddito di cittadinanza? Assolutamente no” – come Di Battista sa ma non dice, per attuare queste novità costituzionali servirà una legge ordinaria, come è servita per attuare le disposizioni costituzionali del 1948 sui referendum abrogativi (cioè la legge 352/1970). Ogni dettaglio sarà chiarito una volta approvata tale legge, non certamente oggi come il deputato fa furbescamente apparire.

MEZZA BUGIA 3:25-3:55“Questi hanno cambiato la Costituzione essendo alla Camera dei Deputati abusivi e incostituzionali” […] “La Consulta quando bocciò il Porcellum disse: <<Questo Parlamento è di fatto abusivo, deve fare il minimo indispensabile, deve fare una nuova legge elettorale e poi portarci ad elezioni>>” – eccoci ad uno dei picchi della mistificazione di Di Battista. Nel suo discorso si riferisce alla pronuncia della Corte Costituzionale (cosa è) in riferimento alla vecchia legge elettorale, considerata incostituzionale. Tuttavia la Corte nella sua sentenza (n. 1/2014) ha chiarito che questa decisione non avrà alcun effetto sulle decisioni prese in passato e in futuro dal Parlamento, sebbene questo fosse stato eletto con una norma considerata incostituzionale. Cito: “È pertanto fuori di ogni ragionevole dubbio – è appena il caso di ribadirlo – che nessuna incidenza è in grado di spiegare la presente decisione neppure con riferimento agli atti che le Camere adotteranno prima di nuove consultazioni elettorali.” Per il fatto che alcuni giuristi (non molti) sostengono la tesi di Di Battista, si becca solo una “mezza bugia”.

BUFALA 3:30 – “Il Partito Democratico ha preso meno voti del Movimento 5 Stelle (alle elezioni politiche del 2013)” – altra balla senza se e senza ma, come ben spiega Il Post nel 2013 alle elezioni politiche il PD ottenne 8 932 615 voti contro i 8 784 499 del Movimento 5 Stelle. Se non vi fidate controllate pure i dati ufficiali del Ministero dell’Interno.

BUGIA 3:54“Costoro hanno cambiato la Costituzione da soli, a colpi di maggioranza” – ecco una nuova imprecisione: nei primi passaggi ma comunque per diversi mesi la riforma della Costituzione è stata votata e condivisa anche da Forza Italia. Ad esempio il Senato il 7 agosto 2014 ha approvato la riforma con 188 voti a favore, 33 contrati e 9 astenuti; parliamo quindi di più dell’81% a favore, non proprio una maggioranza ristretta.

CONTRADDIZIONE 4:07“Se personaggi come Verdini (chi è) che hanno più condanne che elettori sostengono il fronte del Sì un motivo ci sarà” – (questa, lo sottolineo, è una mia riflessione personale, non un fact checking delle dichiarazioni del deputato) Riiniziamo a giocare a chi sostiene cosa? Nei mesi scorsi i fronti del Sì e del No si sono dilaniati sulla questione, soprattutto dopo una dichiarazione (per me, fuori luogo) della Ministra Boschi che faceva notare come nel fronte del No comparisse anche CasaPound. Forse è meglio discutere del merito della riforma invece che soffermarsi su polemiche sterili come questa, che evidenziano endorsement imbarazzanti da una parte e dall’altra.

CONTRADDIZIONE 5:12“Mentre la Boschi, oggi credo che sia a Pistoia, figuratevi le scorte, incredibile no, ci sono più poliziotti che cittadini ad ascoltarla, anzi ci sono quelli fuori che le uova gliele vorrebbero tirare addosso” – Altra mia riflessione, perdonatemi: se ci sono cittadini che vogliono tirare le uova a un personaggio pubblico – politico o no – forse è meglio che la scorta ci sia per mantenere l’ordine pubblico.

MEZZA VERITA’ 5:52“A Viareggio dove c’è stata quella strage (che strage?) che rimarrà impunita perché costoro non hanno mai modificato le leggi vergognose di Berlusconi sulla prescrizione (cosa è)” – non è proprio così. La Camera dei Deputati ha approvato la riforma della prescrizione il 24 marzo 2015, ora si dovrà attendere l’esame del Senato. Per puntualizzare: se la riforma costituzionale fosse legge oggi, abolendo il bicameralismo paritario (cosa è) e quindi l’infinito ping pong tra le due camere, oggi questo provvedimento sarebbe già in vigore.

BUGIA 7:11“Questi sono i personaggi che seguono il Piano di Rinascita Democratica di Licio Gelli (cosa è), perché le riforme costituzionali di Renzi-Boschi-Verdini questo vogliono fare” – il Piano di Rinascita Democratica prevedeva si una riforma del bicameralismo paritario (“ripartizione di fatto, di competenze fra le due Camere, con la funzione politica alla Camera dei Deputati e la funzione economica al Senato della Repubblica”) ma non nel senso della riforma costituzionale attuale. Anche in questo caso Di Battista fa disinformazione.

CONTRADDIZIONE 7:16“Flavio Carboni (chi è) era lo stesso che papà Boschi (il padre della Ministra delle Riforme Costituzionali Maria Elena Boschi) incontrava di nascosto per chiedere consigli” – forse le colpe dei padri ricadono sui figli? Non certo in un paese democratico come l’Italia, in cui al deputato Di Battista è legittimamente permesso fare politica attiva nonostante il padre sia dichiaratamente fascista (come mostra questo video), e per fortuna.

CONTRADDIZIONE 10:02“È fondamentale la comprensione di un testo, perché quando c’è confusione ci sono acque torbide, e quando ci sono acque torbide i truffatori pescano meglio, è normale!” – finalmente Di Battista torna al merito della riforma costituzionale. La chiarezza e la semplificazione normativa sono tuttavia cavalli di battaglia della riforma costituzionale, grazie alla maggiore velocità del procedimento legislativo e alla diminuzione dei passaggi parlamentari e burocratici necessari per approvare una legge. Come scrissi qualche tempo fa in questo post, questo potrebbe proprio essere un effetto positivo della riforma: “In questo modo i processi decisionali potranno diventare più snelli, veloci e trasparenti […], elementi che a detta degli esperti sono condizioni per la riduzione del clientelismo ed in ultima istanza della corruzione.”

MEZZA BUGIA 10:115 – 16:43 – In questo minutaggio Daniela, una volontaria, legge il nuovo articolo 70 della Costituzione proposto dalla riforma. Si tratta dell’articolo che illustra il nuovo procedimento legislativo, cioè il modo in cui verrà approvata una legge nel caso in cui vincesse il Sì al referendum. Di Battista – come tanti altri esponenti del No – evidenzia in modo critico la lunghezza del testo e la sua complessità tanto da chiedere al pubblico se qualcuno abbia compreso il significato. È tuttavia palese che se si vuole differenziare il ruolo di Camera e Senato – per abolire il bicameralismo paritario – è necessario spiegare nel dettaglio cosa fa uno e cosa fa l’altro. Questo, ovviamente, richiede ben più parole che scrivere semplicemente “La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere”, come prevede l’attuale Costituzione. In conclusione, il procedimento si fa più complicato? Sì. Sarà più difficile seguire i lavori del Parlamento? Sì. Ma quando si parla di leggi il punto non è tanto la complessità, quanto la chiarezza; e il nuovo articolo 70 è un capolavoro in questo. Per dimostrarlo ho deciso di spiegarlo a mie parole: se riesce a comprenderlo uno studente di 20 anni avranno forse difficoltà i giuristi e gli esperti del Parlamento? Non credo proprio. Qui trovate il testo del nuovo articolo e qui la mia spiegazione a parole semplici.

MEZZA VERITA’ 10:54“Quei rimborsi elettorali che il Movimento 5 Stelle non tocca” – vero, il Movimento 5 stelle ha rinunciato nel 2013 ai rimborsi elettorali che gli erano dovuti, in tutto 42 782 512,50 €. Un gesto che va riconosciuto e per cui vanno applauditi; tuttavia gli esponenti di M5S si dimenticano di ricordare come una legge del governo Letta, nel 2013, abbia abolito completamente e in modo strutturale i rimborsi elettorali ai partiti dal prossimo anno e previsto forme di finanziamento che i cittadini potranno attivare volontariamente; qui un approfondimento per gli interessati. Inoltre all’epoca del rifiuto da parte di M5S dei 42 milioni di € di rimborsi, il Movimento non ne avrebbe avuto diritto per via della mancanza di uno statuto pubblico (come indicatomi da @mmpbowen). Quindi una nuova mezza verità per Di Battista.

MEZZA BUGIA 13:25“Pensate che il Senato è stato abolito? No, il Senato resta, sono stati aboliti i cittadini che votano” – eccolo un altro slogan demagogico. Col nuovo Senato infatti i cittadini potranno dare un mandato molto più forte ed influente alla Camera ed al Governo, mentre i senatori verranno eletti “in conformità alle scelte espresse dagli elettori” (come recita il nuovo articolo 57) tra i consiglieri regionali, eletti con preferenze. Inoltre in Gran Bretagna, in Francia e in Germania sono previste camere alte – come è il Senato – elette non direttamente dai cittadini ma da loro rappresentanti. Di Battista forse pensa che questi stati funzionino peggio e siano meno democratici dell’Italia? Se è così, lo dica.

BUGIA 17:45“Il Senato non sarà eletto da nessuno” – vedi la risposta precedente.

CONTRADDIZIONE 18:10 – (i senatori) “potranno loro mettere mano alla Costituzione, cioè una futura modifica della Costituzione potrà passare solo attraverso questo nuovo Senato non eletto da nessuno che dovrebbe autolimitare questi poteri o auto intervenire su sé stesso. Questo significa mettere la pietra tombale sulla possibilità di inserimento in futuro nella Costituzione di norme che vogliono tutti gli italiani” – qui proprio il discorso di Di Battista non si comprende. Perché mai dovrebbe essere la pietra tombale? Il fatto che il nuovo Senato avrà competenza sulle revisioni costituzionali è una forma di garanzia rispetto a modifiche della Costituzione affrettate e non condivise. Se i senatori attuali hanno votato per autoabolirsi (da 315 passeranno a 100, senza stipendio), tutto è possibile.

BUFALA 18:35“Il dimezzamento delle diarie, che sono 10 000 € lordi, noi vogliamo dimezzarle. Così si interviene sui costi della politica. Sappiate che se vincerà il Sì non si potrà più modificare la Costituzione.” – 1) le diarie (cosa sono) non sono in Costituzione, ma nei regolamenti delle camere; 2) per la confutazione dell’eventuale impossibilità futura di modifica costituzione, leggi sopra.

BUGIA 19:30“Ci hanno dato lo zuccherino del bonus 80 € (cosa è) e poi hanno fatto il Jobs Act (cosa è) che ha distrutto di fatto il lavoro, il diritto costituzionale al lavoro”– distrutto il diritto al lavoro?! Ecco i dati Istat, quelli veri.

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Dati Istat sull’occupazione in Italia da giugno 2015 a giugno 2016. Valori in milioni.

 

BUFALA 19:50 * – “E contemporaneamente fregatura attraverso l’innalzamento delle tasse oppure la prosecuzione del lavoro di Equitalia” – ancora una volta i dati Istat dicono altro caro Di Battista: la pressione fiscale in Italia era al 43,5 % nel 2012, al 43,4 % nel 2013, al 43,1 % nel 2014 (secondo il Ministero dell’Economia).

CONTRADDIZIONE 22:03“Qui accettiamo il bonus di qualche senatore in meno, in cambio del diritto di votare il Senato” – come già dimostrato, diritto che non esiste in paesi come Gran Bretagna, Francia e Germania. Siamo davvero più democratici di questi paesi? Il Senato non si eleggerà più tramite suffragio universale perché viene ampiamente depotenziato, a partire dal voto di fiducia al Governo che non gli è più conferito.

MEZZA BUGIA 22:11 – “Il tutto fatto da maggioranza abusiva e incostituzionale” – vedi risposta del minuto 3:25-3:55.

BUGIA 22:18“L’hanno modificata a colpi di maggioranza” – ancora, vedi la risposta del minuto 3:54.

CONTRADDIZIONE 23:21 “Questo articolo 70 aprirà a quelli che vengono chiamati conflitti di attribuzione, cioè litigate tra un presidente della Camera e quello del Senato” – in realtà su questo punto il dibattito fra i costituzionalisti è aperto. Infatti la divisione delle competenze del Senato e della Camera è stata effettuata seguendo le tipologie legislative, e non le materie, che altrimenti aprirebbero si a rischi di confusione e litigi. Si tratta di una differenza giuridica sostanziale, che ho tentato di spiegare nell’illustrazione a mie parole del nuovo articolo 70, qui.

BUFALA 23:52“Una vera legge anti-corruzione, non la buffonata che hanno fatto con Verdini” –  questa è proprio una balla. Quando è stata approvata la legge anti-corruzione (cioè la legge 69/2015) il gruppo parlamentare creato da Denis Verdini dopo la fuoriuscita da Forza Italia non era ancora nato – verrà presentato due mesi dopo – ed i suoi componenti iniziali (Barani, Mazzoni, Longo, Compagnone, D’Anna, Falanga, Conti, Langella, Scavone, oltre a Verdini) non votarono a favore di quella legge, al di fuori di Pietro Langella. Potete controllare voi stessi qui, sull’ottimo sito OpenParlamento.

In conclusione ci tengo a rispondere all’ultima accusa del deputato Di Battista, la più importante, per cui questa riforma indebolirebbe o addirittura abolirebbe la sovranità popolare. Ne siamo sicuri?

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Il casco del tour di Di Battista.

 

Questa riforma costituzionale, che io vi consiglio nuovamente di leggere da cima a fondo (qua il testo), insieme alla legge elettorale Italicum (cosa è), garantisce una maggioranza stabile e certa già la sera delle elezioni. Sarà molto più improbabile lo scenario per cui i partiti devono accordarsi e allearsi dopo le consultazioni elettorali per formare un governo di larghe intese, come accaduto nel 2013 (cosa era accaduto). Scenari che sono causati dall’unica differenza tra Camera e Senato prevista dalla Costituzione attuale: un differente metodo di elezione, la Camera su base nazionale, il Senato su base regionale. Ciò porta e ha portato in passato a una doppia espressione da parte del popolo, ugualmente forte e ugualmente legittima, che si sostanzia in maggioranze differenti tra Camera e Senato. Differenze che vanno colmate e su cui i partiti devono successivamente mediare, per formare un governo (non a caso ne sono stati fatti e disfatti 64 in 68 anni di Repubblica, con una durata media di poco più di 1 anno). Con la riforma costituzionale invece – questa è la mia opinione – l’espressione popolare sarà chiara, permetterà l’elezione di un governo per 5 anni, responsabile agli occhi degli elettori e che potrà essere premiato o castigato nelle elezioni successive, sulla base dei risultati raggiunti: in sostanza rafforza – e non poco – la sovranità del popolo. Quella che ci viene proposta è una riforma per attuarla davvero la nostra Costituzione, i suoi principi e i suoi valori.

P.S.: poiché sono in molti a dubitare della personale onesta intellettuale di chi scrive, vorrei segnalare questo post su facebook di Luigi Di Maio, più di un anno fa. Qui è raccontata tutta la storia, per chi è curioso.


* Purtroppo per quanto riguarda la pressione fiscale del 2015 non ho trovato dati attendibili. In caso contrario aggiornerò il post.

Quante balle sul referendum costituzionale (18 in 30 minuti)