Renzi1 vs Renzi2: come sono cambiate le mozioni congressuali per la conquista del Pd

ARTICOLO PUBBLICATO SU IL FOGLIO IL 17/03/2017


Il weekend del Lingotto a Torino ha centrato il suo obiettivo: modificare a favore di Matteo Renzi il frame entro il quale si sviluppa il dibattito pubblico. Nell’ultima settimana si è parlato sempre meno dell’inchiesta Consip e di Tiziano Renzi, per dare invece spazio alle primarie ed alle polemiche in Parlamento. La kermesse torinese è stata l’occasione per imprimere una svolta alla comune percezione su Renzi ed il suo stile di leadership. I giornaloni che hanno titolato “Renzi, leader col trolley, passa dall’io al noi”, come il Corriere della Sera, sono fonte di ossigeno fresco per la propaganda renziana arrivata a pezzi al 4 dicembre. Obiettivo centrato dunque, non senza sforzi se è vero – come ha riportato l’Huffington Post – che il leader appena sceso dal palco dopo il discorso di venerdì ha affermato: “Ho appena tenuto il discorso più noioso della mia vita”. La comunicazione appare cambiata, come pure l’approccio – oggi più collegiale, e non potrebbe essere altrimenti vista la batosta del referendum -, ma le proposte concrete sono davvero state modificate? Una domanda cruciale, per assicurarci che il cambio di paradigma promesso al Lingotto sia concreto e non solo una mera strategia di comunicazione.

Il metro di paragone più efficace è il raffronto delle mozioni congressuali presentate dal comitato di Matteo Renzi per la conquista del partito, nel 2013 e ieri nel 2017; Renzi1 e Renzi2 a confronto. Prima di tutto un dato di quantità: la mozione congressuale di quattro anni fa conta 18 pagine, quella pubblicata ieri più del doppio. Ed in effetti l’approfondimento ed il grado di dettaglio delle proposte concrete ne guadagnano parecchio rispetto al passato, quando la mozione assomigliava più ad un discorso a braccio del candidato piuttosto che a un vero documento programmatico. La cura Martina c’è e si vede.

Indicativo è anche l’ordine dei temi, a partire dall’Unione Europea. Se nel 2013 la visione europea e le proposte di maggiore integrazione occupavano l’ultimo capitolo della mozione, oggi sono saliti fino alle prime pagine di apertura. Opera del professor Sergio Fabbrini, impegnato in prima persona nella definizione del programma. Quattro anni fa la retorica si scagliava contro l’austerity e la subalternità culturale nei confronti di Bruxelles, proponendo d’altronde alcuni passi d’integrazione politica come l’elezione diretta del Presidente della Commissione ed un rafforzamento dei poteri del Parlamento, verso gli “Stati Uniti d’Europa”. Oggi invece spicca la proposta dell’Unione a più velocità, tra un’area a semplice integrazione economica ed un’altra destinata ad un’integrazione politica sempre maggiore, con un’elezione diretta del Presidente e contestuali primarie transnazionali per il candidato del Partito Socialista Europeo. Ma si va oltre: viene proposto con chiarezza di ridurre “l’area delle decisioni intergovernative” e di modificare i trattati per escludere dal Patto di Stabilità e Crescita gli investimenti nazionali in sicurezza, ricerca e cultura. Trova posto anche l’Europa sociale, con l’assicurazione europea contro la disoccupazione, portata al tavolo delle trattative alcuni mesi fa dal Ministro Padoan. Sull’Unione Europea dunque i cambiamenti non appaiono significativi, se non per il grado di approfondimento più marcato in quasi ogni paragrafo. Semplicemente: Renzi2 può raccogliere i frutti dei suoi predecessori al governo, in grado di ristabilire una credibilità diplomatica ed economica tanto da poter avanzare proposte e richieste di allentamento dei vincoli di bilancio.

La vera svolta è invece sul modello di partito. Il programma del 2013 era eloquente: il “Pd è lo strumento”, necessario a riconquistare i voti di Grillo ed acchiappare gli elettori di Berlusconi, comunicare le proposte del governo e del segretario, recuperare categorie mai attratte dalla sinistra e cullare quelle più radicate, come gli insegnanti (salvo il disastro della Buona Scuola). Oggi invece al partito è necessaria una “cura particolare, specialmente durante le stagioni di governo”: d’altronde – lo scriveva Claudio Cerasa venerdì scorso – Renzi, se eletto segretario, probabilmente non riuscirà a risalire a Palazzo Chigi in uno schema politico proporzionale ed avrà dunque bisogno di un partito forte e radicato al suo fianco. Ecco quindi che i circoli saranno dotati di “competenze e ruoli professionali dedicati”, e dovranno essere punto di riferimento per la comunità ed altre realtà associative; gli iscritti torneranno al centro del dibattito grazie a modalità periodiche di confronto con la base e alla formazione politica saranno destinati importanti investimenti, per seminari annuali, una summer school ed un sistema di aggiornamento continuo destinato agli amministratori. Non mancano tra le proposte un rafforzamento della comunicazione, soprattutto sui territori, e investimenti sull’albo degli elettori, il database-miniera d’oro dei milioni di elettori delle primarie mai realmente sfruttato dal Pd.

A Tommaso Nannicini è stato invece affidato il capitolo del welfare, tra cui anche l’atteso progetto del lavoro di cittadinanza. Quattro anni fa il programma era scarno: il terzo settore avrebbe dovuto diventare idealmente il primo, si proponeva un contributo di solidarietà sulle pensioni d’oro (poi bocciato dalla Corte Costituzionale) ed una riforma degli assegni sociali troppo iniqui. Oggi i riferimenti sono concreti: il contrasto alla povertà, la sfida demografica ed il cambiamento tecnologico. Come anticipato da Il Foglio, si intende abbandonare l’eccessiva categorialità per abbracciare un sistema più universale che possa fare da rete protettiva in un mondo sempre più precario e liquido. Si propone perciò di aumentare le risorse per il reddito di inclusione fino ad estenderlo a tutti i 4,6 milioni di individui in povertà assoluta, come anche di istituire un assegno universale per le famiglie con figli a carico. Il piano del lavoro di cittadinanza prosegue su questa strada, proponendo di rafforzare la formazione continua che segua l’individuo all’interno del mercato del lavoro – secondo il modello del long life learning a cui l’Economist ha dedicato la copertina qualche mese fa –, una decontribuzione strutturale di tre anni per i giovani lavoratori, una forma di sostegno al reddito integrata alla Naspi ed un ammortizzatore sociale rivolto anche ai lavoratori autonomi, sul modello proposto da Emmanuel Macron. Un’attenzione speciale quindi per i più deboli, la cui assenza nell’azione di governo è stata una delle cause riconosciute della disfatta del 4 dicembre. Su questo punto, la lezione appare compresa, seppur senza riuscire ad andare oltre gli iper-inflazionati “percorso di spending review già avviato”, “l’accelerazione nella digitalizzazione della Pa” ed i “recuperi di base imponibile” per quanto riguarda le coperture finanziarie necessarie.

La mozione 2017 propone ancora diverse misure concrete su fisco, giustizia e diritti civili e ambiente, dimostrando un approfondimento inaspettato dalla retorica renziana ed una leggera svolta a sinistra – ad esempio in tema di diritti civili, fino a sostenere il testamento biologico – che sarà apprezzata dalla base del Partito Democratico. Orizzonte di lungo periodo sull’Europa, un partito radicato e attenzione ai più deboli. Gli ingredienti per vincere le primarie del Partito Democratico ci sono tutti. Tornare al centro della scena politica nazionale sarà invece tutta un’altra partita.

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Renzi1 vs Renzi2: come sono cambiate le mozioni congressuali per la conquista del Pd

E in Europa come votano?

ARTICOLO PUBBLICATO SU IL FOGLIO IL 26 GENNAIO 2017


Il nostro caso è unico nel panorama delle democrazie occidentali: evidentemente la transizione non si è ancora chiusa”. Ad affermarlo al Foglio è Fulco Lanchester, professore ordinario di Diritto costituzionale comparato alla Sapienza di Roma riguardo alla legislazione confusa in materia elettorale nel nostro paese, confermata giusto ieri dalla sentenza della Corte costituzionale sull’Italicum.

Una sentenza che per la seconda volta in tre anni modifica per via giudiziaria la legge elettorale, sancisce l’illegittimità del ballottaggio e della scelta del proprio collegio d’elezione da parte del capolista eletto in più collegi. E’ quanto è possibile leggere oggi nel testo integrale della sentenza, nell’attesa delle motivazioni complete che saranno pubblicate entro un mese dalla Corte.

C’era da aspettarselo: la notizia ha fin da subito scatenato parlamentari, segretari di partito e capigruppo nel richiedere il voto anticipato. Eppure, i margini per una modifica ulteriore della legge elettorale non sono ancora sfumati del tutto. Termini come “premio di maggioranza”, “preferenze”, “soglie di sbarramento” potrebbero tornare a risuonare nelle aule parlamentari e perciò potrebbe essere utile anche ai legislatori avere un quadro chiaro delle leggi elettorale negli altri paesi membri dell’Unione europea, per disporre di un utile metro di paragone. Una disamina comparativa fra tutti i sistemi dei paesi europei – elaborata a partire dai database di ESCE ed Election Guide e dalle ricerche del professor Andrea Gratteri, autore della recente pubblicazione “La legittimazione democratica dei poteri costituzionali” per Editoriale Scientifica – è d’obbligo nella cassetta degli attrezzi non solo degli addetti ai lavori ma anche di quei cittadini che, seppur non pratici nella materia, intendono seguire i possibili sviluppi politici dei mesi a venire.

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Mappa dei sistemi elettorali vigenti in Unione Europea – rielaborazione di dati ed illustrazioni di ACE Electoral Knowledge Netwkork.

PREMIO DI MAGGIORANZA E BALLOTTAGGIO

Il ballottaggio previsto nell’Italicum e bocciato ieri dalla Corte costituiva un unicum nel panorama europeo. Matteo Renzi aveva dichiarato che sarebbe stato d’ispirazione in tutta Europea, ma oggi l’unico caso di ballottaggio è la Francia, dal 1958. Con una sostanziale differenza: oltralpe il ballottaggio è a livello di collegio, coerentemente con il sistema uninominale a doppio turno. Il modello che invece più assomiglia a quella parte della tradizione elettorale italiana, dalla Legge Acerbo (1923) alla Legge Truffa (1953) al Porcellum, è quello greco: l’elemento comune risiede nel premio di maggioranza volto a garantire maggiore stabilità di governo. Il governo di Alexis Tsipras è infatti in carica grazie ai 50 seggi bonus (pari al 16 per cento del totale) riservato alla lista che si classifica prima.

PREFERENZE

La Corte ha mantenuto la convivenza di preferenze e capilista bloccati. Questi ultimi potranno così continuare a presentarsi contemporaneamente in più collegi – caso unico in tutto il continente – ma non potranno più scegliere autonomamente in quale collegio essere eletti in caso di elezione multipla, decisione che sarà invece rimandata a un sorteggio. Nel resto d’Europa le liste bloccate sono utilizzate in tre paesi (Spagna, Portogallo, Croazia), mentre le preferenze sono diffuse in quattordici stati membri. Le formule in vigore sono le più varie: dalla preferenza unica obbligatoria (Finlandia, Polonia, Slovenia, Paesi Bassi, Estonia) al voto singolo trasferibile che permette agli elettori di ordinare per gradimento tutti i candidati in lizza (in vigore in Irlanda e Malta), passando per il voto di preferenza multiplo combinato a liste semi-bloccate nel quale un candidato, per superare i compagni di partito del listino bloccato, deve raggiungere un certo quorum di preferenze (Repubblica Ceca, Bulgaria, Svezia, Slovacchia). La Lettonia presenta invece un caso a sé: i cittadini lettoni possono esprimere preferenze anche negative – le quali vanno sottratte a quelle positive – nei confronti dei candidati a loro invisi, una proposta contenuta anche in un disegno di legge presentato dal Movimento 5 stelle nel 2014.

PROPORZIONALE-MAGGIORITARIO

Sic stantibus rebus, uno spettro si aggira nelle stanze del potere politico: il ritorno al proporzionale. Il sistema che ha regolato le elezioni italiane dal 1946 al 1993 è di gran lunga il più diffuso nel continente. Ben 19 paesi su 28 si affidano, seppur con forme differenti, a leggi elettorali di questo tipo, anche alcuni grandi paesi quali Spagna e Germania. A poter contare invece su un sistema maggioritario puro – basato cioè sui collegi uninominali – sono invece solo Francia e Regno Unito. Per il già indicato premio di maggioranza, Grecia e, fino a ieri, Italia sono i paesi con leggi proporzionali abbinate a decisivi correttivi maggioritari. I sistemi misti – che combinano al loro interno elementi proporzionali e maggioritari – sono infine tipici di Ungheria, Romania e Lituania. La dichiarazione del capogruppo del Partito democratico al Senato, Luigi Zanda, (“Una legge proporzionale ci allontanerebbe dall’Europa”, ha detto), non trova perciò fondamento all’interno del quadro appena descritto.

CAMBIAMENTI E RIFORME

Ai blocchi di partenza c’è quindi l’ennesimo dibattito sull’ennesima riforma elettorale: il nostro paese appare avvitato su una eterna discussione riguardo le regole del gioco. Una peculiarità tutta italiana oppure condivisa con altri partner europei?

La Commissione di Venezia, organo consultivo del Consiglio d’Europa che si occupa di legislazione elettorale, all’interno del suo Codice di buona condotta in materia elettorale (art. 63) prescriverebbe in realtà il principio della stabilità, “un elemento importante per la credibilità di un processo elettorale, ed è essa stessa essenziale al consolidamento della democrazia. Infatti, se le norme cambiano spesso, l’elettore può essere disorientato e non capirle, specialmente se presentano un carattere complesso”. Proprio per questo motivo un gran numero di paesi ha reso più rigide le procedure di modifica delle regole elettorali o, in 17 su 28, ha addirittura costituzionalizzato i propri princìpi elettorali di riferimento. Per esempio la Grecia, dove eventuali modifiche entrano in vigore solo dopo due tornate elettorali per evitare comportamenti opportunistici da parte dei partiti.

Ciononostante, le modifiche normative dal Dopoguerra a oggi sono state numerose: da allora ogni paese preso in considerazione ha cambiato le proprie leggi in media una volta ogni quattro anni (per un totale medio di circa 14 aggiustamenti). Il primato spetta per distacco ai Paesi Bassi, dall’alto dei loro novanta aggiustamenti. Una spiegazione coerente in realtà però c’è: tutte queste variazioni hanno riguardato in modo particolare la dimensione delle circoscrizioni, la struttura delle liste dei partiti, le regole riguardo le preferenze degli elettori. Sono stati cambiamenti limitati e in molti casi puramente tecnici: nulla a che vedere con gli stravolgimenti dell’intero impianto elettorale tipici del nostro paese dagli anni Novanta in poi. Esempi paragonabili di sistemi altrettanto labili si presentano soltanto nei paesi più democraticamente giovani: la Croazia passata da un doppio turno in collegi uninominali a un proporzionale con liste bloccate nel 1999; la Bulgaria che si è trasformata da un sistema misto ad un proporzionale (1991) per poi tornare sui propri passi diciotto anni dopo ed infine rivolgersi nuovamente al proporzionale nel 2011; la Romania passata nel 2008 da un proporzionale a un sistema misto.

PAROLA ALLA CORTE

Tornando all’Italia, quanto può definirsi ordinaria amministrazione affidarsi in modo così frequente a un potere giurisdizionale quale è la Corte costituzionale per le modifiche in materia elettorale? Se fino al 2014 la legislazione elettorale era considerata una zona franca per il potere giudiziario ora sembra chiaro, dopo le sentenze sul Porcellum e da ieri sull’Italicum, come non sia più così. Si tratta di un trend comune a numerosi paesi occidentali: la debolezza della sfera politica trova un’ancora nella sfera giuridico-giudiziaria, basti pensare anche alla recente sentenza della corte inglese sulla Brexit. Rimanendo all’interno del panorama europeo, la Bulgaria ha assistito a tre sentenze recenti: nel 2001 per incombenze economiche ritenute eccessive per i candidati, nel 2009 sulla soglia di sbarramento all’8 per cento giudicata eccessiva, e nel 2011 riguardo ai rimborsi elettorali. Altri esempi sono la sentenza preventiva della Corte della Romania del 2012 e quelle espressa dalla Corte tedesca, più recentemente nel 2008 e nel 2012, riguardo la previsione di seggi aggiunti dal meccanismo maggioritario e la possibile violazione dell’uguaglianza del voto. Esempi di certo non alla portata del caso italiano, che ha visto modificare la natura stessa del sistema elettorale ben due volte.

La partita per la legge elettorale italiana rimane dunque apertissima. La sfida in capo alle forze politiche è ancora una volta quella di trovare una soluzione condivisa capace, in particolare, di permanere nel lungo periodo e di assicurare la certezza del diritto in campo elettorale.

Articolo scritto assieme a Francesco Armillei

E in Europa come votano?

La falsa democrazia diretta

Diciassette milioni quattrocentodiecimila e settecentoquarantadue contro sedici milioni centoquarantunomila e duecentoquarantuno. Sono i risultati definitivi (51,9% vs 48,1%) del referendum sull’uscita dall’Unione Europea che ha avuto luogo in Gran Bretagna lo scorso 23 giugno e che verrà ricordato come “Brexit”.

Molto ci sarebbe da scrivere e da commentare, come già è stato fatto in questi giorni. Siamo di fronte a un evento storico, un giro di boa che ci dimostra ancora una volta come i processi storici e politici non siano mai a senso unico: dall’Europa si può uscire, l’integrazione non è l’unica via ammissibile. Una scoperta bruciante per gli europeisti convinti e pure per le élite europee, che sulla presunta certezza di non poter ritornare agli Stati nazionali hanno fondato il proprio immobilismo.

Brexit è il risultato di un referendum popolare consultivo promosso nel 2015 dallo stesso premier inglese David Cameron, per ragioni elettorali interne. Si tratta in realtà di un referendum non vincolante, ma il cui esito con ogni probabilità verrà rispettato dal Parlamento inglese.

E ora che si fa? In questi giorni i leader europei stanno tentando di trovare risposta a questa apparentemente semplice domanda. Certamente vi è un verdetto popolare da rispettare. Verdetto popolare che ha scatenato gli euroscettici di tutta Europa, da Le Pen in Francia a Salvini in Italia a Wilders in Olanda, i quali rinvigoriti chiedono referendum sulla permanenza nell’Unione Europea anche nei rispettivi paesi, rivendicando una maggiore democrazia interna all’Unione. Anche il Movimento 5 Stelle si è aggiunto al coro degli euroscettici, dopo aver assunto una posizione politica assai poco chiara sulla Brexit (ricordiamo che M5S in Europa è alleato di Nigel Farage), richiedendo un referendum sulla moneta unica in nome della democrazia diretta.

Political Leaders React To Local Election Results

Eccoci arrivati al punto: davvero i referendum popolari sulla permanenza nell’Unione e sul mantenimento della moneta unica sono gli antidoti alla mancanza di democraticità nell’UE? Come ben sappiamo quasi tutte le democrazie occidentali sono democrazie rappresentative, in cui il popolo sovrano elegge liberamente i propri rappresentanti per governare al suo posto la Nazione, la regione o il comune. Alcune di queste, fra cui gli USA, la Svizzera e la stessa Italia prevedono alcuni strumenti di democrazia diretta attraverso referendum popolari e leggi di iniziativa popolare. A determinate condizioni: in Italia per esempio la Costituzione (art. 75) prevede i soli referendum abrogativi (nella proposta di riforma Renzi-Boschi sono previsti anche i referendum propositivi e di indirizzo) e li vieta in merito a leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali. Proprio per questo motivo in Italia, senza una modifica costituzionale, sarebbe impossibile un referendum sulla permanenza nell’UE.

I referendum sono strumenti democratici particolarmente importanti, ma altrettanto delicati. Sabino Cassese oggi sul Corriere della Sera, sulla falsa riga dell’intervento di Napolitano di qualche giorno fa sulla Repubblica, li definisce un esempio di “single issue politics”, ovvero uno strumento attraverso il quale richiedere al popolo di esprimersi su una questione, isolata e ben precisa. Se così non accade, e ciò che è successo in UK ci dà un esempio lampante, e all’oggetto del referendum si sovrappongono e intersecano altri temi – in modo fondato o mendace – questo strumento perde gran parte della sua efficacia. Offrire una soluzione polarizzata, rigida e semplice (forse meglio dire semplicistica), come un SI o un NO, a un problema complesso non significa ascoltare il volere popolare, ma snaturarlo. Attraverso uno strumento smisuratamente rigido si chiede al popolo di dare soluzione a un tema che richiederebbe lo studio e la mediazione della politica, offrendo il fianco a sentimenti, umori e ideologie non sempre fondati.

Lasciamo da parte Brexit e torniamo a un referendum che abbiamo conosciuto bene: quello sulle trivellazioni del 17 aprile. Non intendo entrare nel merito, ma sottolineare quanto quella campagna referendaria è stata politicizzata ed ha assunto valori politici estranei alla questione originaria, soprattutto per via dell’azione dei promotori del Sì. Ha davvero un qualche senso determinare una politica energetica di un Paese come l’Italia, che dovrebbe essere caratterizzata da una visione decennale, attraverso un referendum abrogativo? Questi esempi, Brexit e il referendum italiano sulle trivellazioni, sono dunque sconfitte della politica rappresentativa (a detta di molti già fortemente sotto scacco, anche per propri demeriti), fatta di approfondimento, di studio, di confronto, di tempi lunghi, di mediazioni. Lo stesso Amartya Sen in un’intervista al Corriere ha detto “Bisognerebbe ricorrere al referendum soltanto per questioni semplici e isolate, sennò si potrebbe venire consultati anche per ridurre le tasse, come proposto qualche anno fa in California. In democrazia certe questioni devono essere decise da chi governa ma dopo aver avviato una discussione pubblica, con controllo dei fatti.

Attenzione, questo non significa che la democrazia rappresentativa è aprioristicamente migliore della democrazia diretta. Né che il popolo non possa autogovernarsi in determinate condizioni, e neppure che il governo è destinato esclusivamente alle classi dirigenti ed ai tecnocrati chiusi nei palazzi: semplicemente non sono i referendum abrogativi lo strumento più adatto (molto preziosi invece in quanto contrappeso al potere esecutivo e legislativo). La democrazia diretta non si esplica attraverso una croce su un Sì o su un No, in questo sta uno dei grandi errori di Grillo e del Movimento 5 Stelle; la democrazia diretta si chiama democrazia deliberativa. Si chiama comitati, reti di associazioni, mobilitazione, per arrivare alla riflessione, proposta ed elaborazione dal basso, in processi bottom-up; Fabrizio Barca lo chiama sperimentalismo democratico, coinvolgendo in questi processi anche le basi dei partiti politici. Esempio istituzionalizzato ne può essere la promozione di una legge di iniziativa popolare, strumento attraverso cui un gruppo di persone elabora una proposta di legge e la sottopone – offrendola come contributo – al Paese e alla politica. Se ad ottobre verrà approvata la riforma costituzionale Renzi-Boschi i cittadini italiani avranno un ulteriore strumento di democrazia diretta: il referendum propositivo (art. 11), che potrebbe integrare le leggi di iniziativa popolare diventandone lo strumento di approvazione definitiva (come fu proposto dalla Bicamerale D’Alema-Berlusconi).

La politica è fonte di riflessione, di nuove idee e di confronto. Ha la capacità di condividere emozioni e sogni, oltre che di risolvere insieme i problemi delle persone. Non trasformiamola in una battaglia demagogica e personale (ogni riferimento al referendum di ottobre non è puramente casuale) per barrare un Sì o un No.

La falsa democrazia diretta