Ma davvero si va in pensione vecchi decrepiti?

ARTICOLO PUBBLICATO SU LAVOCE.INFO L’ 01/06/2017


Ma davvero si va in pensione vecchi decrepiti?

Dove va la Francia? I programmi di Le Pen e Macron a confronto

ARTICOLO PUBBLICATO SU IL FOGLIO IL 24/04/2017


Il primo turno delle elezioni francesi ha emesso il verdetto: saranno Emmanuel Macron e Marine Le Pen a sfidarsi nel ballottaggio del prossimo 7 maggio in cui verrà scelto il nuovo presidente della Repubblica francese. Candidati all’opposto su tutta la linea e che si rivolgono ad elettorati assai diversi. Naturalmente anche i programmi elettorali mostrano differenze sostanziali: se Le Pen propone di uscire dall’Euro, Macron è il competitor più europeista della storia politica francese recente; se il leader di En Marche! non ritiene l’immigrazione tra le cause del terrorismo francese, Marine pensa di “fermare l’immigrazione legale ed illegale” in particolare dai paesi musulmani.

Nei prossimi paragrafi troverete un breve confronto tra i due sui temi della sicurezza, dell’Europa e politica estera, sulle politiche economiche e sull’ambiente. Le fonti principali sono i programmi elettorali – più compatto ma approfondito quello di Macron, più ampio ma meno dettagliato per Le Pen – e gli aggiornamenti di Francesco Maselli, giovane giornalista italiano che da alcuni mesi segue le elezioni presidenziali francesi con una newsletter settimanale gratuita.

SICUREZZA E IMMIGRAZIONE

La Francia è stata sconvolta, negli ultimi anni, dal terrorismo di matrice islamista ed anche per questo il tema della sicurezza è uno fra i più sentiti dall’elettorato.

Marine Le Pen può contare sulla piattaforma programmatica più solida: prevede l’abbandono di Schengen per ristabilire le frontiere nazionali e la punizione per indegnità nazionale per quei cittadini francesi radicalizzati tenuti sotto sorveglianza. Le Pen, se eletta, intende anche “mettere in pratica un piano di disarmo delle banlieu e rimettere sotto controllo le zone far west“, riferendosi ovviamente alle periferie delle grandi città francesi in gran parte abitate da cittadini di religione musulmana. Per riuscirci è disposta a colpire la criminalità minorile bloccando i sussidi sociali alle famiglie con minori recidivi ed aumentare di 40.000 posti la capienza carceraria. Come è noto, la leader del Front National propone la linea dura sull’immigrazione: espatrio dei criminali stranieri attraverso accordi bilaterali, stop alla naturalizzazione degli stranieri entrati illegalmente in Francia ed allo ius soli e riduzione dell’immigrazione legale a 10.000 stranieri all’anno (ma oggi la Francia ne accoglie più di 220 mila all’anno). Non solo: secondo LesEchos Le Pen sosterebbe anche un “periodo di attesa” di due anni durante il quale agli immigrati regolari non verrebbero rimborsate alcune spese sanitarie. Queste ultime proposte si scontrerebbero con il principio di libertà di movimento dei cittadini europei sancito dai trattati ma ciò non deve stupire, d’altra parte la destra francese si dice pronta a stracciare le regole comunitarie.

Anche Emmanuel Macron propone di aumentare la dotazione delle carceri francesi per 15.000 nuovi posti di cui una parte dedicata a centri penitenziari esclusivi per i foreign fighters. Il candidato liberale intende inoltre aumentare l’organico delle forze di polizia di 10.000 unità e la spesa per la sicurezza, in particolare a sostegno della cybersecurity. Ma non solo: a sorpresa nelle ultime settimane ha proposto un servizio militare obbligatorio mensile per tutti i giovani, sul modello di quanto proposto in Italia dalla Lega di Matteo Salvini. Non compaiono invece nel programma provvedimenti forti sull’immigrazione, se non la creazione di una guardia transfrontaliera europea per la salvaguardia delle frontiere esterne dell’Unione, sul modello di Frontex. A ben vedere, il candidato che si definisce “né di destra, né di sinistra” non è riuscito a legare le proposte ad una narrazione efficace, come invece ha fatto Le Pen accomunando il rischio per la sicurezza ed il terrorismo islamista ad uno dei suoi temi più cari: l’immigrazione.

ECONOMIA, LAVORO E WELFARE

Il candidato di En Marche! può invece contare su una piattaforma programmatica più organica su economia, welfare e lavoro, partorita – come ha raccontato Leonardo Martinelli su Pagina99 – da un gruppo di 400 esperti guidati dall’ex ministro socialista dell’Economia Jean Pisani-Ferry. Secondo lavoce.info Macronsi prefigge di porre le basi per un nuovo modello di crescita, giusta e sostenibile (anche dal punto di vista macroeconomico) perché ecologica e al servizio della mobilità sociale”. Il giovane outsider, seppur criticando l’austerità di bilancio imposta da Bruxelles durante la crisi, indica come obiettivo il rispetto del limite del 3% di deficit nel rapporto con il PIL (nel 2016, secondo la Commissione Europea, ancora al 3,3%). In parallelo il politico di Amiens propone un imponente piano di investimenti pubblici per 50 miliardi in 5 anni allo scopo di sostenere la transizione digitale ed ecologica del paese. Per coprire la nuova spesa in conto capitale prevede di ridurre la spesa pubblica per ben 60 miliardi entro un quinquennio, grazie a maggiore efficienza della pubblica amministrazione, il mancato rinnovamento di 120.000 dipendenti pubblici e l’aumento occupazionale che dovrebbe permettere di ridurre la spesa per gli ammortizzatori sociali. Proprio dalla carenza di previsioni dettagliate nascono le critiche dell’economista francese Thomas Porcher, che ha denunciato con 14 tweet le “zone d’ombra” del programma economico di En Marche! Programma in cui compare per di più la riduzione della pressione fiscale, di cui beneficeranno le imprese grazie alla riduzione della tassazione sui profitti, i lavoratori per via di una riduzione del cuneo fiscale a beneficio della fascia più debole della popolazione, ed i proprietari di casa con l’abolizione della tassa sugli immobili per l’80% dei proprietari. Per il mercato del lavoro la strategia dell’ex ministro dell’Economia è chiara: aumentare il potere contrattuale dei lavoratori non a scapito dell’imprenditore, ma estendo le salvaguardie di welfare in caso di disoccupazione e di carriera discontinua. Vuole quindi ampliare i beneficiari del salario universale di disoccupazione anche ai lavoratori autonomi e a coloro che si licenziano e favorire il lavoro stabile rendendo meno convenienti i contratti precari, con l’introduzione contestuale di una certa flessibilità sulle tutele dei lavoratori – in particolare sul limite delle 35 ore settimanali – favorendo la contrattazione a livello aziendale. Non manca infine un passaggio sulle pensioni: Macron prevede il mantenimento dell’età pensionabile a 62 anni, rafforzando tuttavia il principio di “un euro di contributi, un euro di pensione” anche per quelle categorie che godono di regimi pensionistici speciali. D’altra parte è previsto l’aumento delle pensioni minime di 100 euro, nel tentativo di ingraziarsi parte dell’elettorato più anziano che gli preferisce ancora il repubblicano Fillon.

Marine Le Pen porta avanti il patriottismo economico e la sua battaglia per l’abbandono del libero commercio, condizione, secondo la candidata, per un processo di reindustrializzazione ordinato. Per questo propone un “protezionismo intelligente” – termine ideato dal suo consigliere economico Jean Messiha, ex alto funzionario al ministero della Difesa – per imporre barriere doganali a difesa dei settori strategici e contro beni importati da grandi gruppi francesi che hanno delocalizzato la produzione all’estero. In particolare LesEchos scrive di un dazio doganale del 3% su gran parte delle importazioni (che porterebbe a un gettito di circa 15 miliardi l’anno), ma non su tutte: “non ha senso – ha dichiarato Marine Le Pen – un’imposta su tutti i prodotti di tutti i paesi. Non tasseremo ad esempio il caffè, dal momento che la Francia non ne produce, e non c’è motivo di tassare alcuni paesi dell’Unione Europea. Tasseremo invece chi fa dumping sociale e fiscale”. Proposte che certamente le hanno attirato il favore della classe operaia francese, nella quale Marine Le Pen ottiene ben il 43% dei consensi secondo l’analisi di Salvatore Borghese su YouTrend. Trova quindi posto nel programma l’abbandono dell’Euro attraverso un referendum popolare ed il finanziamento del debito pubblico da parte della banca centrale francese (il che tuttavia, secondo buona parte degli economisti, porterebbe ad un’iperinflazione ed a un forte aumento dei tassi di interesse), oltre all’istituzione di un’Autorità di Sicurezza Economica che limiti gli investimenti stranieri rischiosi per l’interesse nazionale. Non a caso nel corso del primo dibattito televisivo Le Pen ha portato a modello l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, per ottenere “risultati formidabili”. Sul lato del welfare per la leader del FN l’età pensionabile è troppo alta: sarà ridotta, nel caso di vittoria, da 62 a 60 anni oppure a 40 anni di contributi (mentre la legge in vigore prevede un aumento a 43 anni entro il 2035, per un risparmio sulla spesa pensionistica di circa 16 miliardi di euro). Non potrebbe mancare l’abolizione della Loi Travail, la contestatissima riforma del lavoro approvata dal governo socialista solo l’anno scorso, mentre verrebbero mantenute le 35 ore lavorative settimanali. Il Front National propone inoltre la riduzione della tassazione sul reddito del 10% e la defiscalizzazione per due anni delle assunzioni di giovani fino a 21 anni, tagliando perciò fuori i giovani laureati che – non a caso – premiano col 30% l’avversario Macron. In totale, secondo Challenges, l’azione redistributiva proposta dal FN verrebbe a costare allo stato francese 85 miliardi di euro, una somma ancora più monstre rispetto al piano di investimenti di Macron. Anche in questo caso le coperture di bilancio languono, per di più dopo l’impegno di Marine sul contenimento del deficit al 3% entro il 2019 ed al 1,3 per il 2022: per riuscirci prevede una crescita dell’economia al ritmo di 2% l’anno, un gettito di 20 miliardi dai nuovi dazi, circa 40 miliardi di minori spese per la riduzione dei sussidi di disoccupazione ed il risparmio dei 19 miliardi versati ogni anno dalla Francia al bilancio dell’Unione Europea. Vale quanto scritto per Macron: enormi nuovi spese che difficilmente verranno coperte con le coperture annunciate, troppo ottimistiche.

EUROPA E POLITICA ESTERA

Le due opposte ideologie si scontrano anche sull’Europa e moneta unica. Il programma di Le Pen, almeno a parole, è semplice: fuori dall’Eurozona, dall’Unione Europea e pure dalla Nato (in cui la Francia è rientrata solo nel 2009). La candidata della Destra a Lione davanti ai suoi sostenitori ha affermato di voler aprire un confronto di sei mesi con Bruxelles, per ottenere maggiore autonomia e sovranità; nel caso la trattativa non dovesse andare a buon fine Le Pen indirebbe un referendum popolare sulla “Frexit”. Per la candidata della periferia parigina l’Europa è il nemico numero uno: non è un caso che venga citata un’unica volta fra i suoi 144 punti programmatici, ma solo per prenderne le distanze e rivendicare la sovranità politica ed economica della Francia. È interessante tuttavia notare come le proposte di politica fiscale siano ancora calcolate in euro: evidentemente la leader nazionalista non può permettersi di mostrare al proprio elettorato la perdita di potere d’acquisto che porterebbe la svalutazione del nuovo franco per le fasce meno abbienti.

Al contrario Emmanuel Macron fa dell’Europa uno dei pilastri fondamentali del suo programma, definito il più europeista mai presentato in Francia da un candidato alla presidenza. Nel suo programma indica la via per uscire dal “decennio perduto” per il continente europeo, fornendo soluzioni comunitarie ai problemi che segnano la Francia. Intende perciò costituire una sovranità europea: per questo propone un grande dibattito comunitario che coinvolga l’intero continente, al termine del quale ogni paese consegnerà una proposta di analisi dei problemi più sentiti e le soluzioni individuate dai cittadini per risolverli. Con lo stesso obiettivo immagina di destinare i 73 seggi a Strasburgo riservati fino ad oggi alla Gran Bretagna ad un’elezione europea, e non più paese per paese, con liste votate in tutta Europa. Sul lato più economico, il leader di En Marche! porta avanti due cambiamenti istituzionali per rilanciare la capacità di intervento dell’Unione: un bilancio dell’Eurozona ed un super-ministero delle finanze che guidi le politiche dell’unione monetaria nel sostegno all’industria, nella difesa del mercato unico, nel supporto alla transizione digitale ed ecologica. Globalizzazione sì, ma non selvaggia. Macron promette infatti la lotta alla concorrenza fiscale al ribasso in favore delle multinazionali e di concedere l’accesso al mercato unico solo alle imprese che detengono almeno la metà della produzione sul territorio europeo. L’orizzonte comune è fondamentale per affrontare anche il tema della difesa: proprio in Francia, che bocciò la Comunità europea di Difesa nel 1954, potrebbe prevalere il suo programma fortemente favorevole all’integrazione degli organi militari. A partire dalla costituzione di un fondo europeo di sicurezza per finanziare un esercito comune, di un quartier generale permanente ed un consiglio di sicurezza europeo che riunisca i responsabili militari dei 27 paesi.

AMBIENTE

Emmanuel Macron ha dichiarato che l’ecologismo è una delle tre gambe su cui poggia il suo movimento, assieme alla cultura socialdemocratica e quella liberale. L’ambizione del giovane candidato è rendere la Francia un leader mondiale nella ricerca in materia di transizione ecologica: intende quindi rispettare i trattati di Parigi, eliminando le centrali a carbone entro cinque anni e impedendo lo sfruttamento di nuove fonti energetiche da idrocarburi. Di contro prevede di raddoppiare la potenza ricavata da fonti rinnovabili in un quinquennio, anche grazie al piano di investimento da 50 miliardi di euro. Macron ha inoltre dichiarato guerra ai pesticidi e vuole promuovere l’acquisto di automobili a basse emissioni grazie ad un bonus all’acquisto di 1000 euro.

Sull’ambiente Marine Le Pen si allontana in modo netto dall’alleato americano Donald Trump, giunto fino a negare l’evidenza del cambiamento climatico. Ciò nonostante la presidente del Front National non fa riferimento ai trattati di Parigi della Cop21 volendo svincolare la Francia da ogni accordo che possa mettere in dubbio la sovranità nazionale. Sul banco degli imputati c’è ancora la globalizzazione colpevole dei cambiamenti climatici e dei danni ambientali, come sostenuto dal suo stretto consigliere Philippe Murer. È in particolare grazie alle sue parole convincenti se Le Pen, una volta eletta, abbandonerà progressivamente le energie fossili al di fuori del nucleare (anche se l’energia fotovoltaica è osteggiata dalla candidata per via dell’impatto estetico). Ma non solo: sui temi ambientali il protezionismo economico che caratterizza l’intero impianto programmatico diviene autarchia alimentare ed agricola, meglio se bio. Il programma cita inoltre la protezione delle zone di interesse ambientale, la difesa degli animali – in particolare delle api – ed il divieto assoluto degli OGM.

Articolo scritto assieme ad Andrea Silvagni

Dove va la Francia? I programmi di Le Pen e Macron a confronto

Renzi1 vs Renzi2: come sono cambiate le mozioni congressuali per la conquista del Pd

ARTICOLO PUBBLICATO SU IL FOGLIO IL 17/03/2017


Il weekend del Lingotto a Torino ha centrato il suo obiettivo: modificare a favore di Matteo Renzi il frame entro il quale si sviluppa il dibattito pubblico. Nell’ultima settimana si è parlato sempre meno dell’inchiesta Consip e di Tiziano Renzi, per dare invece spazio alle primarie ed alle polemiche in Parlamento. La kermesse torinese è stata l’occasione per imprimere una svolta alla comune percezione su Renzi ed il suo stile di leadership. I giornaloni che hanno titolato “Renzi, leader col trolley, passa dall’io al noi”, come il Corriere della Sera, sono fonte di ossigeno fresco per la propaganda renziana arrivata a pezzi al 4 dicembre. Obiettivo centrato dunque, non senza sforzi se è vero – come ha riportato l’Huffington Post – che il leader appena sceso dal palco dopo il discorso di venerdì ha affermato: “Ho appena tenuto il discorso più noioso della mia vita”. La comunicazione appare cambiata, come pure l’approccio – oggi più collegiale, e non potrebbe essere altrimenti vista la batosta del referendum -, ma le proposte concrete sono davvero state modificate? Una domanda cruciale, per assicurarci che il cambio di paradigma promesso al Lingotto sia concreto e non solo una mera strategia di comunicazione.

Il metro di paragone più efficace è il raffronto delle mozioni congressuali presentate dal comitato di Matteo Renzi per la conquista del partito, nel 2013 e ieri nel 2017; Renzi1 e Renzi2 a confronto. Prima di tutto un dato di quantità: la mozione congressuale di quattro anni fa conta 18 pagine, quella pubblicata ieri più del doppio. Ed in effetti l’approfondimento ed il grado di dettaglio delle proposte concrete ne guadagnano parecchio rispetto al passato, quando la mozione assomigliava più ad un discorso a braccio del candidato piuttosto che a un vero documento programmatico. La cura Martina c’è e si vede.

Indicativo è anche l’ordine dei temi, a partire dall’Unione Europea. Se nel 2013 la visione europea e le proposte di maggiore integrazione occupavano l’ultimo capitolo della mozione, oggi sono saliti fino alle prime pagine di apertura. Opera del professor Sergio Fabbrini, impegnato in prima persona nella definizione del programma. Quattro anni fa la retorica si scagliava contro l’austerity e la subalternità culturale nei confronti di Bruxelles, proponendo d’altronde alcuni passi d’integrazione politica come l’elezione diretta del Presidente della Commissione ed un rafforzamento dei poteri del Parlamento, verso gli “Stati Uniti d’Europa”. Oggi invece spicca la proposta dell’Unione a più velocità, tra un’area a semplice integrazione economica ed un’altra destinata ad un’integrazione politica sempre maggiore, con un’elezione diretta del Presidente e contestuali primarie transnazionali per il candidato del Partito Socialista Europeo. Ma si va oltre: viene proposto con chiarezza di ridurre “l’area delle decisioni intergovernative” e di modificare i trattati per escludere dal Patto di Stabilità e Crescita gli investimenti nazionali in sicurezza, ricerca e cultura. Trova posto anche l’Europa sociale, con l’assicurazione europea contro la disoccupazione, portata al tavolo delle trattative alcuni mesi fa dal Ministro Padoan. Sull’Unione Europea dunque i cambiamenti non appaiono significativi, se non per il grado di approfondimento più marcato in quasi ogni paragrafo. Semplicemente: Renzi2 può raccogliere i frutti dei suoi predecessori al governo, in grado di ristabilire una credibilità diplomatica ed economica tanto da poter avanzare proposte e richieste di allentamento dei vincoli di bilancio.

La vera svolta è invece sul modello di partito. Il programma del 2013 era eloquente: il “Pd è lo strumento”, necessario a riconquistare i voti di Grillo ed acchiappare gli elettori di Berlusconi, comunicare le proposte del governo e del segretario, recuperare categorie mai attratte dalla sinistra e cullare quelle più radicate, come gli insegnanti (salvo il disastro della Buona Scuola). Oggi invece al partito è necessaria una “cura particolare, specialmente durante le stagioni di governo”: d’altronde – lo scriveva Claudio Cerasa venerdì scorso – Renzi, se eletto segretario, probabilmente non riuscirà a risalire a Palazzo Chigi in uno schema politico proporzionale ed avrà dunque bisogno di un partito forte e radicato al suo fianco. Ecco quindi che i circoli saranno dotati di “competenze e ruoli professionali dedicati”, e dovranno essere punto di riferimento per la comunità ed altre realtà associative; gli iscritti torneranno al centro del dibattito grazie a modalità periodiche di confronto con la base e alla formazione politica saranno destinati importanti investimenti, per seminari annuali, una summer school ed un sistema di aggiornamento continuo destinato agli amministratori. Non mancano tra le proposte un rafforzamento della comunicazione, soprattutto sui territori, e investimenti sull’albo degli elettori, il database-miniera d’oro dei milioni di elettori delle primarie mai realmente sfruttato dal Pd.

A Tommaso Nannicini è stato invece affidato il capitolo del welfare, tra cui anche l’atteso progetto del lavoro di cittadinanza. Quattro anni fa il programma era scarno: il terzo settore avrebbe dovuto diventare idealmente il primo, si proponeva un contributo di solidarietà sulle pensioni d’oro (poi bocciato dalla Corte Costituzionale) ed una riforma degli assegni sociali troppo iniqui. Oggi i riferimenti sono concreti: il contrasto alla povertà, la sfida demografica ed il cambiamento tecnologico. Come anticipato da Il Foglio, si intende abbandonare l’eccessiva categorialità per abbracciare un sistema più universale che possa fare da rete protettiva in un mondo sempre più precario e liquido. Si propone perciò di aumentare le risorse per il reddito di inclusione fino ad estenderlo a tutti i 4,6 milioni di individui in povertà assoluta, come anche di istituire un assegno universale per le famiglie con figli a carico. Il piano del lavoro di cittadinanza prosegue su questa strada, proponendo di rafforzare la formazione continua che segua l’individuo all’interno del mercato del lavoro – secondo il modello del long life learning a cui l’Economist ha dedicato la copertina qualche mese fa –, una decontribuzione strutturale di tre anni per i giovani lavoratori, una forma di sostegno al reddito integrata alla Naspi ed un ammortizzatore sociale rivolto anche ai lavoratori autonomi, sul modello proposto da Emmanuel Macron. Un’attenzione speciale quindi per i più deboli, la cui assenza nell’azione di governo è stata una delle cause riconosciute della disfatta del 4 dicembre. Su questo punto, la lezione appare compresa, seppur senza riuscire ad andare oltre gli iper-inflazionati “percorso di spending review già avviato”, “l’accelerazione nella digitalizzazione della Pa” ed i “recuperi di base imponibile” per quanto riguarda le coperture finanziarie necessarie.

La mozione 2017 propone ancora diverse misure concrete su fisco, giustizia e diritti civili e ambiente, dimostrando un approfondimento inaspettato dalla retorica renziana ed una leggera svolta a sinistra – ad esempio in tema di diritti civili, fino a sostenere il testamento biologico – che sarà apprezzata dalla base del Partito Democratico. Orizzonte di lungo periodo sull’Europa, un partito radicato e attenzione ai più deboli. Gli ingredienti per vincere le primarie del Partito Democratico ci sono tutti. Tornare al centro della scena politica nazionale sarà invece tutta un’altra partita.

Renzi1 vs Renzi2: come sono cambiate le mozioni congressuali per la conquista del Pd